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Lovely Rita (1)

STAMATTINA ALLA RADIO intervistavano un importante personaggio italiano che compie un gran numero di anni (auguri!). Mentre ascoltavo quella voce impastata che ci regalava qualche briciola della sua antica saggezza, mi sono venute in mente una scenetta e due considerazioni. Inizio dal faceto e lascio le considerazioni per un prossimo post.

* * *

L'anziano malato affrontava l'ultimo travaglio con la dignità e il coraggio che avevano caratterizzato tutta la sua vita. Al capezzale il suo unico figlio e, a rispettosa distanza, la nuora. Ormai alternava brevi momenti di coscienza a sempre più lunghi periodi di torpore. Ad un tratto si rivolge faticosamente al figlio.

— Figlio mio, voglio chiederti una cosa.
— Di' pure, papà.
— Prima di andarmene vorrei che tu facessi una cosa molto importante.
— Tutto quello che vuoi, papà.
— Ti chiedo di fare un giuramento.

Il figlio è sorpreso, ma l'affetto per suo padre è sincero e profondo. Scambia un'occhiata stupita con la moglie, ma non esita ad acconsentire.

— Metti la tua mano qui, sul mio cuore, e ripeti con me: "Io giuro..."
— Io giuro.
— "su quanto ho di più caro..."
— Su quanto ho di più caro.
— "e per tutta la vita..."
— E per tutta la vita.
— "di non..."
— Di non.
— ...

— Papà!
— Eh?
— Di non...?
— Ah, sì. "Di non sbarandinare..."
— "Sbarandinare"??
— Sì, sì: "non sbarandinare le blastucce".
— Ma, papà...
— È importante...
— Sì, ma...
— Ti prego, figlio mio...
— Senz'altro, papà, ma...
— Piuttosto... piuttosto protonorfo.
— Papà, non capisco...

Ma un ultimo prolungato sospiro pone fine a questa conversazione.

* * *


P.S. Scusate la cattiveria.

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Racconto africano

MI SONO CIMENTATO in un racconto africano. Lo trovate qui.

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Titì, tiititì

Puglisi Letterio, di anni settantadue, maresciallo marconista in pensione, si trovava a Düsseldorf in visita a suo fratello, emigrato nel dopoguerra e ormai definitivamente integrato, con moglie e figli del tutto tedeschi. E proprio per poter chiacchierare liberamente nel loro dialetto, senza il disagio degli sguardi imbarazzati dei loro familiari tedeschi, avevano deciso di andarsi a prendere una birra in un vicino locale.
Angolino discreto, gran voglia di ricordare i vecchi tempi, con il piacevole sottofondo di un’orchestrina jazz. Letterio trova curioso che il cantante negro, con la sua voce calda e roca, stia sussurrando con trasporto una canzone… in tedesco! Ma non ci pensa più di tanto e dà la stura alle chiacchiere con il fratello.
I tempi della guerra si alternano alle notizie del paese, ricordi di ragazzate richiamano le successive vicende dei loro coetanei: matrimoni nascite morti. La musica di sottofondo si adatta straordinariamente alla trama dei racconti; sentimentale ma non sdolcinata, animata, con una vena di malinconia. Soprattutto il ritmo della batteria, con il titì tiititì della spazzola sul piatto, si sposa bene al crepitìo veloce della lingua natale.
Rievocano una terribile litigata della loro giovinezza, forse la più furiosa, sicuramente la prima ad avere per oggetto una ragazza. Già, quella che di lì a poco si imbarcò con tutta la famiglia. Se non fosse andata così, magari finiva male tra noi due.
Ma lei come si chiamava? chiede il fratello.
Letterio indugia un momento, giusto mentre la batteria scandisce con il suo ticchettìo A-N-G-E-L-I-N-A. Eh sì, era proprio Angelina.
Letterio ha un sussulto: come lo sapeva il batterista? Che c’entra il batterista?
Per Letterio, dopo una vita trascorsa al radiotelegrafo, i ticchettii sono lettere. Non deve proporsi di decifrarli, li sente direttamente come lettere e parole; come la gente legge un’insegna per strada, senza bisogno di analizzare il profilo di ogni lettera. E il tamburellare fitto della batteria ricorda proprio quelle trasmissioni morse che ascoltava per giornate intere.
Letterio spiega al fratello e i due ci ridono su, come di una curiosa coincidenza. Riprende la conversazione, aumenta l’intimità, aiutata anche dalle dimensioni generose dei boccali di birra tedeschi. Si finisce a parlare di come il fratello si è sistemato bene in Germania, dell’affetto per la moglie, le vicende dei figli. Poi la domanda che non andava fatta: non ti ho mai chiesto perché non ti sei mai sposato. Ma non è più una domanda imbarazzante, purtroppo Letterio ha dovuto rispondere mille volte a questo tipo di curiosità e ormai lo fa quasi in automatico, quasi senza sentire il dolore. Parla di trovare quella giusta, che meglio soli che con la donna sbagliata, che ne ha visti tanti rovinarsi la vita per aver scelto male, che se a suo fratello è andata bene è piuttosto un’eccezione…
Il batterista-telegrafista ritma di nuovo A-N-G-E-L-I-N-A in quel linguaggio che solo Letterio può capire. L’anziano uomo lo sente e interrompe il suo discorso. Gli occhi lucidi.

