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07 maggio 2008

Letture III (ottobre 2007 - febbraio 2008)











Terzo elenco dei libri che ho letto (sempre con il serio sospetto che non interessi a nessuno, ma è un tale piacere compilarlo...). I precedenti sono: Libri letti 1, e Libri letti 2.
Beppe Severgnini, L'italiano. Lezioni semiserie (2/08) ***.
Può essere un'idea dare una ripassatina all'italiano almeno ogni vent'anni. E così imitando sfacciatamente Cesare Marchi di Impariamo l'italiano, Severgnini ritorna sul tema con l'aggiunta del suo stile spiritoso. Peccato che a cercare di essere spiritosi a tutti i costi e su un tema così specifico, ogni tanto deluda. Inoltre adesso sono complessato: ogni volta che mi viene da scrivere "che", sento l'occhiata severa di Severgnini che mi dice "Sicuro che sia necessario?" (immagino che lui preferirebbe: Quando mi accingo a scrivere "che", l'occhiata severa di Severgnini mi ammonisce: sarà proprio necessario?). Insomma, più utile che bello.
Angelo Comastri, L'angelo mi disse. Autobiografia di Maria (2/08) ***.
Come si intuisce dal sottotitolo, l'autore immagina che sia la Madonna a raccontare la sua storia. Molto devoto, bello il commento alle devozioni mariane che intervalla il racconto, bellissimo il libricino allegato con la vita di Maria raccontata da Giotto. Tutto sommato, però, un libro un po' fiacco.
Alexander McCall Smith, Le lacrime della giraffa (2/08) ****.
Deliziosa scoperta, di cui ho già parlato in un precedente post (lo trovi qui). L'investigatrice Grace Ramotswe, corpulenta matrona di Gaberone in Botswana, indaga sulla scomparsa di un giovane americano. Non è il primo episodio della serie, ma è quello che mia sorella (alla quale vanno i miei tardivi ringraziamenti) mi aveva indicato come il più bello della serie. Veramente spassoso e un must per chi ama l'Africa.
Francesco Romano, Figli di questo tempo (1/08) ***.
Piccolo libro sull'amore degli adolescenti; quella imitazione di fidanzamento troppo distante dal matrimonio per averlo in mente. È una cosa buona o cattiva? si domanda l'autore. Per dare una risposta fa un percorso in tre tappe: prima una introduzione antropologica sulle dimensioni più importanti della persona, poi un approfondimento sulla natura dell'amore, infine il tema vero e proprio: che significato ha (o può avere) l'amore dei molto giovani. Spunti utili per avviare una riflessione. Mi auguro che un giorno ci regali una esposizione più ampia e decantata di questo tema poco studiato.
Erri De Luca, In nome della madre (1/08) ****.
Riflessione poetica sull'Incarnazione vista con gli occhi di Maria. De Luca non si propone una eccessiva fedeltà al testo sacro e tantomeno alla tradizione (temo che a qualcuno potrebbe non piacere per questo). Quello che racconta è come lui ha visto le cose, immaginando i pensieri di una Maria ragazzina e i suoi dialoghi con Giuseppe e con Gesù non ancora nato. Mi piace molto l'intuizione – già accennata in Tu, mio – che la castità è frutto di un amore straordinariamente grande.
Qualche citazione la trovi qui.
Daniel Pennac, Ecco la storia (1/08) ****.
«Sarebbe la storia di un dittatore agorafobico...» inizia al condizionale questo quasi-romanzo intelligente e spassoso. Non conoscevo Pennac se non per Come un romanzo e mi ha conquistato. Alternando l'invenzione ai ricordi personali gioca a fare dentro e fuori tra verità e invenzione. Come un prestigiatore estrae dal suo cappello situazioni e personaggi e li modella fino a farli diventare veri, salvo poi, da buon prestigiatore, strizzarti l'occhio per dire "Ci hai creduto, eh?"
Ricco di umanità e di buon senso... e molto divertente. Lo consiglio a tutti.
Cormac McCarthy, Non è un paese per vecchi (12/07) **-.
Racconto di frontiera, con un killer spietato, un reduce del Vietnam che accetta il rischio di sfidare i cattivi, e uno sceriffo anziano che ne ha già viste di tutti i colori e non gli sono piaciute. Si vede la penna di un maestro e si legge tutto d'un fiato, ma non ho saputo mettere la terza stella perché ci sono rimasto troppo male sulla conclusione. Già recensito in un post precedente (lo trovi qui e poi qui).
J.R.R. Tolkien, The children of Húrin (10/07) ***.
Versione ampia della saga di Turin, figlio di Hurin, già conosciuta da chi ha letto il Silmarillion. Con tutto l'affetto per Tolkien, questa versione non aggiunge niente. La storia rimane la tragedia più possente che abbia concepito la sua mente prolifica (e più portata all'epica che alla tragedia). Immagino che lo apprezzerà di più chi non conosca già la storia; per me è stata una delusione.
C. Virgil Gheorghiu, Dalla venticinquesima ora all'eternità (10/07) ****.
L'autore è un pope ortodosso rumeno, nonché poeta. Discende da una famiglia dove a memoria di uomo tutti i maschi abili sono stati dei pope. Quando gli dissero che non avrebbe potuto diventare un pope anche lui, scelse la seconda professione che più avvicina a Dio e decise di diventare un poeta. In questo libro descrive la figura di suo padre: una icona vivente, cioè un simbolo che permette agli uomini di vedere Dio.
Quattro stelle per un libro poetico e profondamente spirituale, una meditazione sulla figura del sacerdote che raccomando a tutti, soprattutto ai sacerdoti.

