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07 luglio 2008

Lavatrice

Older than the time of chronometers, older
Than time counted by anxious worried women
Lying awake, calculating the future,
Trying to unweave, unwind, unravel
And piece together the past and the future,
Between midnight and dawn, when the past is all deception,
The future futureless, (...).

T.S. ELIOT, Four Quartets 3: The Dry Salvages.

Prima del tempo dei cronometri, prima del tempo misurato da donne ansiose e preoccupate che giaciono sveglie a calcolare il futuro, cercando di disfare, dipanare, sbrogliare e poi ricomporre il passato e il futuro, fra mezzanotte e l'alba, quando il passato è tutto un inganno e il futuro impossibile.

AI TEMPI del liceo, se una persona era molto appiccicosa veniva soprannominato Bostik (ah, e nel gergo romano attuale si dice che si accolla). Allora eravamo troppo spensierati per conoscere invece il Whirlpool. Occhio, perché solo pochi sono immuni al morbo di Whirlpool e bisogna difendersene.

Il malato di questo morbo ha la testa come il cestello di una lavatrice: piena zeppa di pensieri, progetti, preoccupazioni che rimescola continuamente. Avete presente la lavatrice? Ciuk, ciuk, ciuk, quattro giri in un verso, e poi, ciuk, ciuk, ciuk quattro giri nell'altro. Solo che i panni, così rimestati, diventano puliti (talvolta un po' più piccoli, talaltra di un altro colore, ma di solito puliti).

I pensieri, invece, a rigirarli si complicano;
i progetti si indeboliscono;
preoccupazioni, timori ecc. si ingigantiscono
e non si risolvono i problemi, salvo rarissime illuminazioni.

Il pensiero-lavatrice è da fuggire come prima avvisaglia di questo morbo pericolosissimo: chi non reagisce subito si trasforma in un Whirlpool, incapace di qualsiasi azione, salvo agitarsi molto (ma restando dov'è) quando parte la centrifuga, e a quel punto si rischia il ricovero.

L'immagine che ho scelto non è una lavatrice (complimenti a chi l'ha notato!): è una foto della galassia a spirale M51, e in inglese si dice whirlpool galaxy (che poi vuol dire "vortice", non spirale). Mi pare che questa forma sia dovuta ad un buco nero al centro che risucchia tutto verso di sé, ed è proprio questo il problema delle personalità Whirlpool.

10 giugno 2008

Capisci Kandinsky?

NON MI INTENDO di arte, eppure questo quadro di Kandinsky mi affascina (si chiama Composizione VIII del 1923). Ieri stavo cercando tutt'altro e me lo sono ritrovato lì che campeggiava sotto il titolo di una pagina della Rai. Non ho potuto fare a meno di fermarmi un momento ad ammirarlo. E, come altre volte, l'amico del computer affianco ha fatto un sorrisino di sufficienza e ha borbottato qualche parola di irrisione.

È che qui ci vuole qualche secondo in più per superare il disprezzo sbrigativo del saccente e capire che l'artista non ti sta prendendo in giro. Quello ci scriveva dei libri (Punto, linea, superficie per esempio) sul rapporto tra due linee inclinate, una curva o un colore; per lui non erano scarabocchi.

Salto indietro di qualche anno: mostra di Kandinsky al Palazzo delle Esposizioni; alcuni amici tra cui Piero, l'"artista" e sapiente del gruppo. Giriamo con calma le sale, osserviamo attentamente, cercando di cogliere qualcosa, un indizio, un messaggio... Se qualcosa riuscivamo a cogliere era l'imbarazzo dei visitatori, che si sentivano obbligati a mostrarsi all'altezza ma ne capivano quanto noi (e con meno impegno, direi). I cartelloni dicevano poco o nulla; i titoli dei quadri ben poco significativi.

Finita l'ultima sala, Piero torna indietro. Sappiamo che ci conviene seguirlo. Al centro della sala, fermo, si guarda intorno in silenzio. Conoscevamo bene i suoi silenzi e per noi erano molto promettenti.

Lentamente inizia a ragionare tra sé e sé, sottovoce, mettendo insieme i pezzi. "Questi equilibri instabili, queste linee di fuga. I colori che si confrontano. Qui c'è musica, lì c'è equilibrio... Si vede che sta sperimentando, ma sta dicendo qualcosa? Che le immagini sono anche suoni? Perché quel quadro lì è chiaramente un concerto; e in quell'altro c'è un movimento ritmato...". Intorno a noi si era radunata una piccola folla. Non era una lezione preconfezionata, Piero non l'avrebbe mai fatto. Pensava con noi, ci portava con sé nelle sue scoperte.