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Indifferenza

In un momento di follia, ho buttato giù un brevissimo racconto. Fedele al proposito di non annoiare con post troppo lunghi, riporto qui solo l'inizio. Il racconto intero lo potete trovare su materiale grezzo.

ALADINO SI GUARDÒ INTORNO stupito. Qualcosa di insolito se l’aspettava pure, ma non di ritrovarsi così: al centro di… “questo”.

Gli mancavano le parole, i concetti, per afferrare la sua situazione. Si trovava in piedi su una superficie bianca, liscia ma non scivolosa, perfettamente piana ed estesa in tutte le direzioni. All’infinito. Nessuna irregolarità, nessun rilievo, nemmeno una sfumatura di colore… nulla. E nessun oggetto: nessuna pianta, nessun animale, nessuna presenza umana, nemmeno qualche traccia di una presenza. Un immenso spazio vuoto, un panorama impeccabilmente uniforme. Ovunque guardasse, la linea dell’orizzonte descriveva una perfetta circonferenza bianca, lì dove quel perfetto pavimento bianco lasciava il posto al grigio del cielo.

Anche il cielo, perfettamente uniforme. Una leggera foschia gli conferiva un aspetto grigio chiaro, assolutamente uguale dappertutto. Avesse voluto orientarsi con il sole non gli sarebbe stato possibile: in nessuna direzione si notava una maggiore o minore luminosità che permettesse di indovinare la posizione dell’astro. La luce proveniva da tutta la volta in ugual modo. Ovviamente il suo corpo non proiettava alcuna ombra.

Decise di sondare fino in fondo quella assurdità. Si sedette in terra, a gambe incrociate, stese le braccia nella posizione della meditazione, chiuse gli occhi e respirò a fondo. Lentamente. Senza fretta iniziò ad ascoltare il suo corpo: non sentiva né freddo né caldo, né nell’aria immobile intorno a sé, né in alto – perché nel deserto invece lo senti il sole che di giorno ti brucia sulla pelle e quello stesso calore, di notte, te lo senti succhiare via dal cielo gelido – né dal basso, nella perfetta neutralità di quella strana superficie su cui poggiava.

Annusò l’aria: nessun odore, nessun aroma. Provò a ricordare il salmastro del mare, l’odore pungente di uomini e animali accaldati, tutte le varietà di aromi e di lezzi della città. Un campo dopo la mietitura, la sabbia umida del deserto alla prima pioggia, un’oasi in primavera… Si era disposto a riconoscere anche il più remoto accenno di un profumo, ma: niente.

Provò allora ad ascoltare. Immaginò di estendere la sua attenzione sempre più distante. Avrebbe potuto udire il respiro di una lucertola a un tiro di sasso, il fruscio di una foglia, il battito di qualsiasi cuore, oltre al suo che percepiva quasi assordante. Ancora niente; solo la consapevolezza della propria presenza.


Continua qui.

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Sapiente?

UN APOLOGO forse un po' demente, che ha bussato alla mia immaginazione mentre leggevo il discorso del Papa a Ratisbona (vedi sotto).

Dopo un viaggio di tre settimane, il prof. More, grande etnologo di Oxford, ha finalmente raggiunto lo sperduto villaggio di Kamdurk nel Tibet. Sa di essere il primo studioso a visitare il villaggio rivelatosi solo di recente in quanto patria dei migliori scalatori di ghiaccio del mondo. Nonostante le difficoltà di comunicazioni ha avuto modo di far annunciare la sua visita e sa di essere atteso dal capo del villaggio.