La firma dell'uomo

«L'UOMO DIFFERISCE dall'animale non solo di grado. Ed eccone la prova: se dico che il più primitivo degli uomini ha disegnato una scimmia dico una banalità; se dico che la più intelligente delle scimmie ha disegnato un uomo, sospettate che vi prenda in giro. (...) L'arte è la firma dell'uomo.»
Gilbert K. Chesterton, The Everlasting Man

30 aprile 2008

Semplicità

Chiedo scusa a chi legge abitualmente queste note: già da un po' le sto trascurando. Temo che sarà così ancora per qualche tempo, perché mi trovo assorbito da altro. Intanto, per tenere vivo il blog, trascrivo un pensiero di Eric-Emmanuel Schmitt, per il quale ringrazio Alberto.

«CREDO CHE ci sia bisogno di molta padronanza e di molto abbandono per osare la semplicità. Si de­ve rinunciare a stupire gli imbecilli, i pedanti, gli ac­culturati, tutti quei personaggi che si sentono giu­dici e che riescono a riconoscere un talento solo se è carico di complesse sofisticazioni, che identifica­no l'intelligenza solo se non capiscono qualcosa, e nella noia inconfessabile che provano individuano il genio. Rivendicandosi colta, sottolineando a ogni istante le sue origini e le sue ambizioni culturali, l'arte pretenziosa guadagna facilmente il favore di cervelli che si credono seri. Invece colui che avan­za seminudo, armato solo della propria grazia e di un sorriso, rischia di incorrere nel disprezzo dei censori.

Ci vuole una dose maggiore di lavoro e di mo­destia per ottenere un'arte che sia chiara, evidente.»
(La mia storia con Mozart, p. 89).

Rileggete la citazione mettendo personalità al posto di arte e la cosa diventa ancora più interessante. Che c'entra l'immagine? C'entra, c'entra...

08 marzo 2008

Ancora McCarthy

HO CEDUTO alle insistenze. Questa volta ci si sono messi in due: uno mi ha lasciato il libro sulla scrivania (bello nuovo: irresistibile!), l'altro me ne ha cantato le lodi in tutti i modi. Insomma, dopo l'arrabbiatura di Non è un paese per vecchi sono tornato a leggere un altro romanzo di Cormac McCarthy: La strada. Molto interessante!

