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29 giugno 2008

San Francesco

IERI MI TROVAVO vicino Foligno verso l'ora di pranzo, dopo aver celebrato una Messa. Dovevo trovare un posto dove mangiare i miei panini e sapevo di essere a circa trenta chilometri da Assisi. Il mio prossimo impegno era alle 18 a Roma... detto fatto!

Nessuna guida, nessuna preparazione e, devo ammetterlo, nessun ricordo delle volte precedenti in cui c'ero stato. Mi lascio portare e inizio a girare per la città. Tutto sembra pensato e costruito in funzione di S. Francesco e S. Chiara, quasi viene da dubitare che ci fosse qualcosa in questo posto, prima di loro. «Dal fatto che tu e io ci comportiamo come Dio vuole – non dimenticarlo – dipendono molte cose grandi» (Cammino 755) ha scritto S. Josemaría: Assisi illustra perfettamente il concetto.

Entro nella chiesa di S. Francesco dalla basilica superiore. Scendo nella inferiore. Sono le due e mezza: si muore di caldo anche nella penombra delle chiese, e all'aperto è peggio. Un cartello mi sorprende: indica l'ingresso alla tomba di S. Francesco. Che stupido! Non ci avevo pensato. Mi avvio verso la cripta, pensando che cosa chiedere al Santo.

Primo pensiero: la povertà. Che sappiamo vivere il distacco dai beni materiali, ciascuno secondo il proprio stato, ma tutti con la tua stessa radicalità.

Ho avuto il tempo di ripensarci: ero ormai già in ginocchio davanti alla tomba e pensavo che quella richiesta andava bene sì, ma che doveva esserci di più. Quando penso a S. Francesco non penso al povero, ma all'innamorato. Penso che l'amore di Dio e, di riflesso, per tutte le creature, sia stato il carattere prevalente in lui, molto più della sua povertà. Così è venuta la seconda richiesta: che ci decidiamo ad amare sul serio.

Ancora qualche minuto di raccoglimento e ho pensato a S. Francesco che ride. Ride sicuramente della mamma che ci distrae tutti mentre cerca di convincere il bambino che la candela la deve lasciare lì e non la può portare via. Forse ride di trovarsi sopra un altare, addirittura sopra il tabernacolo. Spero rida anche dei miei pensieri intellettual-devoti. Perché S. Francesco era un santo che rideva. E cantava e ballava.

Mentre uscivo ho messo insieme le tre cose: l'avarizia è il maggior ostacolo all'amore. È l'avarizia che non ci fa trovare tempo e forze per gli altri, ci impedisce di donare. L'amore di Dio e degli altri, invece, ci fa dimenticare dei nostri problemi e ci riempie di gioia. La gioia è dei santi.

La foto è mia. È la basilica di S. Francesco come mi ha sorpreso girando per i vicoli.

20 giugno 2008

Chi mi riconoscerà

«CHIUNQUE MI RICONOSCERÀ davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli».
Vangelo della XII domenica del Tempo Ordinario - anno A (lo trovi qui).

Primo ricordo. Martiri del Giappone, Nagasaki 1597. Il governo ha stilato una lista delle quaranta persone da arrestare per metterli a morte e dare così un segnale eloquente agli altri "troppi" cattolici della regione. Nella lista un certo Mattia che non si riesce a trovare. Non pare si stesse nascondendo: era il provveditore del locale convento francescano e non era in città probabilmente per questioni del suo incarico. Un laico si fece avanti: "Sono io Mattia". Non sappiamo se fosse il suo vero nome, ma ricevette il martirio ed ora è venerato con il nome di S. Mattia di Miyako (fra l'altro il nome di Mattia gli viene a pennello, visto che anche l'omonimo apostolo beneficiò di un "ripescaggio").

Secondo ricordo. Edimburgo 1995, viaggio di lavoro (da laico). Un professore della scuola di ingegneria dove mi trovavo mi volle intervistare sull'Opus Dei per la rivista diocesana cui collaborava come giornalista dilettante. Non capiva l'apostolato dei laici; nel tentativo di spiegargli gli dissi: "Be', per esempio, immagino che i tuoi colleghi sappiano che tu sei cattolico". Risposta: "Assolutamente no! Mi guardo bene dal mischiare il mio lavoro con le cose della mia vita privata".

Penso che basti.

13 giugno 2008

Stanchi e sfiniti

«GESÙ, vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore».

