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07 luglio 2008

Lavatrice

Older than the time of chronometers, older
Than time counted by anxious worried women
Lying awake, calculating the future,
Trying to unweave, unwind, unravel
And piece together the past and the future,
Between midnight and dawn, when the past is all deception,
The future futureless, (...).

T.S. ELIOT, Four Quartets 3: The Dry Salvages.

Prima del tempo dei cronometri, prima del tempo misurato da donne ansiose e preoccupate che giaciono sveglie a calcolare il futuro, cercando di disfare, dipanare, sbrogliare e poi ricomporre il passato e il futuro, fra mezzanotte e l'alba, quando il passato è tutto un inganno e il futuro impossibile.

AI TEMPI del liceo, se una persona era molto appiccicosa veniva soprannominato Bostik (ah, e nel gergo romano attuale si dice che si accolla). Allora eravamo troppo spensierati per conoscere invece il Whirlpool. Occhio, perché solo pochi sono immuni al morbo di Whirlpool e bisogna difendersene.

Il malato di questo morbo ha la testa come il cestello di una lavatrice: piena zeppa di pensieri, progetti, preoccupazioni che rimescola continuamente. Avete presente la lavatrice? Ciuk, ciuk, ciuk, quattro giri in un verso, e poi, ciuk, ciuk, ciuk quattro giri nell'altro. Solo che i panni, così rimestati, diventano puliti (talvolta un po' più piccoli, talaltra di un altro colore, ma di solito puliti).

I pensieri, invece, a rigirarli si complicano;
i progetti si indeboliscono;
preoccupazioni, timori ecc. si ingigantiscono
e non si risolvono i problemi, salvo rarissime illuminazioni.

Il pensiero-lavatrice è da fuggire come prima avvisaglia di questo morbo pericolosissimo: chi non reagisce subito si trasforma in un Whirlpool, incapace di qualsiasi azione, salvo agitarsi molto (ma restando dov'è) quando parte la centrifuga, e a quel punto si rischia il ricovero.

L'immagine che ho scelto non è una lavatrice (complimenti a chi l'ha notato!): è una foto della galassia a spirale M51, e in inglese si dice whirlpool galaxy (che poi vuol dire "vortice", non spirale). Mi pare che questa forma sia dovuta ad un buco nero al centro che risucchia tutto verso di sé, ed è proprio questo il problema delle personalità Whirlpool.

29 giugno 2008

San Francesco

IERI MI TROVAVO vicino Foligno verso l'ora di pranzo, dopo aver celebrato una Messa. Dovevo trovare un posto dove mangiare i miei panini e sapevo di essere a circa trenta chilometri da Assisi. Il mio prossimo impegno era alle 18 a Roma... detto fatto!

Nessuna guida, nessuna preparazione e, devo ammetterlo, nessun ricordo delle volte precedenti in cui c'ero stato. Mi lascio portare e inizio a girare per la città. Tutto sembra pensato e costruito in funzione di S. Francesco e S. Chiara, quasi viene da dubitare che ci fosse qualcosa in questo posto, prima di loro. «Dal fatto che tu e io ci comportiamo come Dio vuole – non dimenticarlo – dipendono molte cose grandi» (Cammino 755) ha scritto S. Josemaría: Assisi illustra perfettamente il concetto.

Entro nella chiesa di S. Francesco dalla basilica superiore. Scendo nella inferiore. Sono le due e mezza: si muore di caldo anche nella penombra delle chiese, e all'aperto è peggio. Un cartello mi sorprende: indica l'ingresso alla tomba di S. Francesco. Che stupido! Non ci avevo pensato. Mi avvio verso la cripta, pensando che cosa chiedere al Santo.

Primo pensiero: la povertà. Che sappiamo vivere il distacco dai beni materiali, ciascuno secondo il proprio stato, ma tutti con la tua stessa radicalità.

Ho avuto il tempo di ripensarci: ero ormai già in ginocchio davanti alla tomba e pensavo che quella richiesta andava bene sì, ma che doveva esserci di più. Quando penso a S. Francesco non penso al povero, ma all'innamorato. Penso che l'amore di Dio e, di riflesso, per tutte le creature, sia stato il carattere prevalente in lui, molto più della sua povertà. Così è venuta la seconda richiesta: che ci decidiamo ad amare sul serio.