Ambientazione post apocalittica: qualche anno dopo una non meglio precisata catastrofe, i pochi sopravvissuti si aggrappano alla vita in un continuo rovistare tra case abbandonate – e già saccheggiate –, dove ogni persona che si incontra potrebbe essere un cannibale pronto ad ucciderti. Un padre già allo stremo delle forze tira avanti finché può per proteggere il figlioletto, senza particolari speranze oltre a quella di sopravvivere ancora per un giorno.

Un romanzo così è una metafora: due vivi che si aggirano in un mondo di morti, perché anche gli altri vivi moralmente sono già morti. Il padre ripete al figlio, per fargli coraggio, "Noi portiamo il fuoco": negli altri il fuoco si è già spento, in lui no perché ha suo figlio, e nel figlio nemmeno, perché ha il padre (e quel "fuoco" fra i due: ricorda niente?) E in un mondo "morto" la vita è fatta di "cose" (ce ne sono tantissime nel romanzo, lo si potrebbe leggere come un catalogo degli oggetti riscoperti), che servono a stento per sopravvivere, ma che non sono ciò di cui abbiamo veramente bisogno; perché la vera necessità sono gli altri, quei "buoni" riguardo ai quali il bambino a volte si interroga: ce ne saranno ancora, o solo noi siamo "i buoni" in un mondo di cattivi?

Quando troveranno una scorta abbondante di tutto quello che gli serve, la loro strada non si ferma lì. È solo una tappa per riprendere fiato, ma non ci si può fermare troppo a lungo, e le tante cose non servono se non si possono portare con sé. Solo un carrello della spesa pieno dell'indispensabile e un telo di plastica per ripararsi dalla pioggia e di nuovo sulla strada.

E alla fine, in sordina, quello che manca è Dio. Una notte il bambino chiede di lanciare un razzo segnalatore, trovato in un relitto di barca, con la speranza che possa essere visto anche da molto lontano. Il padre indovina: da chi vuoi farti vedere, da Dio? E il ragazzo capirà l'amore di Dio a partire dalla incondizionata abnegazione di suo padre. E forse Dio ha ricevuto il segnale...

Ancora: il padre è giusto, ma spietato, perché è in gioco la protezione di suo figlio. Dice (e si dice) che è il suo compito ricevuto da Dio: chi prova a farti del male io lo ammazzo. Il figlio sa compatire e mitiga la durezza del padre, e per la sua intercessione il padre diventa misericordioso. Quando dice al figlio (riporto a memoria): non puoi farti carico di tutti. Il figlio risponde: e invece sì. Anche questo, forse, ci ricorda qualcosa, no?

25 febbraio 2008

Non è un paese per... buoni

Da tempo avevo intenzione di appuntare due idee sul romanzo Non è un paese per vecchi di Cormac McCarthy. I quattro premi Oscar assegnati al film mi fanno finalmente decidere.

La trama (tranquilli, niente spoilers!) è quella di un inseguimento a tre: un poliziotto "buono" – di quelli che soffrono per le cose brutte che sono continuamente costretti a vedere – che insegue un killer spietato, ai limiti dello psicopatico, che a sua volta insegue uno che ha messo il naso – e anche le mani – dove non doveva. Il tutto con molti morti, molto sangue e una crudezza psicologica che lascia senza fiato.
Mi dicono che l'autore è un credente, che il messaggio vuole essere positivo. Di buono ci trovo i diversi spunti a favore del matrimonio, presentato come ciò che dà senso e sostegno alla vita. Inoltre, più o meno ad ogni capitolo, c'è un intermezzo con le considerazioni del poliziotto che sono sempre molto sagge (una è quella dell'abbeveratoio, che ho già riportato).