Così inizia il Vangelo di domenica prossima (lo trovi qui) e tutte le volte mi domando come saranno delle pecore senza pastore. Questa volta mi ha fatto tornare in mente un ricordo dei mesi che trascorsi al Colegio Mayor Moncloa di Madrid subito dopo la mia ordinazione. La residenza si trova in pieno quartiere universitario e quando mi capitava di dover uscire presto la domenica mattina (cioè quasi sempre), spesso incrociavo qualche gruppo di ragazzi che rientravano al collegio dopo una notte di "divertimenti".

Apparivano distrutti dal sonno, infreddoliti, annoiati (probabilmente i divertimenti erano finiti già qualche ora prima e loro avevano dovuto aspettare l'orario di apertura della residenza). Decisamente stanchi, decisamente sfiniti, decisamente... pecore! e decisamente senza pastore.

Quante poche persone conosco che sanno cosa vogliono dalla vita, che sanno dare un senso alle sofferenze quando si presentano; la maggior parte mi sembrano pecore senza pastore: obiettivi meschini, amorucci, piccole o grandi soddisfazioni materiali... per lo più stanchezza, smarrimento, noia. Mancano i pastori! sacerdoti che parlino di Dio; amici, vicini, parenti che mostrino la strada con l'esempio della loro vita.

Il Vangelo di oggi ci rassicura di una cosa: le vocazioni – e di molte e varie vocazioni abbiamo bisogno – vengono dalla compassione di Dio per questo gregge. Se dovessero venire dalla nostra bravura saremmo perduti. E allora diamoci da fare nel seguire il consiglio di Gesù: «Pregate dunque il signore della messe perché mandi operai nella sua messe!»

05 maggio 2008

L'orgoglio di una mamma

TANTO TEMPO FA avevo scoperto un podcast (per chi non lo sapesse, qualcosa di simile ad un blog, ma fatto con registrazioni audio) molto simpatico. Si intitola Daily Breakfast ed è tenuto da Fr. Roderick, un giovane sacerdote olandese brillante e un po' svitato che parla un inglese impeccabile. Dopo moltissimo tempo mi è venuta voglia di riascoltarlo e sono andato sul sito per scaricare un episodio. Già che c'ero mi ha preso la curiosità di vedere come sono gli altri podcast cattolici ospitati da sqpn.com e così ho scaricato ed ascoltato questa puntata di Catholic in a Small Town (poi ho scoperto che esiste anche il video, che trovi qui). È una giovane coppia che parla della loro vita familiare e altre cose. Molto simpatici anche loro.

Non so se e quando li riascolterò, sono troppo "papà e mamma" per i miei interessi, ma mi è piaciuto l'orgoglio con cui la mamma (al minuto 3 circa del video, ma meglio iniziare un po' prima, minuto 2:30 direi; ancora prima nella versione audio) racconta di come Bill, di cinque anni, si è preparato la colazione da solo per la prima volta.

Quel mattino la mamma era distrutta e al piccolo Bill che veniva a reclamare la colazione pensò bene di dire: "Perché non provi a preparare tu, che la mamma è molto stanca?"

Poi però si è preoccupata ed è andata in cucina a controllare. Bill era seduto per terra, davanti a due ciotole (la sua e quella del fratellino) in cui aveva già messo i cereali, e armeggiava pericolosamente con la linguetta di un cartone di latte da due litri. Il primo pensiero della mamma è stato: "Sto per assistere al rovesciamento a terra di 4 dollari e 20 di latte". Ma il secondo pensiero è stato di orgoglio: mio figlio sa ormai quasi prepararsi la colazione da solo!

Fine dell'aneddotino, niente di che. Solo che ieri mi è tornato in mente metre predicavo che Maria è nostra madre. Ho pensato che osserva i nostri progressi – e i nostri disastri – con lo stesso orgoglioso entusiasmo. Da ieri ho meno paura dei miei "cartoni di latte" che continuamente rischio di rovesciare in terra.