E adesso questo quadro mi dice diverse cose: mi dice che la realtà, come certa arte, non si presta a interpretazioni sbrigative. Ci vuole attenzione, curiosità, pazienza. E mi dice che le persone sono sempre capolavori, anche se a volte difficili da capire, e che si fa presto a mettere etichette, ma che non ci guadagniamo molto facendolo.

E oggi, modestamente, sarei anche capace di dare qualche spiegazione sul quadro, ma non era questo l'obiettivo del post.

07 maggio 2008

La firma dell'uomo

«L'UOMO DIFFERISCE dall'animale non solo di grado. Ed eccone la prova: se dico che il più primitivo degli uomini ha disegnato una scimmia dico una banalità; se dico che la più intelligente delle scimmie ha disegnato un uomo, sospettate che vi prenda in giro. (...) L'arte è la firma dell'uomo.»
Gilbert K. Chesterton, The Everlasting Man

30 aprile 2008

Semplicità

Chiedo scusa a chi legge abitualmente queste note: già da un po' le sto trascurando. Temo che sarà così ancora per qualche tempo, perché mi trovo assorbito da altro. Intanto, per tenere vivo il blog, trascrivo un pensiero di Eric-Emmanuel Schmitt, per il quale ringrazio Alberto.

«CREDO CHE ci sia bisogno di molta padronanza e di molto abbandono per osare la semplicità. Si de­ve rinunciare a stupire gli imbecilli, i pedanti, gli ac­culturati, tutti quei personaggi che si sentono giu­dici e che riescono a riconoscere un talento solo se è carico di complesse sofisticazioni, che identifica­no l'intelligenza solo se non capiscono qualcosa, e nella noia inconfessabile che provano individuano il genio. Rivendicandosi colta, sottolineando a ogni istante le sue origini e le sue ambizioni culturali, l'arte pretenziosa guadagna facilmente il favore di cervelli che si credono seri. Invece colui che avan­za seminudo, armato solo della propria grazia e di un sorriso, rischia di incorrere nel disprezzo dei censori.

Ci vuole una dose maggiore di lavoro e di mo­destia per ottenere un'arte che sia chiara, evidente.»
(La mia storia con Mozart, p. 89).

Rileggete la citazione mettendo personalità al posto di arte e la cosa diventa ancora più interessante. Che c'entra l'immagine? C'entra, c'entra...

12 aprile 2008

Un meccanismo sconosciuto

PAROLE CHE UN AUTORE uomo fa dire ad un suo personaggio donna:

Per la maggior parte delle donne a questo mondo ci sono gli uomini ridotti ad un meccanismo di necessità per la vita pratica, per la soddisfazione delle proprie esigenze e bisogni. Un uomo vale per quello che praticamente può offrire a una donna, non solo col denaro, ma anche con la persona. Quante sono le donne curiose di sapere che cosa sia un uomo? Perché parla in un certo modo? Perché sente e agisce in un altro? Perché una cosa gli piace e l'altra no? Sono fatti che vengono accettati ciecamente, respingerli non è possibile, purché non urtino troppo l'esplicazione della propria attività, quasi non valesse la pena di approfondirne la causa. Perché ama e perché a un certo momento non ama più? Come nascono, vivono e muoiono in lui certi sentimenti, passioni, gusti, la cui rivelazione costituisce una sorpresa, generalmente sgradita? Un uomo è quello che risponde alla soddisfazione delle proprie esigenze, in testa alle quali è sempre la vanità. Il giorno che quell'uomo non risponde più, si presenta un problema insolubile, la donna ha vicino un meccanismo guasto di cui non conosce il funzionamento per potervi riparare, e neppure per rendersi conto del perché. Da quel giorno, due esseri destinati a vivere insieme dovranno sistemare ciascuno per proprio conto un'esistenza, come due isole fra le quali non esisterà una relazione vera e possibile.

Aldo Palazzeschi, I fratelli Cuccoli (1948), 314s.

Maschilista? Provate a rileggere il brano scambiando i generi e la cosa funziona lo stesso. Riprovate ancora eliminando i generi, facendo riferimento solo a "persone", e la cosa ancora funziona abbastanza, salvo l'implicito riferimento al matrimonio e a quelli che oggi chiameremmo divorziati in casa.

Quando lasciamo che nei nostri rapporti con gli altri prevalga l'egoismo, l'altro diventa "opaco", difficile da capire; indecifrabile perché noi non siamo disposti a fare la fatica di decifrarlo. "Esigenze e bisogni" sono diversi per ciascuno, ed erano un po' diversi sessant'anni fa rispetto ad oggi, ma ci si riduce sempre ad utilizzare l'altro.

Una cosa, sì, è diversa rispetto ai tempi di Palazzeschi: lui parla di "fatti accettati ciecamente", oggi la tendenza è a "rifiutare ciecamente". Comunque ciecamente: senza voler capire. E si diventa isole, incapaci di relazioni vere e durature.