Ma sull'altro piatto della bilancia va messo tutto il negativo, ed è molto. Provo a spiegarmi.
1. Il male viene compiuto con molta serietà ed abnegazione, mentre i "buoni" tendono a stare a guardare dispiaciuti. Fanno, sì, quello che possono, ma è poco e si trovano abbastanza impotenti. Il mondo è dei cattivi e i buoni non possono farci nulla.
2. Il caso ha un ruolo dominante nella storia, minandola nella sua struttura. Si capisce che c'è un messaggio, però la narrativa ha le sue esigenze, e se le svolte importanti di una storia avvengono per caso, quella non è una storia e il lettore si indispone.
3. Alcuni eventi negativi della storia sono gravemente crudeli verso il lettore. Ci sono personaggi veramente belli e uno ci si affeziona. Ma una volta che ci si è affezionati non si tollera che succedano certe cose.
4. Certe efferatezze sono proprio di cattivo gusto, da splatter movie, come l'arma preferita dal killer o momenti in cui si ferma compiaciuto a osservare i particolari che segnano lo scomparire della vita nelle sue vittime.

Una cosa è certa: uno conclude la lettura arrabbiato con l'autore. Arrabbiato perché niente va come vorremmo, perché scrive maledettamente bene, perché ci ha tenuti incatenati per tutto il tempo ad una storia che ci fa soffrire tutto il tempo.

Il romanzo può piacere ad alcuni e veramente sono indeciso se consigliarlo o sconsigliarlo; ma il film temo che sarà del tutto improponibile.

18 febbraio 2008

L'Africa vista dall'Africa

UNA SCOPERTA davvero sorprendente. Un romanzo divertente, positivo, ricco di buon senso, ma soprattutto... africano!
In un certo senso l'autore è africano: Alexander McCall Smith è nato e cresciuto in Zimbabwe (più esattamente bisognerebbe dire Rhodesia, come precisa il protagonista di Blood diamond, almeno perché così si chiamava quando lui ci è nato e cresciuto). Questo me lo rende particolarmente simpatico. Trasferitosi in Scozia per l'università, è rimasto lì e fa il professore universitario – medicina legale: l'ideale per uno che scrive polizieschi – ma è anche uno scrittore di successo da quando ha inventato il personaggio della signora Precious Ramotswe, una grassa matrona del Botswana che di mestiere fa l'investigatrice privata.
Quello che mi piace è che i personaggi sono africani con "complesso di superiorità". Per loro noi europei siamo dei poveretti che non conoscono le buone maniere, non sanno vivere (per esempio pensano che sia meglio essere magri, poveretti!) e, soprattutto, non hanno la fortuna di abitare nel posto più bello del mondo! (e condivido tutte e tre le opinioni).
Per fare qualche esempio (riferisco a memoria, magari poi farò qualche citazione): Freud è un professore importante, non credo del Sud Africa, più probabilmente inglese, secondo il quale il problema principale è che i bambini vogliono troppo bene alla loro mamma. E questa è un'idea evidentemente assurda, perché è una cosa buona che i bambini vogliano bene alla loro mamma, ma evidentemente nessuno ha dato retta a questo signore perché nonostante tanti anni di sue insistenze, i bambini continuano a voler bene alla mamma, almeno in Botswana, grazie a Dio, è così.
Insomma, un libro molto divertente e in più scopro ora che è in offerta a 5 euro. Lo consiglio caldamente, soprattutto a quelli che, come me, hanno un debole per il Continente Nero.
Alexander McCall Smith, Le lacrime della giraffa, RL Libri 2006.

19 gennaio 2008

Una promessa dentro al cuore

TRASCRIVO da Non è un paese per vecchi di Cormac McCarthy:

Quando uscivi dalla porta sul retro di quella casa, da un lato trovavi un abbeveratoio di pietra in mezzo alle erbacce. C'era un tubo zincato che scendeva dal tetto e l'abbeveratoio era quasi sempre pieno, e mi ricordo che una volta mi fermai lí, mi accovacciai, lo guardai e mi misi a pensare. Non so da quanto tempo stava lí. Cento anni. Duecento. Sulla pietra si vedevano le tracce dello scalpello. Era scavato nella pietra dura, lungo quasi due metri, largo suppergiú mezzo e profon­do altrettanto. Scavato nella pietra a colpi di scalpello. E mi misi a pensare all'uomo che l'aveva fabbricato. Quel paese non aveva mai avuto periodi di pace particolarmente lunghi, a quanto ne sapevo io. Dopo di allora ho letto un po' di li­bri di storia e mi sa che di periodi di pace non ne ha avuto proprio nessuno. Ma quell'uomo si era messo lí con una maz­za e uno scalpello e aveva scavato un abbeveratoio di pietra che sarebbe potuto durare diecimila anni. E perché? In cosa credeva quel tizio? Di certo non credeva che non sarebbe mai cambiato nulla. Uno potrebbe anche pensare questo. Ma se­condo me non poteva essere cosí ingenuo. Ci ho riflettuto tan­to. Ci riflettei anche dopo essermene andato da lí quando la casa era ridotta a un mucchio di macerie. E ve lo dico, se­condo me quell'abbeveratoio è ancora lí. Ci voleva ben al­tro per spostarlo, ve lo assicuro. E allora penso a quel tizio seduto lí con la mazza e lo scalpello, magari un paio d'ore dopo cena, non lo so. E devo dire che l'unica cosa che mi viene da pensare è che quello aveva una sorta di promessa dentro al cuore. E io non ho certo intenzione di mettermi a scavare un abbeveratoio di pietra. Ma mi piacerebbe essere ca­pace di fare quel tipo di promessa. È la cosa che mi piacereb­be piú di tutte.

12 gennaio 2008

Citazione


I Classici leggono noi
molto più di quanto noi leggiamo loro

G. Steiner, citato da Lele.

08 gennaio 2008

Emozione di libri

Uno dei blog che visito ogni tanto si chiama Pensare in un'altra luce. Qualche settimana fa riportava un brano di Amos Oz (per me ancora uno sconosciuto, ma penso di informarmi) che mi ha causato una forte emozione. Il brano lo trovi qui.

Per i pigri — ma vale la pena leggere il brano — riassumo che si tratta del ricordo di quando l'autore, bambino, ricevette da suo padre uno spazio nella biblioteca di casa per metterci i suoi libri. Fu una vera iniziazione intellettuale all'età adulta. Soprattutto perché, quando suo padre vide che aveva allineato i suoi pochi libri in un banale ordine di grandezza, si affrettò a fargli una lezione sulla "biblioteconomia personale", sul fatto, cioè che uno dei piaceri di possedere libri è la possibilità di ordinarli (e riordinarli) sui tuoi scaffali.

So che questo ad alcuni potrebbe non dire granché, ma se è vero quello che già riportavo sulla nostalgia indefinita di cui parla C.S. Lewis, che per ognuno scatta per certe cose in particolare... beh, questo brano per me ha provocato un discreto "scatto" (altro che! un vero è proprio groppo in gola). Mi ha ricordato di quando, bambino delle elementari, andavo ad aiutare mamma nella biblioteca della sua scuola, di cui si era accollata la responsabilità per puro amore dei libri; quando frugavo la biblioteca di casa mia nei suoi reconditi più nascosti, per scoprire meraviglie come la Divina Commedia illustrata dal Dorè, i vecchi libri delle edizioni economiche del ventennio, con le pagine tagliate a mano dal primo lettore (e che soddisfazione quando trovavo pagine ancora da tagliare: quel libro rimasto intatto per decenni solo per me!), lo spazio infinito dei volumoni della Treccani (prima edizione, naturalmente) sfogliati per terra sul tappeto della mia stanza...

Potrei andare avanti per molte pagine. Mi tornano in mente un paio di passi di Calvino, ma ne parlerò più avanti per non dilungarmi. Intanto, grazie Amos Oz e grazie giuba47 (autrice del blog).