01 aprile 2008

Atene vs Corinto: 0-0

(Questo non è il seguito del post precedente, abbiate pazienza!)
DIVERSO APPROCCIO di S. Paolo ad Atene e a Corinto. Nella prima, con un pubblico di "intellettuali", si prepara un bel discorso, con argomentazioni intelligenti e accurate... ed è un fiasco!
Nella seconda, con un pubblico di gente rozza e disorientata dalla diffusa depravazione, con in più il peso del precedente insuccesso, nessuna preparazione: ammette candidamente di non sapere più che pesci prendere. Ne nascerà una delle più fiorenti comunità fondate dall'Apostolo.
Dopo qualche difficoltà iniziale, Crispo, capo della sinagoga, credette nel Signore insieme a tutta la sua famiglia; e anche molti dei Corinzi, udendo Paolo, credevano e si facevano battezzare. E una notte in visione il Signore disse a Paolo: «Non aver paura, ma continua a parlare e non tacere, perché io sono con te e nessuno cercherà di farti del male, perché io ho un popolo numeroso in questa città». Così Paolo si fermò un anno e mezzo, insegnando fra loro la parola di Dio (At 18,8-11).

Ieri ci stavo ripensando: Paolo non ha sbagliato ad Atene. Le diverse circostanze suggerivano un approccio diverso. Penso che fosse giusto parlare alla testa degli ateniesi e al cuore dei corinzi; così come Pietro e Stefano per rivolgersi agli ebrei si appellavano alle Scritture. E poi, basta leggere le due lettere ai Corinzi per capire che anche lì non fu tutto rose e fiori...

Ma la domanda che mi facevo era: E oggi? Che "popolo" mi trovo di fronte e quale sarebbe l'approccio giusto? Sono "corinzi", sensuali e corrotti? o "ateniesi", razionalisti disillusi? o addirittura "ebrei", credenti stanchi e presuntuosi? Se mi appello alla testa, mi impelago in dispute interminabili; se sollecito il cuore ottengo risposte superficiali e incostanti; se mi appello ad autorità e tradizione avrò l'appoggio di qualche cosiddetto tradizionalista, mentre farò fuggire gli altri...

Con queste domande in mente, mi imbatto nel Vangelo di oggi: il dialogo di Gesù con Nicodemo. Mi è sembrata una buona risposta: rinascere dall'acqua e dallo Spirito. Niente più ateniesi o corinzi o ebrei, niente più figli di questo tempo, ma uomini rinati, che cambiano radicalmente modo di vivere e di pensare. Nati da poco rivolgono uno sguardo nuovo, fresco e pulito, al mondo e a se stessi. E di fronte allo stupore di Nicodemo, Gesù chiarisce (si fa per dire): il vento soffia dove vuole... (Gv 3,8)

Credo di aver avuto risposta.

23 marzo 2008

Diario pasquale

NON HO AVUTO molto tempo per il computer in questi giorni: mi dispiace per gli amici, ma per me è stato molto meglio così. Provo a rimediare con alcune annotazioni relative al triduo pasquale.

Giovedì Santo. Mentre sfilavamo in processione all'inizio della Messa in Coena Domini – eravamo un buon numero di celebranti ed una marea di chierichetti, perché oltre a quelli "normali" c'erano anche i dodici bambini per la lavanda dei piedi, tutti vestiti da ministranti – mi sono ricordato di quando cantavo in un coro, delle volte in cui un pezzo ci riusciva particolarmente bene, con tutte le voci sicure e con il timbro giusto. In quei momenti uno ha la sensazione di fondersi con l'insieme, tu stai cantando la tua parte ma quello che senti è l'armonia complessiva. Erano momenti rari ma veramente emozionanti.
Ho pensato che anche la liturgia è un'azione corale, e quando è ben realizzata uno si trova a far parte di un tutto impegnato a dare gloria a Dio in una grande armonia. Mi sono emozionato come ai bei tempi.

Venerdì Santo. Mi sono trovato libero da impegni ed ho pensato (be', in realtà ho raccolto un pensiero di Damiano): oggi si venera la Santa Croce e quale modo migliore che andare a Santa Croce in Gerusalemme dove si conserva la vera Croce? Mi hanno detto che gli anni scorsi per la funzione hanno usato un reliquiario che conserva solo una piccola scheggia; quest'anno hanno deciso di usare il reliquiario, quello con i due grossi frammenti della Croce. Non so se potete immaginarvi che vuol dire poter baciare proprio quel legno che è stato benedetto dal Sangue di Cristo, e subito dopo aver ascoltato la lettura della sua Passione!
Ho pensato che vivere a Roma è una benedizione speciale, di cui un giorno dovremo rendere conto.