Nel brevissimo tragitto attraverso le poche case ha modo di notare una cosa ben strana: tutti gli abitanti camminano a quattro zampe, con i ramponi da ghiaccio fissati ai rozzi scarponi e appoggiando le mani su quegli attrezzi che più che una picozza si direbbero dei ramponi con maniglia, già noti agli appassionati proprio per l'utilizzo che ne fanno gli scalatori di Kamdurk.

Oyu Dawa, capo del villaggio, dopo i rituali abbracci e baci, lo invita ad accomodarsi in terra sulla pelle di yak che una donna ha appena disteso per lui. Il prof. More è venuto con molte domande a cui vuole trovare risposta, ma l'educazione vuole che sia il padrone di casa ad iniziare la conversazione, quindi estrae il suo taccuino e aspetta.

"Tu grande sapiente?"
"Be', io sono un professore universitario... sì, io sapiente".
"Di dove tu?"
"Insegno ad Oxford, nel Regno Unito".
"Regno unito di Adaxfod... mai sentito. Dove?"
Il professore ha passato tutta la sua vita a barcamenarsi in dialoghi di questo tipo. E qui parlano persino un po' di inglese, per cui questa conversazione non lo scompone minimamente.
"Molto lontano", spiega. Il capo sorride sdentanto.
"Ah, io stato! Io andato Delhi: molto lontano".

Ormai la conversazione è avviata e il professor More non è più costretto a rimandare le sue domande. Per cui attacca:
"Voi camminate tutti con i ramponi?" Ha già osservato che dentro casa sono tutti scalzi, ma c'è un paio di ramponi a portata di mano e il professore li indica con gesto espressivo, temendo che Oyu possa non conoscere il termine.
"Raponi per camminare. Noi cammina con raponi".
"Sì, ma i ramponi servono per il ghiaccio. Perché li usate anche in paese?"
"In paese ghiaccio".
"Io non ho visto del ghiaccio in paese. Forse c'è in inverno, ma ora no".
"Ora no ghiaccio. Dopo ghiaccio. Raponi bene su ghiaccio. Ora terra e legno. A Delhi visto strade di pietra: raponi non bene su pietra".
"Ah, quindi almeno sulla pietra vi togliete i ramponi".
"Raponi bene per camminare, pietra non bene per camminare: noi togli pietra, no raponi ".

Lo studioso ne ha sentite tante nella sua carriera, ma questa assurdità proprio non riesce a mandarla giù.
"Ma non vede che avete invertito l'ordine delle cose? È vero che sul ghiaccio si cammina bene con i ramponi, ma non è l'unico modo di camminare e dove non c'è ghiaccio si cammina meglio senza. E poi, guarda un po', dentro casa non usate i ramponi, no?"
"Dentro casa non camminare, dentro casa non raponi. Fuori casa raponi sì".
"Ma così vi limitate da soli. Dovreste pensare a che cosa serve all'uomo e cosa non serve".
"Questo punto importante: cosa serve a uomo? Tu sapiente: tu dire. Cosa volere Dio per uomo?"

Al professore scappa un sorriso di superiorità. Come sono ingenui questi selvaggi!
"Se mi chiedi di Dio, non ho nulla da dire. Non sono sicuro che si possa dire qualcosa su Dio e, tutto sommato, non credo che esista".
Oyu Dawa, in tutta la sua lunga esperienza di anziano e capo villaggio, non ha mai sentito dire una sciocchezza simile. Eppure è sicuro di aver capito bene. Scoppia in una sonora risata.
"Tu non sapiente se tu non sapere dire di Dio. Io mandare nostri sapienti in tuo regno di Adaxfod e loro insegnare voi Dio. Poi insegnare anche come camminare".

P.S. due frasi di Benedetto XVI a Ratisbona (12/9/2008):
«Se la scienza nel suo insieme è soltanto questo, allora è l'uomo stesso che con ciò subisce una riduzione. Poiché allora gli interrogativi propriamente umani, cioè quelli del "da dove" e del "verso dove", gli interrogativi della religione e dell'ethos, non possono trovare posto nello spazio della comune ragione descritta dalla "scienza" intesa in questo modo».

«Superiamo la limitazione autodecretata della ragione a ciò che è verificabile nell'esperimento, e dischiudiamo ad essa nuovamente tutta la sua ampiezza».