07 gennaio 2008

Libri letti 2 (agosto-ottobre 2007)









Riguardo ai libri che leggo ho deciso di fare così: quando finisco un libro lo aggiungo all'elenco nella barra laterale; quando l'elenco si fa troppo lungo tolgo i titoli più vecchi e li commento in un post. Non so se interessi a nessuno quello che penso delle mie letture, ma sto trovando molto piacevole ritornare a freddo su un libro letto qualche mese prima. Sul momento sono troppo emotivo: o bellissimo o da buttare. Ritornarci, invece, aiuta. Come il secondo incontro con una recente conoscenza.


Ecco allora il mio secondo elenco (l'elenco precedente lo trovi qui).

William Shakespeare, Hamlet (10/07) ***.
Ci ho provato: ho letto Hamlet in originale e con l'aiuto di un Cliff Notes (sospetto sia una specie di Bignami di alto livello). Dopo una lettura così uno vorrebbe dire qualcosa di intelligente, ma non mi viene nulla. Ho capito meglio le ambiguità del personaggio, combattuto tra pensiero e azione, tra audacia e prudenza, amore e odio; dicono che tutti ci riconosciamo in Amleto perché tutti siamo un po' contraddittori. Temo di avergli fatto torto per averlo letto troppo discontinuamente, o forse dovrei ammettere che è superiore alle mie forze.
C.S. Lewis, Il grande divorzio. Un sogno (10/07) ****.
In forma di romanzo fantastico, Lewis espone le sue idee sull'aldilà. Immagina che all'inferno ci sia la fermata di un autobus che porta in cielo. Qualsiasi anima può scegliere di prendere quell'autobus e andare a vedere com'è il paradiso, con la possibilità di rivedere le proprie scelte. Se sceglie di rimanere, l'esperienza precedente è stata soltanto un purgatorio. Ma non è facile cambiare il proprio modo di essere e rinnegare tante scelte precedenti.
Si apprezza particolarmente dopo aver letto i capitoli su paradiso e inferno in The problem of pain.
Veramente straordinario per la profondità con cui esamina tanti diversi tipi umani che noi conosciamo (e in cui ci riconosciamo) offrendo allo stesso tempo una lettura piacevolissima. Lo consiglio caldamente!
C.S. Lewis, The problem of pain (10/07) ***.
La cosa migliore che ho letto finora sul problema della sofferenza. Spesso confuso con il più famoso Diario di un dolore, ma questo è un saggio di molto anteriore. Senza giri di parole, si pone la domanda che va dritta al problema: «Se Dio è buono e onnipotente, perché permette che le sue creature soffrano?».
Autentici capolavori i due capitoli sul paradiso e sull'inferno. Interessante che dedichi un capitolo alla sofferenza degli animali.
Jean Galot, Il Cuore di Cristo (10/07) ***.
L'autore è uno di quei teologi che riescono a "far parlare" la Scrittura. Non mi piacciono quei libri di spiritualità che pur di suscitare buoni sentimenti nel lettore finiscono con l'inventare cose belle ma del tutto prive di fondamento. Qui viene svolta una riflessione molto accurata per raccogliere e "spremere" per bene tutti gli indizi a nostra disposizione sui sentimenti di Gesù. Particolarmente belli i primi capitoli sui sentimenti di Cristo verso Dio Padre e verso sua Madre. Un po' meno frizzante il resto.

Nick Hornby, Non buttiamoci giù (9/07) **.
La notte di capodanno quattro persone hanno la stessa idea di andare sul tetto del palazzo dei suicidi, famoso nella loro città, per farla finita. Il contrattempo di trovarsi con altri fa saltare il progetto e così i quattro decidono di darsi un mese di tempo per riconsiderare la cosa insieme.
Divertente, con qualche sprazzo di saggezza, ma scontata. Niente di che.