Sabato Santo. Mi sono innamorato del silenzio di questo giorno. Secondo me in un giorno così non si dovrebbe parlare. Il cuore rimane chiuso nel sepolcro, nel buio e nel silenzio più assoluti. Luce e rumori disturbano per fare compagnia al Corpo del Signore, e ricordare con calma tutti i momenti della sua vita e della sua Passione, per assaporare l'eco di quel "Tutto è compiuto!".

Veglia Pasquale. Mi rimane in mente un'immagine, come una fotografia: l'anziano concelebrante, un sacerdote quasi novantenne, malfermo sulle gambe, che alla fine della Veglia quasi saltava dalla gioia. Faceva gli auguri gridando (è un po' duro di orecchi) e abbracciava tutti quelli che gli capitavano a tiro. Questa è la gioia della risurrezione: una gioia piena di vita.

Domenica di Pasqua. Dopo le considerazioni di venerdì, non potevo mancare di andare a Piazza San Pietro per la benedizione Urbi et Orbi. Diluviava. Il rumore dell'acqua sugli ombrelli rendeva difficile ascoltare le parole del Papa, ma ho colto che ha ripetuto quattro o cinque volte Sono risorto e sono sempre con te! (persino in latino: Resurrexi, et adhuc tecum sum. Alleluja!). Mi sembrava la stessa gioia dell'anziano sacerdote della Veglia, come dicesse: "È sempre con te, ti rendi conto?"

E con questo, tanti auguri a tutti.

15 marzo 2008

19 marzo


PER CELEBRARE la festa di S. Giuseppe, quest'anno anticipata al 15 per motivi di calendario liturgico, l'amico Claudio mi ha mandato la trascrizione di una preghiera di Edith Stein scritta per il 19 marzo del 1939, nel clima di terribile incertezza successivo alla Notte dei cristalli. Ringrazio Claudio, e copio solo due passi (la preghiera completa la trovi qui):

19 marzo


(...)
E così raccolgo tutto quanto ci angoscia, lo sollevo e lo depongo nelle tue mani fedeli:
Prendilo,
San Giuseppe, pensaci!

(...)
Lo stesso Egitto ci sarà patria se tu sei con noi.
Dove tu sei, qui c'è la benedizione del cielo.
Come bimbi seguiamo i tuoi passi,
stringiamo le tue mani con piena fiducia:
Sii tu la nostra patria:
San Giuseppe, pensaci!

24 febbraio 2008

Cinque mariti

IL VANGELO di oggi ci riferisce dell'incontro di Gesù con una Samaritana presso il pozzo di Sicar. La storia la conosciamo: i due iniziano a parlare di acqua. Gesù chiede da bere, la samaritana risponde sprezzante, ma lui, senza scomporsi, le parla dell'acqua viva.

«Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: "Dammi da bere!", tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva» (Gv 4,10).
Allo sconcerto, non privo di sarcasmo, della donna, Gesù spiega che non sta parlando dell'acqua del pozzo:
«Chiunque beve di quest'acqua avrà di nuovo sete; ma chi beve dell'acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l'acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna» (Gv 4,13s.).
La donna inizia ad interessarsi. Forse sta capendo, forse no. Gesù parla del nostro bisogno profondo di felicità, che cerchiamo di soddisfare con quello che troviamo: affetti, amicizie, interessi, lavoro, svaghi... Ma, come l'acqua del pozzo, sono cose che appagano per un po'; poi ritorna la sete e di nuovo la necessità di andare ad attingere.

A questo punto il discorso sembra cambiare tema, perché Gesù chiede alla donna di chiamare suo marito. La donna risponde di non avere marito, al che Gesù la inchioda ai fatti:
«Hai detto bene "non ho marito"; infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero» (Gv 4,17s.).
Oggi ho capito questo: Gesù non cambia di tema!

"Capisci che ti parlo di quella felicità che anche tu hai cercato, ma non ti è mai durata? Cinque volte hai tentato con il matrimonio; ogni volta con meno convinzione. Per un po' è andata, poi incomprensioni, litigi, forse offese e violenze. Ormai ci hai rinunciato: l'uomo con cui stai non hai nemmeno provato a sposarlo e lo tieni solo perché ti serve. È brutto aver rinunciato alla felicità".

Di quest'acqua parla il Signore. Promette una felicità piena, che non si esaurisce; così abbondante da averne anche per gli altri:
«L'acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna» (Gv 4,14).
Possiamo essere felici e dedicarci a rendere felici gli altri, fino al giorno in cui entreremo nella vita eterna.