PS. Nota l'immagine: può anche essere un bel meccanismo, ma se rimane sconosciuto...

29 marzo 2008

Felice?

IERI PARLAVO in una lezione dal tema (imposto!) molto stimolante: Chiedimi se sono felice. Mi rifacevo a quello spirito inquieto che fu S. Agostino, che diceva "Ci hai fatti per te e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te". Inquieto. Così inquieto che cerchiamo incessantemente qualsiasi cosa che possa calmarci la fame.

Abbiamo fame di affetto, di comprensione, di sicurezza... di tutte quelle cose buone che troviamo negli affetti veri. Intendendo, più o meno nell'ordine: genitori e figli, fratelli e famiglia, veri amici, amore "romantico" quando va bene.

Mentre facevo l'elenco delle cose belle, quelle importanti per vivere, quelle che impariamo ad apprezzare se abbiamo la fortuna di crescere in una famiglia dove ci si vuole bene, di avere veri amici, di trovare – sul serio, però – il "grande amore"... vedevo le facce di fronte a me che si illuminavano. E la sintonia con l'uditorio è pericolosa, perché ho iniziato ad espandere l'argomento, a fare esempi, ad approfondire.

Ho provato a definire una sorta di graduatoria delle cose importanti, e proponevo tre categorie: al primo posto accoglienza e comprensione; al secondo, approvazione e sostegno; al terzo, fedeltà e sicurezza. (Chissà se siete d'accordo: mi piacerebbe ricevere qualche riscontro).

Ma la lezione continuava e io dovevo ritornare alla dura realtà. Dovevo dire: sappiamo tutti che queste cose non sono facili da trovare, e che tante volte restiamo delusi. È stato come uno schiaffo: ho visto tristezza, dolore e credo anche qualche traccia di rabbia. Gli occhi mi dicevano: ma come? ci stavi facendo volare così alto e adesso ci tiri giù? Ci distruggi il castello da fiaba che tu stesso avevi costruito per noi?

La reazione mi ha fatto pensare: è così vera questa fame, che a toccare i tasti giusti a tutti si risveglia il languore. E allo stesso tempo, tutti siamo impauriti dalla paura di non farcela, di non trovare il "cibo" di cui abbiamo bisogno. Così impauriti che non vogliamo pensarci alla possibilità di fallire. Amiamo tutti le "fiabe" – anche se le diverse età e i diversi temperamenti consumano diverse forme di evasione – e siamo tutti prontissimi a dimenticare tutta l'infelicità che vediamo intorno a noi perché ci fa paura.

Un po' diverso è il discorso quando si tratta di infelicità dentro di noi, ma la storia della mia lezione non ha seguito questa piega. Ve lo racconterò in un post successivo. Resistete.

08 marzo 2008

Ancora McCarthy

HO CEDUTO alle insistenze. Questa volta ci si sono messi in due: uno mi ha lasciato il libro sulla scrivania (bello nuovo: irresistibile!), l'altro me ne ha cantato le lodi in tutti i modi. Insomma, dopo l'arrabbiatura di Non è un paese per vecchi sono tornato a leggere un altro romanzo di Cormac McCarthy: La strada. Molto interessante!

Ambientazione post apocalittica: qualche anno dopo una non meglio precisata catastrofe, i pochi sopravvissuti si aggrappano alla vita in un continuo rovistare tra case abbandonate – e già saccheggiate –, dove ogni persona che si incontra potrebbe essere un cannibale pronto ad ucciderti. Un padre già allo stremo delle forze tira avanti finché può per proteggere il figlioletto, senza particolari speranze oltre a quella di sopravvivere ancora per un giorno.

Un romanzo così è una metafora: due vivi che si aggirano in un mondo di morti, perché anche gli altri vivi moralmente sono già morti. Il padre ripete al figlio, per fargli coraggio, "Noi portiamo il fuoco": negli altri il fuoco si è già spento, in lui no perché ha suo figlio, e nel figlio nemmeno, perché ha il padre (e quel "fuoco" fra i due: ricorda niente?) E in un mondo "morto" la vita è fatta di "cose" (ce ne sono tantissime nel romanzo, lo si potrebbe leggere come un catalogo degli oggetti riscoperti), che servono a stento per sopravvivere, ma che non sono ciò di cui abbiamo veramente bisogno; perché la vera necessità sono gli altri, quei "buoni" riguardo ai quali il bambino a volte si interroga: ce ne saranno ancora, o solo noi siamo "i buoni" in un mondo di cattivi?