Ancora qualche minuto di raccoglimento e ho pensato a S. Francesco che ride. Ride sicuramente della mamma che ci distrae tutti mentre cerca di convincere il bambino che la candela la deve lasciare lì e non la può portare via. Forse ride di trovarsi sopra un altare, addirittura sopra il tabernacolo. Spero rida anche dei miei pensieri intellettual-devoti. Perché S. Francesco era un santo che rideva. E cantava e ballava.

Mentre uscivo ho messo insieme le tre cose: l'avarizia è il maggior ostacolo all'amore. È l'avarizia che non ci fa trovare tempo e forze per gli altri, ci impedisce di donare. L'amore di Dio e degli altri, invece, ci fa dimenticare dei nostri problemi e ci riempie di gioia. La gioia è dei santi.

La foto è mia. È la basilica di S. Francesco come mi ha sorpreso girando per i vicoli.

10 giugno 2008

Capisci Kandinsky?

NON MI INTENDO di arte, eppure questo quadro di Kandinsky mi affascina (si chiama Composizione VIII del 1923). Ieri stavo cercando tutt'altro e me lo sono ritrovato lì che campeggiava sotto il titolo di una pagina della Rai. Non ho potuto fare a meno di fermarmi un momento ad ammirarlo. E, come altre volte, l'amico del computer affianco ha fatto un sorrisino di sufficienza e ha borbottato qualche parola di irrisione.

È che qui ci vuole qualche secondo in più per superare il disprezzo sbrigativo del saccente e capire che l'artista non ti sta prendendo in giro. Quello ci scriveva dei libri (Punto, linea, superficie per esempio) sul rapporto tra due linee inclinate, una curva o un colore; per lui non erano scarabocchi.

Salto indietro di qualche anno: mostra di Kandinsky al Palazzo delle Esposizioni; alcuni amici tra cui Piero, l'"artista" e sapiente del gruppo. Giriamo con calma le sale, osserviamo attentamente, cercando di cogliere qualcosa, un indizio, un messaggio... Se qualcosa riuscivamo a cogliere era l'imbarazzo dei visitatori, che si sentivano obbligati a mostrarsi all'altezza ma ne capivano quanto noi (e con meno impegno, direi). I cartelloni dicevano poco o nulla; i titoli dei quadri ben poco significativi.

Finita l'ultima sala, Piero torna indietro. Sappiamo che ci conviene seguirlo. Al centro della sala, fermo, si guarda intorno in silenzio. Conoscevamo bene i suoi silenzi e per noi erano molto promettenti.

Lentamente inizia a ragionare tra sé e sé, sottovoce, mettendo insieme i pezzi. "Questi equilibri instabili, queste linee di fuga. I colori che si confrontano. Qui c'è musica, lì c'è equilibrio... Si vede che sta sperimentando, ma sta dicendo qualcosa? Che le immagini sono anche suoni? Perché quel quadro lì è chiaramente un concerto; e in quell'altro c'è un movimento ritmato...". Intorno a noi si era radunata una piccola folla. Non era una lezione preconfezionata, Piero non l'avrebbe mai fatto. Pensava con noi, ci portava con sé nelle sue scoperte.

E adesso questo quadro mi dice diverse cose: mi dice che la realtà, come certa arte, non si presta a interpretazioni sbrigative. Ci vuole attenzione, curiosità, pazienza. E mi dice che le persone sono sempre capolavori, anche se a volte difficili da capire, e che si fa presto a mettere etichette, ma che non ci guadagniamo molto facendolo.

E oggi, modestamente, sarei anche capace di dare qualche spiegazione sul quadro, ma non era questo l'obiettivo del post.

04 giugno 2008

Gentili e fermi

PICCOLO EPISODIO che mi hanno riferito, di ordinaria vita lavorativa.

Primo atto. Nonostante la giovane età, un mio amico è a capo di un ufficio di medie dimensioni ed è lui che distribuisce il lavoro tra i dipendenti. Un giorno, mentre si trova nel suo studio impegnato in una riunione, vede arrivare Andrea e Carlo, due nuovi collaboratori, per ora in prova. Chiede scusa agli altri della riunione e va sulla porta per dare indicazioni ai due.