La donna corre a diffondere la notizia; molto emozionata. E tu?

31 gennaio 2008

Maria e Giuseppe

COMPLETAMENTE FUORI TEMPO (liturgico) trascrivo alcuni dialoghi tra Maria e san Giuseppe, tratti da Erri De Luca, In nome della Madre.


"Miriàm, sai cos'è la grazia?" "Non di preciso", risposi.

"È la forza sovrumana di affrontare il mondo da soli senza sforzo, sfidarlo a duello tutto intero senza neanche spettinarsi. Non è femminile, è dote dei profeti. È un dono e tu l'hai avuto. Chi lo possiede è affrancato da ogni timore. Tu sei piena di grazia. Intorno a te c'è una barriera di grazia, una fortezza. Tu la spargi, Miriàm: pure su di me".

"Tu sei innamorato cotto, Iosef".
(pag. 36)


 
"Per loro tu sei pietra d'inciampo, per me sei la pietra angolare da cui inizia la casa."
(pag. 40)


 
"Da dove prendi la forza di stare da solo contro tutti, Iosef?"

"Da te", risponde.
(pag. 40)

23 dicembre 2007

Natale: un haiku

ERANO I GIORNI di Natale e cercavo un'ispirazione. Mi sta succedendo ogni anno: predico, predico, ma non sempre arriva qualcosa per me, per il mio Natale. Quella volta erano successe diverse cose, pensavo di aver avuto idee brillanti, ispirazioni utili ecc. ecc. Poi, guardando un presepe molto semplice – solo le figure essenziali, però a grandezza naturale – lo sguardo mi è caduto sul bue.

La tranquilla posa tradizionale, lo sguardo fisso sul bambino – e non intelligente come quello della mucca nella foto – mi hanno fatto capire e mi è venuto da ridere di me stesso. Io che penso tanto, e magari mi contrario se non mi viene un'idea di mio gusto, e lui, sereno, che si limita a contemplare, senza niente di speciale da dire, però sta lì, nel posto giusto.

Allora ho composto questo haiku (chi mi conosce sa che è il massimo di poesia che mi riesco a permettere, perché richiede più abilità che arte; qualche spiegazione la trovi qui), che offro a tutti come mio biglietto di auguri per quest'anno.


e nella grotta
rumina lento il bue
la sua preghiera.

Con i miei auguri di un santo Natale molto centrato sul vero protagonista, che si è fatto bambino per essere sempre vicino a te.

10 novembre 2007

Quello che cerchiamo

(Mi trovo fuori città a predicare un ritiro e riesco a collegarmi solo per la posta. Sfrutto allora la possibilità di postare via mail anche se non viene bello come di solito e non riesco ad aggiungere immagini).
 
Nel suo già menzionato argument by desire, Lewis osserva che non solo tutti gli uomini sono caratterizzati da un desiderio di fondo, che per tutta la vita si dimostra insaziabile e che solo Dio può soddisfare, ma anche che questo desiderio, nella sua universalità, si incarna in ogni persona in modi diversi. Ognuno, infatti, si appassiona e si entusiasma per cose diverse, peculiari per ciascuno (dai francobolli all'avventura, da una determinata scienza specialistica allo scrivere blog), al punto che spesso, anche tra quelli che condividono una stessa passione, ci si accorge che ciò che mi appassiona di questa cosa non è esattamente lo stesso aspetto che appassiona te. Sono come echi remoti di quel richiamo specialissimo che Dio rivolge a ciascuno fin dall'inizio della sua esistenza e che chiamiamo cielo.
 
Stamattina ho predicato sul Paradiso, sul fatto che Nella casa del Padre mio ci sono molti posti (...) io vado a prepararvi un posto (Gv 14,2s) indica che ognuno di noi ha un posto in Cielo preparato proprio per lui, un posto che corrisponde esattamente a quelle aspirazioni, quelle sensibilità peculiari, che lo rendono un posto esclusivo. Io sono fatto per quel preciso "posto" del Paradiso, per dirla con Lewis, come una chiave è fatta per quella precisa serratura.
 