Quando troveranno una scorta abbondante di tutto quello che gli serve, la loro strada non si ferma lì. È solo una tappa per riprendere fiato, ma non ci si può fermare troppo a lungo, e le tante cose non servono se non si possono portare con sé. Solo un carrello della spesa pieno dell'indispensabile e un telo di plastica per ripararsi dalla pioggia e di nuovo sulla strada.

E alla fine, in sordina, quello che manca è Dio. Una notte il bambino chiede di lanciare un razzo segnalatore, trovato in un relitto di barca, con la speranza che possa essere visto anche da molto lontano. Il padre indovina: da chi vuoi farti vedere, da Dio? E il ragazzo capirà l'amore di Dio a partire dalla incondizionata abnegazione di suo padre. E forse Dio ha ricevuto il segnale...

Ancora: il padre è giusto, ma spietato, perché è in gioco la protezione di suo figlio. Dice (e si dice) che è il suo compito ricevuto da Dio: chi prova a farti del male io lo ammazzo. Il figlio sa compatire e mitiga la durezza del padre, e per la sua intercessione il padre diventa misericordioso. Quando dice al figlio (riporto a memoria): non puoi farti carico di tutti. Il figlio risponde: e invece sì. Anche questo, forse, ci ricorda qualcosa, no?

Pigrizia congenita


COME PROMESSO ecco la traduzione del post di Monasterio.

Maria (non è il suo vero nome) è all'ultimo anno delle superiori e tra pochi mesi affronterà l'esame di ammissione all'università. È la prima volta che parliamo. Simpatica e chiacchierona, ma quando tocchiamo i temi importanti diventa triste e un pelino solenne.

—Tu adesso hai 17 anni, le dico. Immagina te stessa... diciamo a 37 anni, cioè venti anni più vecchia: nel migliore dei tuoi sogni, come ti vedi?

Maria ci pensa un po'; giocherella con un orecchino d'argento e inizia a snocciolare i suoi sogni. Lentamente, con prudenza, come se avesse paura di entusiasmarsi.
—Cavoli, non saprei. Nel migliore dei miei sogni... mi vedo sposata...
—Con figli?
—Sì, quattro o cinque... anche di più.
—E per marito pensi già a qualcuno?
Maria ride.
—Beh, magari... no, non glielo dico.
—E poi?
—Dirigo un grande studio di architetti.
—Vuoi dire che ti piacerebbe costruire edifici?
—Sì... grandi torri di cristallo.
A questo punto prende slancio:
—Però abiterei in una grande villa di un solo piano, con giardino, due cani, piscina, idromassaggio...

—Bene. Adesso torniamo alla realtà: ovviamente farai architettura...
—No. Penso di studiare pubblicità o turismo o cose del genere.
L'espressione di Maria è diventata molto triste. Coglie il mio gesto di sorpresa e mi spiega:
—È che ci vuole una media altissima e io sono pigra da morire.
—Però proprio scema non mi sembri...
—In effetti quando studio prendo buoni voti, però la psicologa mi ha detto di cercarmi qualcosa di leggero, perché mi stresso facilmente...

E così Maria ha una psicologa. Devo proprio essermi rincretinito. Sì, perché io non trovo in Maria nessun problema psicologico o emozionale, a parte quelli normalmente derivanti dalla sua condizione di figlia unica, troppo viziata da suo padre e con troppi euro in tasca.

—E non pensi che sforzandoti un po'...?
—Guardi, non posso recuperare ora quello che non ho fatto in tutto l'anno.
—Questa l'ho già sentita: te l'ha detto tua madre?
—No, la psicologa.

Ho una gran voglia di dirle di mandare a quel paese la psicologa, perché quella frase è tanto vecchia quanto falsa: quello che non hai fatto ad ottobre puoi farlo a febbraio, a marzo o ad aprile. Maria è schiacciata dalla rassegnazione, si è arresa al pessimismo più radicale. Le sembra impossibile cambiare: "io mi conosco", si ripete continuamente. E insiste col dire che è pigra, che lo è sempre stata, "pigra congenita", come uno è biondo o bipede.

Mi torna in mente la mia adolescenza. Dio mi scampi dal rimpiangere un qualsiasi tempo passato, però a 17 anni io e i miei amici volevamo mangiarci il mondo. Ovviamente avevamo paura, però ci vergognavamo di ammetterlo. E pensavamo sinceramente che il futuro era nostro.

Perché ci sono tanti ragazzi sconfitti prima ancora di iniziare a lottare? È tutta colpa della scuola, o c'è dell'altro?

28 febbraio 2008

Nel migliore dei tuoi sogni

ANTICIPO SUBITO l'dea centrale di un post di Monasterio che, ancora una volta, merita la traduzione (ma ora non posso: se non resisti alla curiosità e capisci lo spagnolo, lo trovi qui).