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Poteva essere

POTEVA ESSERE la storia di un grande gladiatore.

Fu il primo pensiero dell'istruttore quando lo vide. Il fisico c'era e, sedicenne, si sarebbe sviluppato ancora un po'. E poi c'era lo sguardo e tutto l'atteggiamento: sveglio, sicuro, determinato.

E poi era libero. I giochi erano così amati da tutti che succedeva a volte di trovare qualche giovane libero deciso a cimentarsi. Raramente però andavano oltre qualche allenamento e qualche combattimento amichevole. Ma lavorare sul serio con un ragazzo libero,veramente deciso a diventare un gladiatore... l'istruttore sapeva che poteva essere una bella soddisfazione.

E questo qui era scappato di casa, e per essere sicuro era venuto fin qui, lontanissimo dai suoi, perché non potessero mai più ritrovarlo. Sì, poteva essere la storia di un grande gladiatore.

L'istruttore lo mise alla prova. Un breve combattimento per vedere da che livello si partiva. Se la cavava benino, ma soprattutto mostrava agilità, intuito, intelligenza. C'era talento. Davvero poteva essere la storia di un grande gladiatore. Forse molto grande. Di quelli che si ricordano.

Decise di prenderlo.

Finché starai con me sarai per tutti un mio schiavo. Per tua garanzia ti scrivo una patente di liberazione, ma se la mostri o ne parli con chiunque, sei immediatamente fuori. Ti tratterò in tutto come gli altri schiavi. Gli allenamenti sono duri e a turno dovete fare anche tutti gli altri lavori. Se ci stai e ti impegni penso che in un paio di anni sarai pronto per fare la tua figura nell'arena.

Un paio d'anni? Ma io so già combattere, tu lo hai visto. Io non voglio rammollirmi nella tua palestra come uno stupido figlio di senatore. Gladiatori si diventa rischiando e uccidendo, non giocando con i compagni.

Tu entrerai in campo quando lo dico io, oppure te ne puoi andare anche subito.

Accettò. Ma i rapporti non furono buoni. Il talento c'era, ma anche tanto orgoglio. E non perdeva occasione per tornare a chiedere di andare nell'arena.

Non passarono molte settimane che l'istruttore perdesse la pazienza. Il ragazzo meritò uno punizione e la punizione fu "ai giochi". Una punizione secondo l'istruttore, una punizione anche secondo gli altri schiavi. Per lui invece era il grande momento. Sarebbe diventato un grande gladiatore.

L'avversario fece una mossa scorretta. Una vera vigliaccata. Il pubblico lo avrebbe insultato, e lo sapeva. Avrà pensato che "meglio insultato e vivo...". La carriera dell'aspirante gladiatore si esaurì in quei pochi minuti.

Poteva essere la storia di un grande gladiatore...

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Graffi quotidiani

Il parcheggio del centro commerciale non offriva nemmeno un posto libero, ma Roberto non si perse d’animo. Dopo anni di frequentazione conosceva le dinamiche di quel centro come se fosse una parte di casa sua e sapeva bene che di prima mattina molti clienti erano sbrigativi quanto lui, gente che passa da lì per un acquisto al volo prima di entrare in ufficio. Bastava fermarsi in un punto da dove si vedeva la gente in uscita dai negozi, fare il classico cenno per dire “Sta andando via?” e seguire la persona fino all’auto, per prenderne il posto che lasciava.

Anche oggi come previsto: due, tre minuti di attesa, ecco un giovane elegante, dal passo nervoso... Sì, sta andando via. Roberto lo segue, mette le doppie frecce e accosta appena oltre l’auto di lui per consentirgli la manovra. Roberto non è frettoloso, e poi proprio ora sta ascoltando la sua canzone preferita; per quanto lo riguarda il giovane nervoso potrebbe fare con tutta calma.

Osserva la manovra nel retrovisore, poi guarda ancora dal finestrino il veicolo che scivola via – bella la nuova Skantra – e ancora mentre imbocca l’uscita. Ingrana la retromarcia, si volta indietro per la manovra... e inchioda. Appena in tempo per non urtare l’auto che gli sta rubando il posto!

Il buon umore di Roberto si incrina leggermente. Lo faccio? Sì, lo faccio. Scende e va incontro alla persona che sta giusto uscendo dalla macchina. Una signora già oltre la mezza età, dall’aria distinta, cappottino verde fuori moda e una faccia da brava donna che ti aspetteresti di trovare all’ingresso della parrocchia; di certo non sul "luogo del delitto".