Ora mi preparavo alla prossima meditazione rileggendo l'episodio del giovane ricco, nella versione di san Marco (Mc 10,17ss). Pensavo a che cosa avrà colpito quel giovane per farlo andare da Gesù di corsa, e chiamarlo "maestro buono". Qualcuna delle specifiche sensibilità di quel giovane deve essere entrata in risonanza al vedere Gesù nei giorni precedenti. E allora ho capito questo: se il mio personale corredo di gusti e passioni non è altro che una predisposizione a quella parte di Cielo - cioè di Dio stesso - che Dio ha preparato per me, e quando qualcosa di questo mondo mi piace è perché in qualche modo ricorda qualche perfezione divina per la quale il Signore mi ha fatto specialmente sensibile, allora ogni persona che incontrava Gesù sarà entrata in risonanza, avrà trovato in lui qualche aspetto capace di entusiasmarlo, perché Gesù è il Cielo.
 
Ma per ognuno una risonanza diversa. E così uno si sarà entusiasmato per la sua eloquenza, un altro per la sua sensibilità, uno per un piccolo gesto che solo lui poteva apprezzare, un altro per uno sguardo (fissatolo, lo amò, ci dice Marco). Ognuno trovava in Gesù l'anticipo di quel Cielo per il quale era fatto.
 
Potrei concludere applicando tutto questo al nostro incontro con Gesù, ma penso che puoi farlo da solo.
 

04 novembre 2007

Figlio di Abramo

Il Vangelo di oggi ci riportava l'incontro di Gesù con Zaccheo, esattore delle imposte, pertanto collaborazionista e ladro.

Tutti mormoravano: «È andato ad alloggiare da un peccatore!» (...).
Gesù rispose: «Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch'egli è figlio di Abramo»
(Lc 19,7.9).

"Tutti" vedono in Zaccheo un peccatore. Ed è vero. È pubblicamente noto. In genere i "tutti" non sbagliano su queste cose.

Gesù non nega, non contraddice, solo guarda più a fondo. Se è vero che Zaccheo è peccatore, c'è una verità più profonda che lo riguarda: Zaccheo è figlio di Abramo, amato da Dio, capace di cambiare.

Due giudizi su Zaccheo, entrambi veri. Due scuole di pensiero. C'è modo e modo di guardare le persone, vero?

02 novembre 2007

Defunti

Ero indeciso se mettere anche io il mio "pensierino" sul mese di novembre. Mi sembrava banale.
Nel corso della giornata, però, un'idea ha iniziato ad affacciarsi timidamente e a prendere forma, e alla fine ho deciso di scriverla.

Ci dicono — e oggi mi sono trovato a predicarlo più volte — che quando preghiamo per le anime del purgatorio facciamo loro un grande favore, non solo perché diamo sollievo alle loro grandi sofferenze, ma soprattutto perché bruciano dalla fretta di arrivare in cielo, di vedere Dio, e noi contribuiamo ad abbreviare l'attesa.

Ecco, mi piace pensare a queste anime che soffrono perché (letteralmente) bruciano di amore. Mi piace immaginare la fretta che questo amore genera in loro. E mi piace propormi, per questi giorni in cui siamo chiamati a pregare più spesso per loro, di chiedere loro un po' della loro impazienza nel mio personale cammino verso il Signore.

(Spero che abbiate notato che no ho scelto un'immagine di tomba qualsiasi. Volendo si può ingrandire cliccandoci sopra).

29 settembre 2007

Le nozze sono amore...

Oggi si sposano Michela e Iacopo e io muoio dalla voglia di esserci, ma sono piuttosto lontani e mi tocca accontentarmi di pensarli molto e offrire la Messa per loro (che non è affatto poco!)
Allora ho pensato di postare un'altra traduzione dal blog di don Enrique Monasterio perché mi sembra un adeguato messaggio di auguri per il loro matrimonio.
A Michela e Iacopo.