A colloquio con una alunna di 17 anni gli viene l'idea di farle questa domanda: «Immaginati tra vent'anni, quando ne avrai 37, nel migliore dei tuoi sogni: come ti vedi?».

Una domanda che fa spiegare le ali: nel migliore dei tuoi sogni, come ti vedi? Mi piace perché così ci vuole il Signore: ottimisti, ambiziosi (nel bene), avventurosi. Dio ci ha creati per vivere l'avventura della nostra libertà accompagnati dal Suo amore. Perché ripieghiamo le ali?

Tu, lettore, che dici? Com'è il migliore dei tuoi sogni?

Quanto alla ragazza, saprete la sua risposta quando mi deciderò a tradurre il post... Pazienza!

05 febbraio 2008

Un'immagine per pensare

QUESTA FOTO l'ha scattata Giulia; se guardate il suo blog (pensare in un'altra luce) si capisce che pensa per immagini; anche il nome del blog lo dice. A volte riflette su una sua foto, altre volte — come questa — è il pensiero che chiama l'immagine.

Un ponte — più probabilmente il camminamento sul muro di una diga — che si perde nella nebbia. Simbolo dell'andare verso l'ignoto. Lei lo usa per dire addio ad una persona cara, e con parole davvero commoventi (le trovi qui), rese più dolorose da una prospettiva solo terrena (almeno, così mi pare).

Ma quando ho visto l'immagine, prima di aver letto il testo, ho pensato che volesse essere una metafora del nostro rapporto con gli altri. Ogni volta che ci apriamo a qualcuno ci mettiamo in cammino verso un ignoto: varrà la pena? corrisponderà? mi farà del male? Eppure è una strada che non possiamo rinunciare a percorrere.

Le mie preghiere, e un ricordo speciale nella Messa di domani (Mercoledì delle Ceneri, con il suo "Memento, homo..."), per Giulia e per l'anonimo defunto.

19 gennaio 2008

"Educazione" sessuale

Mi ero proposto di andarci piano con le citazioni di Monasterio, anche perché al momento avrei molte più cose da postare di quante ne riesco a scrivere. Ma c'è un concorso di fattori: lui mi provoca citando me nel suo blog, io sono rimasto senza "clienti" perché i ragazzi sono andati a giocare a pallone, e poi questo articolo meritava proprio di essere tradotto!

Come al solito, cerco di non fare post troppo lunghi, quindi il testo completo in italiano lo trovi qui. Si tratta di una nonna che spiega al nipote come fu la
sua educazione sessuale. Qui sotto un paio di "chicche".

Sono convinta di aver ricevuto una educazione sessuale di prim'ordine.
Come prima lezione mi regalarono quattro fratelli e tre sorelle... Non so se capisci quanto questo sia importante. (...)

Se qualcuno ti regalasse un gioiello, lo custodiresti nel tuo portagioie. E se fosse di grande valore lo metteresti in cassaforte, non lo tratteresti come un gingillo qualsiasi, no? (...)

E capivamo —questa era la grande lezione— che questo amore doveva esprimersi in un ambito intimo, sacro, nel quale nessuno, nemmeno noi figli, poteva intromettersi.

16 gennaio 2008

Ignorantia felix

BEATA PRESUNZIONE del liceale che, forse per la prima volta, si trova a sapere veramente qualcosa e, serenamente ignaro dell'immensità di ciò che ancora non conosce, si gloria di quella briciola di verità come se avesse già conquistato il mondo!

Lunedì scorso Tommaso affrontava sicuro un uditorio di una cinquantina di suoi compagni sul tema dell'esistenza di Dio, convinto di essere ben preparato per aver letto una ventina di pagine. E io, quanti libri ho letto per arrivare a non saperne abbastanza?

Prime settimane di scuola: "Sa che abbiamo una prof che è proprio matta? Pensi che dice che gli elfi esistono veramente ".
"E tu, che ne sai?", sono tentato di rispondere, mentre mi vengono in mente vari possibili significati dell'affermazione della presunta "matta". Ma il buon senso mi impone di sorridere e limitarmi a un generico "Pensa tu!".

12 gennaio 2008

Citazione


I Classici leggono noi
molto più di quanto noi leggiamo loro

G. Steiner, citato da Lele.

23 dicembre 2007

Natale: un haiku

ERANO I GIORNI di Natale e cercavo un'ispirazione. Mi sta succedendo ogni anno: predico, predico, ma non sempre arriva qualcosa per me, per il mio Natale. Quella volta erano successe diverse cose, pensavo di aver avuto idee brillanti, ispirazioni utili ecc. ecc. Poi, guardando un presepe molto semplice – solo le figure essenziali, però a grandezza naturale – lo sguardo mi è caduto sul bue.