Vladimir Solov'ëv, Il significato dell'amore (8/07) ***.
Il grande filosofo russo medita sul posto che occupa l'amore nella nostra vita. Dopo una premessa "fenomenologica" un po' noiosa (con nozioni di etologia, credo, discutibili), passa a spiegare perché l'amore è essenziale per la piena realizzazione dell'uomo. In questo è quasi esagerato, sembra dire che l'uomo può sperare di essere felice solo per mezzo di un amore di tipo coniugale. Nessun altra cosa (nemmeno l'amore di Dio?) può costituire una via alternativa. Questa seconda parte mi ha entusiasmato. Poi svolge la sua idea in varie conseguenze e torna ad essere un po' pesante. Dicono che abbia influenzato tutti gli autori russi del suo tempo.

Patricia McKillip, La città di luce e d'ombra (8/07) ***.
Storia del continuo dialogo tra la parte visibile e la parte invisibile di una città. Splendida ambientazione fantasy-rinascimentale, con una corte raffinata e intrigante circondata da una città lugubre e decadente di bassifondi e di miseria. Un principe che potrebbe aspirare al trono ma preferisce disegnare; una madre disposta a tutto per salvare il suo bambino dalle trame del potere; una bambola di cera che inghiotte un cuore e diventa una donna; una maga senza scrupoli che conosce tutto della città e delle sue ombre di un passato secolare. E molti passaggi segreti.
Ottimi ingredienti per un romanzo che alla fine però risulta più raffinato che avvincente.
Con questo titolo si concludono le mie incursioni nel premio letterario della Mythopoeic Society. Purtroppo con poche soddisfazioni.

15 ottobre 2007

Libri letti (da agosto 2007)








La lista dei libri letti (nella barra laterale) sta diventando un po' troppo lunga. Così ho pensato di riversare qua i titoli più vecchi, magari con due righe di commento, se mi va. Lo aggiornerò di tanto in tanto, ma senza creare un nuovo post.

Erri De Luca, Tu, mio (8/07) ***
Romanzo poetico per una vicenda sentimentale decisamente strana. Mi ha colpito la descrizione di come l'innamoramento "vero" – non per gioco – faccia crescere il protagonista, ma questa vicenda interiore è sbilanciata dalla controparte di una donna che non cerca veramente l'amore, ma i suoi sogni, letteralmente servendosi del ragazzino innamorato. Deludente anche la conclusione.
Se non fosse per questi due nei, si sarebbe meritato un asterisco in più. Altri commenti qui.
J.K. Rowling, Harry Potter and the Deathly Hallows (7/07) ****
Letto tutto d'un fiato, con grande trepidazione per il timore che potesse finire in una delusione. Invece soddisfa pienamente tutte le (mie) aspettative, facendone probabilmente il volume più bello della saga. Altri commenti qui.
Neil Gaiman, Anansi boys (7/07) *
Avevo scoperto Susanna Clarke perché vincitrice di un premio dal nome curioso (Mythopoeic award) e che ha qualcosa a che vedere con Tolkien e Lewis quindi pensavo fosse molto interessante. Così sono andato subito a vedere qualche altro vincitore e mi sono imbattuto in questo autore, che mi suonava solo in quanto coautore con Terry Pratchett (che è un grande!).
Il romanzo, purtroppo, non è un granché. Un giovane e posato professionista americano trapiantato a Londra scopre due cose entrambe per lui difficili da credere: la prima è di avere un fratello gemello, la seconda è che il loro padre è Anansi, una divinità africana. Gli succederanno diverse cose divertenti e improbabili, mentre va convincendosi sempre più che è tutto vero.
Susanna Clarke, Jonathan Strange & il Signor Norrell (7/07) ***
Piacevolissima scoperta nella mia ricerca di fantasy alternativo. Opera prima di una donna matura, in stile romanzo ottocentesco (alla Jane Austen, per intenderci) con uno spassosissimo humor britannico. Quando ho iniziato a consigliarlo in giro mi sono però accorto a) di essere più sensibile della media allo humor britannico e b) che la storia è proprio lenta. Si perde un po' nelle descrizioni e quando qualche volta ha delle trovate brillanti per la trama, le butta lì come se non le interessassero.
Joseph Conrad, La linea d'ombra (6/07) ***
Come sempre Conrad è misterioso. Descrive magistralmente la situazione di vita sospesa di una nave bloccata in mare in attesa del vento che non arriva mai. È la lotta di un uomo contro forze non definite, quei momenti della vita in cui ti sembra che tutto sia contro di te o che tutto vada storto. Bello, ma mi aspettavo di più. Altro qui.
Sue Monk Kidd, La vita segreta delle api (5/07) ***
Storia di una ragazzina che, per fuggire alla vita miserevole cui la costringe il padre, approda nella fattorie di tre sorelle apicultrici e molto sagge. Romanzo di maturazione, dal forte simbolismo. Secondo me il tema è la ricerca della "madre" che c'è in ogni donna, ed ho sempre sul desktop il file di un articoletto che avrei voluto scrivere per spiegare la mia lettura. Magari un giorno mi decido a finirlo...