– Scusi, forse non si è accorta, ma stavo aspettando già da un po’ per prenderlo io, quel posto.
– Oh, sì che me ne sono accorta. L’avevo vista benissimo! cinguetta lei con aria felice.

Roberto è interdetto. Una risposta così non se l’aspettava proprio.

– Ma... allora... io...
– Mi spiace proprio tanto tanto, giovanotto, ma sono sicura che ne troverà un altro. Basta cercare un po’.

Mentre la osserva voltargli le spalle e andarsene canticchiando verso uno dei negozi, Roberto pensa a diverse cose truci, dalla violenza fisica ai danni all’auto. La frase "occhio per occhio" sfiora un momento la sua consapevolezza. Poi si ricompone, perfino sorride, ironico. Perché immaginare cose che non farebbe mai? Ti pare che uno, per uno sgarbo che tutt’al più gli fa perdere qualche minuto, deve ritenersi in diritto di fare certe cose come graffiare l’auto o bucare una gomma? A voler essere giusti ci vorrebbe una punizione proporzionata, come una piccola offesa o un contrattempo. Magari uno spavento. Di più sarebbe ingiusto.

Non è ancora risalito in auto che già vede liberarsi un posto e l’incidente è subito dimenticato.


***


Roberto è alla cassa del supermercato e sta finendo di pagare. Ha già ritrovato il suo abituale buon umore. In fondo l’incidente del parcheggio gli ha causato un ritardo del tutto trascurabile. Soprattutto sta già pensando ad alcune cose interessanti che lo aspettano al lavoro.

Lo sguardo vaga in nessuna direzione in particolare, mentre raccoglie nella sportina di plastica le poche cose che ha comprato. Gli risuona in mente la sua canzone preferita. A pochi passi da lui c’è la signora dal cappotto verde, che sta giusto entrando nel supermercato; ha appena attraversato i tornelli d’ingresso. Anche lei lo vede e si ferma appoggiandosi alle barriere d’ingresso con un gran sorriso.

La barriera forma due corridoi paralleli, uno di ingresso, dove quella lo aspetta, l’altro di uscita, percorso obbligato per Roberto. Nessuna possibilità di evitarla, deve passarle necessariamente davanti.

– Non sarà troppo troppo arrabbiato con me, vero?
– Beh, insomma...

Lei fa un’espressione mortificata, o piuttosto la parodia di una espressione mortificata.

– No, guardi che io pretendo, ma proprio proprio, che lei mi perdoni, altrimenti ci resterò male male. Ho assolutamente bisogno di sentirle dire che mi ha perdonato.

– Va bene, dice un rassegnatissimo Roberto, perdonata.

La signora torna a sfoggiare il suo sorriso esagerato.

– Ecco, così va bene. Non voleva mica rovinarmi la giornata con il ricordo del suo broncio, no?

Rovinare? Un’idea fulminea attraversa Roberto. Lei dentro, io fuori... non scavalcherebbe la barriera o i tornelli... per arrivare all’uscita deve fare un bel giro...

Anche Roberto adesso sorride.

– Sa, signora, che lei è proprio simpatica? Quasi mi dispiace per quello che le ho fatto alla carrozzeria...

Le volta le spalle e si avvia verso le porte automatiche, non senza accennare al motivetto della sua canzone preferita. In mente l’immagine del sorriso ancora congelato sul volto della donna mentre digerisce l’insinuazione. Appena un tantino di fretta nell’allontanarsi: non vorrebbe proprio rovinarsi la giornata con il ricordo di una isterica che attraversa gridando le corsie del supermercato.

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Racconto

Puoi scaricare Una qualche soddisfazione (lo trovi qui).
Questa è la prima volta che mi cimento seriamente con un racconto. È stato molto istruttivo e anche divertente: una volta definiti i personaggi non c'è stato verso di fargli fare quello che volevo io. Sono andati avanti come hanno voluto.
E nella prima versione c'era una nota stonata perché stonavo io, non loro.
Dopo le critiche di Momo (grazie!) ho pensato una conclusione diversa, ma non riuscivo a superare uno scoglio: come fa una persona semplice ad esprimere idee profonde? Alla fine mi sono arreso: gliele faccio dire e basta. Solo cercando di non usare un linguaggio troppo complicato.
I commenti sono graditi.

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