La tranquilla posa tradizionale, lo sguardo fisso sul bambino – e non intelligente come quello della mucca nella foto – mi hanno fatto capire e mi è venuto da ridere di me stesso. Io che penso tanto, e magari mi contrario se non mi viene un'idea di mio gusto, e lui, sereno, che si limita a contemplare, senza niente di speciale da dire, però sta lì, nel posto giusto.

Allora ho composto questo haiku (chi mi conosce sa che è il massimo di poesia che mi riesco a permettere, perché richiede più abilità che arte; qualche spiegazione la trovi qui), che offro a tutti come mio biglietto di auguri per quest'anno.


e nella grotta
rumina lento il bue
la sua preghiera.

Con i miei auguri di un santo Natale molto centrato sul vero protagonista, che si è fatto bambino per essere sempre vicino a te.

27 novembre 2007

A ciascuno la sua storia

Anni fa uscì un film, si intitolava Smoke e forse era sponsorizzato da qualche industria del tabacco, che mostrava tante piccole storie che si intrecciavano intorno ad un negozio di tabacchi. Voleva dire che la vita è fatta di tanti piccolissimi eventi, trascurabili se presi singolarmente, ma che alla fine sono la nostra vita, quindi non del tutto trascurabili. "Come una sigaretta", potrebbe dire un fumatore. Questa idea veniva presentata all'inizio del film con la domanda: "Si può pesare il fumo di una sigaretta?" (La risposta è geniale, quindi non ve la dico!)
Mi tornava in mente questo film perché alla fine delle numerose piccole storie, uno dei protagonisti – uno scrittore che da tempo non riusciva più a scrivere – annuncia ai suoi amici che una rivista gli ha chiesto di scrivere una storia di Natale, e lui non sa che cosa dire. È curioso perché, dopo aver seguito tante storie, lo spettatore risponderebbe: "Che stupido! Ma se hai l'imbarazzo della scelta!", e invece nel film sono "costretti" ad inventarsene una; a conferma della tesi che la vita è fatta di tante storie, così piccole che uno rischia di non accorgersene.

Già, ma tutto questo non spiega perché mi tornava in mente Smoke. La "provocazione", ancora una volta, mi è venuta dal blog di Monasterio. In un post recente immagina degli amici che si rivedono dopo tanti anni e ognuno ha la sua storia da raccontare; ma quello che nel frattempo è diventato sacerdote ne ha moltissime più di tutti, perché ha vissuto come sue le innumerevoli storie delle tante persone che ha seguito in quegli anni. Bello, no? Ancora una volta i commenti dei lettori sono entusiasti e commossi.

Beh, devo dire che io sono rimasto incerto. Primo, perché la storia è un po' troppo "esplicita": il sacerdote timido, che parla per ultimo, che dice la sua nel modo più paradossale possibile... bello, sì, ma... non so, sarà perché mi sento coinvolto, ma non mi soddisfa. Farsi carico degli altri non significa vivere la loro vita; è bellissimo, appassionante, faticoso... ma è diverso. E poi – forse per questo mi sono ricordato di Smoke – raramente uno è consapevole di tutte le "storie" che sta vivendo. Se qualcuno gli chiedesse "dai, raccontaci una storia delle tante che hai visto", forse, come lo scrittore del film, non saprebbe che pesci prendere.

Il sacerdote di Monasterio conclude dicendo "La mia biografia è irrilevante", cosa che ha suscitato qualche commento in disaccordo ("Sono sicuro che non è così", "Anche lui avrà avuto le sue avventure personali" ecc.). Penso che la parola sia esatta: irrilevante, non inesistente. Il sacerdote ha la sua storia ed è grandemente arricchita dalle molte e ricche relazioni con tante persone.
Che ve ne pare?

11 novembre 2007

Biffi e il digiuno "laico"

Da Zenit.org ricevo un brano tratto dall'ultimo libro del card. Giacomo Biffi. Ho pensato di ricopiarne alcune frasi. Il passo completo si trova qui. Il capitolo è dedicato ad una figura che da Gandhi in poi appare ripetutamente nella storia degli uomini: il "Grande Digiunatore".

Il Grande Digiunatore non si accontenta di non mangiare per suo estro, nel segreto della sua casa o addirittura in località deserta (come Gesù Cristo): egli fa del suo digiuno un manifesto di propaganda. Non si astiene dal cibo per ragioni sue, ascetiche o sanitarie o di estetica personale: mette la sua rinuncia al servizio di qualche importante causa umanitaria.

Sarà perché non ho avuto il dono di un'estrazione borghese (e sono stato abituato a rispettare e a temere la fame) o perché sono incline a non fidarmi facilmente degli eroismi gratuiti, ma il Grande Digiunatore non ha mai riscosso le mie simpatie. (...)