"C'è da andare ad A per fare la tal cosa e a B per la talaltra. Quindi tu, Andrea, che sei più esperto, occupati di A che è più impegnativo; mentre Carlo va in B".
Andrea e Carlo iniziano ad obiettare: A è un lavoro interessante ed impegnativo, in due lo farebbero meglio e sarebbe una buona esperienza; in B non è nemmeno sicuro che ci sie niente da fare, è solo una seccatura, lo si potrebbe tranquillamente ignorare, eccetera.
Il capo fa notare che è in una riunione e non può mettersi a discutere e torna a pregarli di fare come indicato. I due protestano più animatamente, alzano la voce, insinuano che non gli vuole dare ragione solo perché non è mai disposto a cambiare idea, ma che si dovrebbe fare come dicono loro. Intanto tutte le persone della riunione e gran parte del resto dell'ufficio stanno ascoltando e dalle facce si vede che alcuni condividono le obiezioni dei due giovani.
Il capo alza la voce e taglia corto; i due sono costretti ad andare.

Secondo atto. Al ritorno, nel primo pomeriggio, Andrea e Carlo vengono convocati dal capo. Li fa accomodare, offre loro un caffè, e spiega che le obiezioni del mattino erano sensate rispetto ai dati che loro avevano. Ma poi aggiunge le altre informazioni che non potevano avere e che motivavano la sua scelta. Loro sono d'accordo, anche perché alcune cose le avevano già capite durante lo svolgimento dei rispettivi incarichi. Scuse di tutti, ci dispiace di aver alzato la voce, siamo una squadra, dobbiamo dialogare e fidarci gli uni degli altri ecc. ecc.
Anche il capo esprime il dispiacere di non aver potuto giustificare meglio le sue direttive, ma non sempre c'è il tempo per le spiegazioni e allora dovete fidarvi un po' del vostro capo ecc. ecc.

Epilogo. Incidente chiuso. Finiscono di bere il caffè, si scambiano qualche battuta. Volti distesi, sorrisi...
Nell'accompagnarli alla porta, il capo aggiunge, come un ultimo pensiero:
"Allora, ragazzi, scuse accettate. Immagino che non succederà mai più un malinteso così, soprattutto non in pubblico... perché se lo fate un'altra volta sareste licenziati all'istante".

Mi piace l'episodio, perché noi spesso chiediamo comprensione e gentilezza, ma sembra che confondiamo queste due virtù con l'arrendevolezza (vedi, madre incapace di punire il figlio, cittadino incapace di rivendicare i suoi diritti ecc.).

30 maggio 2008

Gli avvocati

PICCOLA ESPERIENZA nel mondo degli avvocati.

Ho ricevuto un avviso di sanzione dal Comune per aver omesso una dichiarazione, pur avendo fatto i corrispondenti pagamenti. Fin qui, abbastanza ragionevole. Il fatto è che la dichiarazione era dovuta nel 1999 e mi chiedevo se non esistesse una prescrizione per questi atti. Inoltre, la sanzione si ripete, identica ed emessa nello stesso giorno, per il 2003, 2004 e 2005; anche su questo mi domandavo se fosse ragionevole emettere tre "multe" per un'unica "infrazione". Si tratta di importi piccoli, quindi di rivolgersi ad un avvocato non se ne parla nemmeno; ma stavo riflettendo su queste cose quando mi è passato davanti un amico che lavora nel campo.

"Posso farti una domanda, solo una curiosità legale?", gli dico, pensando però subito che stavo facendo uno sbaglio.
Inizio a formulare la domanda, accenno alla TRIPLICE sanzione per UNA omessa dichiarazione... ma lui vede le carte che ho in mano e me le prende subito.
"Non dirmi niente", mi interrompe, "nel mio lavoro bisogna attenersi alle carte. Le opinioni del cliente sono sempre sbagliate e fuorvianti". Prende le carte e se ne va. Sì, facevo decisamente meglio a tacere.

Lo rivedo il giorno dopo. Aveva dato un'occhiata alle carte. Sorriso di compassione: per degli importi così irrisori si paga e basta, senza perderci tempo. (Una sessantina di euro per me non è "irrisorio", ma certo, lo so anche io che rispetto all'onorario di un avvocato...) Poi, con sapiente condiscendenza, si accinge a spiegarmi cosa dicono le carte: ho evidentemente sbagliato nel calcolare gli importi dovuti, oppure ho pagato fuori tempo; insomma, c'è una sanzione da pagare, quindi taci e ringrazia che è poco.