-Di' un po', quanti matrimoni hai celebrato in questi 38 anni e passa?
-Se fossi parroco, caro Kloster, il numero sarebbe enorme, ma dato che la mia attività pastorale è di altro tipo, posso permettermi il lusso di scegliere le coppie. A volte dico di sì, a volte no. E dato che conservo sempre un appunto, posso affermare che sono esattamente centocinquantanove. La prima quella di mia sorella Mari Pili, che si sposò con Constan nell'agosto del 1971. L'ultima quella di Veronica e Pablo lo scorso giugno.
-Pochi! Meno di cinque all'anno. E a divorzi e nullità, come ti va?
-Male, che vuol dire bene. Voglio dire che quasi non ce ne sono stati: tre... e mezzo.
-E com'è possibile?
-Suppongo che sia perché le coppie che ho sposato io sapevano bene quello che facevano.
-O perché non avevano paura dell'impegno e del donarsi.
-Forse perché volevano avere bambini, al plurale, e per questo erano anche disposti a stringere la cinghia.
-Forse anche perché si conoscevano e si erano preparati bene al matrimonio.
-O perché erano stati veri fidanzati e non altre cose. Il loro fidanzamento fu un aperitivo del matrimonio, non una prova generale.
-Io credo che il motivo è che hanno saputo "bruciare le navi" e non guardare indietro.
-Ehi, Kloster, non staremo esagerando un po'?
-Sì, ma solo un po'.
-Beh, in effetti non abbiamo sposato esseri angelici. Tutti loro avevano e hanno i loro difetti. Ma mi commuovo ancora oggi quando mi invitano in casa loro e vedo che vanno bene, che stanno mantenendo quella dichiarazione solenne di amore che fecero un giorno: "Io accolgo te come mia sposa... prometto di esserti fedele sempre... e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita".
-Allora, vogliamo ricordare qualcuno di quei matrimoni in questo blog?
-Mi affido alla tua memoria, amico Kloster; perché io non ricordo quasi nulla. Però vale la pena provarci e spiegare ai nostri lettori che "le nozze sono amore, non i bei ragionamenti".
(pensarporlibre, 24/9/2007)

28 settembre 2007

Prete di compagnia

Trovandomi già da un po' a corto di idee, mi accontento di tradurre un bel post dal blog di Enrique Monasterio. Spero che vi piaccia.


Accadde così tanti anni fa che non ricordo nemmeno più il nome del protagonista. Chiamiamolo Antonio. Ricordo invece che si definì un “maestro nazionale, repubblicano e anticlericale. Fu “il mio primo moribondo”. Se non sbaglio era la fine del 1969 o inizio 1970.

Suo figlio Jaime mi aveva chiesto di andarlo a trovare per vedere “se riesce a farlo confessare e metterlo in pace con Dio”.

Io ero nervoso, con la logica preoccupazione di un novello sacerdote che non si era mai trovato in una simile situazione. Pensavo e ripensavo al modo migliore per affrontarlo e parlai con Eduardo, un sacerdote veterano e amico, per chiedergli consiglio. Lui rise:

– Non essere sciocco. Sarà tutto molto più semplice di quanto immagini. Vedrai.

E lo vidi. Presi a prestito gli oli e il rituale da una parrocchia vicina.
Il malato mi accolse con una certa freddezza. Gli feci soltanto una domanda e lui si lanciò in un discorso storico-filosofico-politico che sembrava interminabile. Non gli risposi, fra l’altro perché non mi veniva in mente niente. Alla fine mi chiese di passargli l’acqua, bevve, e mi disse che era consapevole di stare per morire e che era arrivato il momento di affrontare la verità.

Ricevette i Sacramenti con una devozione sorprendente. Festeggiammo con una bottiglia di champagne caldo e mi chiese di tornare ogni tanto… “finché non parto per l’ultimo viaggio”.

– Ha paura della morte?

– Ho sempre avuto paura della morte, ma da quando mi sta addosso ne ho meno rispetto. Suppongo che fra me e Dio ci sia stato più di un malinteso, ma quando ci incontreremo chiariremo tutto.

Affermazioni così mi sconcertavano un po’, ma almeno ebbi la prudenza di limitarmi ad ascoltare senza fare rettifiche teologiche.

Dopo quella prima volta lo andai a trovare quasi tutti i giorni. Ripeteva continuamente le stesse storie.

– Te lo avevo già raccontato? È che non so più dove ho la testa.

Ovviamente Antonio mi diede del tu fin dal primo momento. Mi trattava come un figlio inesperto che bisogna preparare alla vita.

Un giorno vennero a fargli visita dei parenti da Alicante, e lui mi presentò:

– E questo è il mio amico Enrique, il mio prete di compagnia.

Lì per lì l’espressione non mi piacque molto, ma poi ho capito che definisce molto bene il compito del sacerdote. Quando ci tocca preparare qualcuno per l’ultima battaglia della sua vita, noi facciamo compagnia. Solo questo. Non c’è compito più umile né più semplice.