Le iniziative tipiche del Grande Digiunatore sono in fondo di natura ricattatoria: si tenta con esse di estorcere, attraverso una forma specifica di violenza psicologica e morale, un consenso, una complicità, un adeguamento comportamentale; in certi casi addirittura un provvedimento legislativo e di governo. E questo non è accettabile. L'eventuale valore della tesi, che così si vuole imporre, non attenua affatto l'odiosità del procedimento. Né il convincimento soggettivo maturato in buona fede può costituire una scusante.(...)

Il Grande Digiunatore non si abbassa mai a spiegare ai "piccoli", che rapporto ci sia tra la sua "laica" penitenza e la bontà della causa che egli intende promuovere. (...) La sua è dunque una richiesta di assenso e di condivisione, sollecitata non con la forza di argomentazioni ineccepibili, ma con un metodo che esula da qualsivoglia razionalità. Anzi, la pressione per convincere, esercitata sugli animi, tende a debilitare le menti attraverso la nebbia delle emozioni e della pietà. (...)

Forse qui è il caso di ricordare l'osservazione di Chesterton: «Coloro che usano la ragione non la venerano, la conoscono troppo bene; coloro che la venerano non la usano».

02 novembre 2007

"Predestinazione"

Il solito Berlic ha postato un suo pensierino sui defunti (lo trovi qui) ed è scoppiato un putiferio. "Se esiste l'aldilà", e "noi che ne sappiamo?" ecc. E poi sono finiti a discutere (le discussioni sono una cosa terribile: si ricomincia sempre daccapo) sugli argomenti soliti contro l'esistenza di Dio, in particolare il problema della predestinazione o prescienza divina.

L'argomento è più o meno: se Dio sa tutto, sa anche chi andrà in paradiso e chi all'inferno. Allora come può essere un Padre buono, se permette che esistano figli suoi di cui sa già che andranno all'inferno?

Ho messo il titolo tra virgolette, perché in realtà non è corretto parlare né di predestinazione né di prescienza in Dio. Per usare queste categorie e, soprattutto, per proporre l'argomento del Padre buono, si fa un gioco molto scorretto, perché in parte si dice che Dio è fuori dal tempo, ma in parte ce lo si mette.

Si dice: se Dio sa già che uno finirà all'inferno, allora perché lo crea? "Lo sa già" quando? "Lo crea" quando? È vero, il tempo è una creatura e Dio ne è fuori, quindi "vede" lo sviluppo temporale della nostra esistenza in un'unica visione, tutto insieme, e non sappiamo come. Ma per lo stesso motivo non c'è un momento in cui Dio delibera la nostra esistenza, non è che prima pensa ad una possibile persona, poi "vede" che svolgimento avrà la sua vita, poi la crea con un intervento che si colloca all'inizio dell'esistenza temporale di quella persona. Se è fuori dal tempo è fuori dal tempo. Niente prima e poi. Crea (realmente libero), vede, ama tutto in un unico atto. Solo dal nostro punto di vista tutto questo avviene nel tempo, ha uno svolgimento. Per questo si può dire che ci ha scelti "dall'eternità", "prima del tempo".

Boh, chissà se si capisce. Per me, la prima volta che l'ho sentito, è stato un ragionamento illuminante. Mi piacerebbero i vostri contributi. Voi come spiegate queste cose nelle vostre discussioni?

23 ottobre 2007

Contro chi?

Scambio due chiacchiere con un amico. So che anche a lui piace la filosofia e allora vado su un tema di sicuro gradimento:
- Ho iniziato a leggere un libro sulla filosofia analitica.

Mi guarda stupito:
- Filosofia analitica? Non è un tema un po' strano?
- Beh, sì, gli spiego. È proprio un tema di cui sono molto ignorante, ma il prof. Laborda ha avuto la gentilezza di mandarmi una copia del libro che ha appena pubblicato sull'argomento...

Adesso cambia espressione. Finalmente ha capito.
- Ah, allora è un libro contro la filosofia analitica!

Accidenti. Non ha capito né il prof, né me, né — temo — la filosofia.

(E se mi leggesse il protagonista dell'episodio — immagino che si riconoscerebbe — devo aggiungere un chiarimento: lui pensava che fosse un'altra cosa, una corrente molto criticabile. Ma io ho difficoltà a sopportare i libri "contro", il pensiero "contro" ecc. e lo stesso credo che valga per il prof in questione).

22 ottobre 2007

Quel Paradiso perduto...

Riporto un commento di Sofrosyne (che ringrazio) al post sul Paradiso perduto. Appena ho un po' di tempo vorrei sviluppare l'argomento, intanto posso soltanto dire di essere d'accordo con lui, in particolare sull'Ainulindalë (e grazie per averlo scritto con la dieresi, come si deve). L'idea di Papini è bella e affascinante, ma non pretende di essere vera... Purché non diamo la colpa al traffico!