04 agosto 2007

Tu, mio

Primo dopoguerra. Come ogni anno un sedicenne trascorre le vacanze su un'isola vicino Napoli, ma quest'anno si sente diverso: non ha voglia di stare con i suoi coetanei, si impegna ad imparare il mestiere dei pescatori locali e, quando gli è consentito, segue il gruppo di un suo cugino più grande dove però, essendo lui più piccolo, si trova ignorato da tutti.
Una delle ragazze grandi, una straniera che ha perso i genitori durante la guerra, si accorge di lui perché in molte cose le ricorda suo padre e nasce uno strano e intensissimo rapporto a tre, tra lei, il ragazzo ed il ricordo del padre defunto. E il ragazzo si trova a crescere in fretta, assaporando quasi tutte insieme le esperienze del lavoro duro, dell'amore, della paternità e dell'ingiustizia.

La storia potrebbe sembrare banale, solo un po' strana, e a volte un po' sdolcinata. Ma da una parte c'è la sensibilità poetica di Erri De Luca che la arricchisce continuamente di splendide intuizioni sulla nostra umanità. E dall'altra c'è quel titolo...
Perché non posso fare a meno di pensare che "Tu, mio" è quello che Dio dice ad ogni anima, e nasce un rapporto che è nuovo eppure durava da tanto tempo, e ci si scambiano nomi segreti che solo gli interessati conoscono. E tra i due nasce un amore molto serio, e gli altri sembrano tutti troppo infantili e incapaci di capire, e i loro amori sono solo giochi d'estate. E cambia il rapporto con il padre, con il lavoro, con i coetanei...

«Io ho provato amore, amore largo, uno strappo sugli anni, ho provato le età che mi aspettano fino a un affetto e una tenerezza da adulto per una figlia piccola. Tu, tuo padre, avete dato un compito nel mondo a me, un ragazzo imbambolato, ammutolito di asprezze».

Erri De Luca, Tu, mio, Feltrinelli 2003, 116p.

25 luglio 2007

Harry Potter VII

Questa notte ho finito Harry Potter VII. Grande soddisfazione.
Sono riuscito ad evitare ogni contatto con notizie, anticipazioni ecc. e mi sono potuto godere l'evolversi della storia senza disturbi - e lo stesso auguro a tutti.
Mi è piaciuto molto: una trama avvincente ma chiara, ricco di azione, con i personaggi sempre più delineati e, oserei dire, con qualcosa di più rispetto ai volumi precedenti.
Per fare qualche esempio: gli eroi - che rimangono eroi - non sono né superuomini, né privi di difetti o colpe; i cattivi non sono tutti ugualmente cattivi - ci sono i cattivi cattivi, i cattivi stupidi, i cattivi incerti, i cattivi ancora capaci di un momento di compassione e, ovviamente, anche i cattivi pentiti.
Una espressione dovuta alla lingua inglese, mi è piaciuta molto: il confronto tra selfishness (egoismo) e selflessness (altruismo, lett. mancanza di sé). Ovviamente, dare la vita per gli altri è la massima espressione di altruismo (chissà se la Rowling aveva presente quel dare la vita per i propri amici...).
Bello, bello, bello.