È grande essere sacerdoti, sicuramente. È fantastico essere spettatori privilegiati di questo miracolo che Dio ripete ogni volta che gli lasciamo uno spazio per arrivare al fondo dell’anima.

Uno spettacolo così grande che alla fine ti viene voglia di applaudire.

13 settembre 2007

Il peccatore e Gesù

«Me doy cuenta de que soy un gran pecador,
un pecador que ama con toda su alma a Jesucristo
»
.
(Mi rendo conto di essere un grande peccatore, un peccatore che ama Gesù Cristo con tutta l'anima).

Questo diceva san Josemaría solo pochi giorni prima della sua morte, con parole che aveva ripetuto più o meno uguali per tutta la vita. E invitava i suoi ascoltatori a fare altrettanto, seguendo l'esempio di san Pietro che, mentre abbracciava Gesù, diceva: "Allontànati da me che sono un peccatore!"

A volte, però, mi sembra di non avere il coraggio di dire una cosa del genere. Il problema non sta nel "peccatore" ma nella seconda parte del concetto: un peccatore che ama Gesù. E allora mi consolo invertendo la prospettiva: "io sono un peccatore amato da Gesù". Ecco, così penso di poterlo dire sempre.

Mi sembra anche che in questa prospettiva si semplifichino molti problemi: non sto a rompermi la testa mettendo i miei peccati e il mio amore sui due piatti della bilancia, preoccupato di capire se pende dal lato giusto. Io sono amato (adesso, veramente, così come sono) dal Signore e tutto il resto non ha importanza.

30 agosto 2007

Pensarporlibre, i bambini e altro

Da tempo volevo dire qualcosa su un blog che mi ispira molto. Si chiama pensarporlibre (http://pensarporlibre.blogspot.com) che in spagnolo vuol dire "pensare liberamente" ed è tenuto da Enrique Monasterio un sacerdote decisamente anticonformista, conosciuto (se mai) in Italia per il suo libro E Dio fece il presepe. Purtroppo per voi, scrive in spagnolo, ma se lo capite anche solo un po' vale la pena.

Per presentarvelo vi traduco i passi salienti di una sua conversazione con due bambini in casa di amici (dal post El feminismo nos acecha):

(Marta) È vero che tu sai i peccati di tutti ma non li dici nemmeno se ti tagliano la testa?

(Don Enrique) No che non li dico.

(Manolito) Nemmeno se ti versano olio bollente sul collo...?

(Mamma) Ma che idee! Perché non vai a vedere la tele...

(Manolito) E non puoi dire a papà i peccati della mamma?

Ridiamo tutti, tranne Marta che diventa molto seria e poi esclama:

(Marta) Mamma non ha peccati.

(Papà) E io, ne ho di peccati?

(Marta) Tu sì, ma piccoli.

28 agosto 2007

Il problema del dolore

Se davvero voglio fare di questo blog il luogo dove appunto le idee, soprattutto quelle su cui intendo ritornare, devo assolutamente registrare due considerazioni sul problema del dolore, tema che mi interessa da tempo.

La prima è che ho ascoltato l'mp3 di una conferenza di Peter Kreeft (vedi il suo sito, e una buona raccolta di sue conferenze) in cui analizzava un opera di C.S. Lewis, Il problema del dolore, e su questo dovrò tornare.

La seconda è che le letture di domenica scorsa (XXI del TO ciclo C: Is 66,18-21; Eb 12,5-7.11-13; Lc 13,22-30) si possono leggere come una perfetta trattazione del problema della sofferenza umana: la prima serve da premessa, ricordandoci che il Signore chiama tutti gli uomini alla felicità; il Vangelo ci dice che "la porta è stretta"; la Lettera agli Ebrei ci dice che il Signore è un buon Padre che "corregge colui che egli ama". Penso che ci si possa ricavare molto.

08 agosto 2007

Una meditazione su Edith Stein

Edith Stein, santa Teresa Benedetta della Croce, la cui festa ricorre domani, 9 agosto.
L'anno scorso di questi tempi mi chiesero di predicare una meditazione su questa santa filosofa, della quale sono considerato un esperto (e su questo ho molto da ridire) per il solo fatto di averla studiata per la tesi.
Ho ritrovato gli appunti di un anno fa ed ho pensato di svilupparli per metterli a disposizione di chi vuole. Giusto un omaggio per la festa di domani.
Puoi scaricare una meditazione su Edith Stein.