Riconosco una bella immagine, però mi trovo un po' in difficoltà ad accettare che ogni disastro naturale, sofferenza non imputabile al peccato dell'uomo in maniera diretta (malattia, dolori del parto, fatica, ...) sia un velo sui nostri occhi. Ovvero che non siano 'reali' ma solo una 'cattiva interpretazione' della realtà.

Il mondo che conosciamo è un ricordo di quell'idea originale che Dio aveva per noi: ogni cosa buona e bella di questo mondo (e sono moltissime) sono riflesso di quella bontà e bellezza che riconosciamo di Dio. Ci parla di Dio, come dice anche il Salmo 19 con parole molto più belle delle mie. Tutto ciò che invece c'è di male, (a parte quella direttamente imputabile ad azioni umane) come gli esempi che citavo prima, sono invece segno che questo mondo è la storpiatura di un idea originale. Il Peccato Originale è l'origine di quella storpiatura. Il Paradiso terrestre è la idea originale.

Ogni idea di velo è sempre indice di un allontanamento dalla realtà: il peccato pone un velo tra noi e Dio, se è vero che tolto il velo potremo vedere la bontà e grandezza di Dio, non ci può negare la realtà delle moltitudini che soffrono. Con i Suoi occhi, además, potremo vedere il volto dei nostri fratelli. E tendere la mano, come ha fatto con noi. Tolto il velo, non vedremo il nostro mondo come il Paradiso, ma vedremo con gli occhi di Dio. Il mondo si rivela nella sua interezza, buona e cattiva. Ma finché dura il Tempo, la storpiatura rimane. Solo quando terminerà il Tempo, Dio rigenererà ogni cosa, 'nuovi cieli' 'terra nuova' (Is 65,17; Is 66,22; Pt II 3,13; e altri probabilmente?).

Non è un'idea mia, ma che condivido. Se vuoi una bellissima immagine, la mia preferita e una tra le più commoventi immagini della creazione, leggi l'Ainulindalë, il primo capitolo del Silmarillion, Tolkien. È probabile che lo abbia già letto. Lì, in maniera molto poetica, viene descritta la creazione del mondo. Mi pare, mutatis mutandis, una bellissima interpretazione della creazione.

Sofrosyne

20 ottobre 2007

Il tuo posto in Cielo

Nel suo The problem of pain (in italiano Il problema della sofferenza, che non è il più famoso Diario di un dolore), Lewis dedica l'ultimo capitolo a parlare del Cielo e dice una cosa che mi è piaciuta molto. Così mi sono preso la briga di cercare l'edizione italiana per poter condividere quelle pagine. Le trovate qui.
Per farvi venire voglia di leggerle (e superare l'impatto negativo della modesta traduzione) provo a riassumere le tre idee principali:

1. Ognuno di noi porta in sé l'attrazione verso qualcosa di non definibile, di cui riconosce il riflesso in tante cose che lo appassionano (e spesso solo lui e non altri), ma che non sono mai esattamente quello che cerca. Questo desiderio sempre insoddisfatto è diverso per ogni uomo — è «la firma segreta di ogni anima» —, solo parzialmente comunicabile e parzialmente condivisibile con gli altri, e solo Dio può soddisfarlo.

È un argomento che Lewis usa in altre opere per dimostrare l'esistenza di Dio a partire dall'osservazione del desiderio profondo che ciascuno di noi porta dentro. Lo chiama argument by desire ed è molto bello perché può essere molto coinvolgente. Ma qui non vuole dimostrare l'esistenza di Dio, casomai vuole sottolineare una conseguenza di questo argomento, ed è il secondo punto.

2. Ognuno di noi ha un diverso desiderio di Dio, perché è nato per combaciare con una particolare dimensione dei «contorni infiniti della sostanza divina». Dice Lewis che altrimenti non si spiegherebbe l'esistenza di più di un individuo umano. «Il tuo posto in Cielo ti sembrerà fatto su misura per te e per te soltanto, perché sei stato creato per occuparlo — punto per punto come un guanto è stato fatto per la mano».

3. Ognuno è predisposto per cogliere nella beatitudine un diverso aspetto di Dio, e in Cielo farà quello che fa ogni artista sulla terra: ricorrerà a tutto il suo talento per cantare agli altri le bellezze che gli riempiono l'anima. «L'attività, sempre efficace ma mai completa, di ogni anima per comunicare alle altre la sua esclusiva visione (e servendosi di mezzi al cui confronto l'arte e la filosofia di questo mondo non sono che rozze imitazioni) è uno dei motivi per cui Dio crea tanti individui diversi» (traduzione mia, non ho resistito).