Mi permetto timidamente di fargli notare che i pagamenti sono a posto e che quella scritta in neretto a lettere maiuscole dice che ho omesso una dichiarazione.
Stupore.
"Vabbe', errato pagamento o omessa dichiarazione, comunque hai torto e ti dicono che devi pagare; te lo dicono persino in triplice copia".
Faccio notare che non è triplice copia, ma tre diverse ingiunzioni, relative a tre anni diversi, e che la domanda che ieri volevo fargli era solo se possono multarmi tre volte per un'unica omissione.

"Ecco, sì, adesso fagli pure causa! Conosco gente che è capace di andare in Cassazione per venti centesimi, ma non ti rivolgere a me, che io queste cose non le faccio!"

FINE della consulenza legale. Mi piacerebbe tanto non averne mai più bisogno, ma temo che non sarà così.

DISCLAIMER: OGNI RIFERIMENTO a fatti o personaggi della vita reale è solo leggermente drammatizzato.

POST SCRIPTUM. Proprio mentre scrivevo questo post mi ha chiamato uno dei miei angeli custodi, che risponde al nome di Lidia, per dirmi che aveva parlato con il Comune, che mi davano ragione e avevano decretato l'annullamento di due delle tre sanzioni. Tutta la mia gratitudine a Lidia che, se non sbaglio, non è avvocato (se sbaglio, meglio per la categoria!).

08 marzo 2008

Pigrizia congenita


COME PROMESSO ecco la traduzione del post di Monasterio.

Maria (non è il suo vero nome) è all'ultimo anno delle superiori e tra pochi mesi affronterà l'esame di ammissione all'università. È la prima volta che parliamo. Simpatica e chiacchierona, ma quando tocchiamo i temi importanti diventa triste e un pelino solenne.

—Tu adesso hai 17 anni, le dico. Immagina te stessa... diciamo a 37 anni, cioè venti anni più vecchia: nel migliore dei tuoi sogni, come ti vedi?

Maria ci pensa un po'; giocherella con un orecchino d'argento e inizia a snocciolare i suoi sogni. Lentamente, con prudenza, come se avesse paura di entusiasmarsi.
—Cavoli, non saprei. Nel migliore dei miei sogni... mi vedo sposata...
—Con figli?
—Sì, quattro o cinque... anche di più.
—E per marito pensi già a qualcuno?
Maria ride.
—Beh, magari... no, non glielo dico.
—E poi?
—Dirigo un grande studio di architetti.
—Vuoi dire che ti piacerebbe costruire edifici?
—Sì... grandi torri di cristallo.
A questo punto prende slancio:
—Però abiterei in una grande villa di un solo piano, con giardino, due cani, piscina, idromassaggio...

—Bene. Adesso torniamo alla realtà: ovviamente farai architettura...
—No. Penso di studiare pubblicità o turismo o cose del genere.
L'espressione di Maria è diventata molto triste. Coglie il mio gesto di sorpresa e mi spiega:
—È che ci vuole una media altissima e io sono pigra da morire.
—Però proprio scema non mi sembri...
—In effetti quando studio prendo buoni voti, però la psicologa mi ha detto di cercarmi qualcosa di leggero, perché mi stresso facilmente...

E così Maria ha una psicologa. Devo proprio essermi rincretinito. Sì, perché io non trovo in Maria nessun problema psicologico o emozionale, a parte quelli normalmente derivanti dalla sua condizione di figlia unica, troppo viziata da suo padre e con troppi euro in tasca.

—E non pensi che sforzandoti un po'...?
—Guardi, non posso recuperare ora quello che non ho fatto in tutto l'anno.
—Questa l'ho già sentita: te l'ha detto tua madre?
—No, la psicologa.

Ho una gran voglia di dirle di mandare a quel paese la psicologa, perché quella frase è tanto vecchia quanto falsa: quello che non hai fatto ad ottobre puoi farlo a febbraio, a marzo o ad aprile. Maria è schiacciata dalla rassegnazione, si è arresa al pessimismo più radicale. Le sembra impossibile cambiare: "io mi conosco", si ripete continuamente. E insiste col dire che è pigra, che lo è sempre stata, "pigra congenita", come uno è biondo o bipede.

Mi torna in mente la mia adolescenza. Dio mi scampi dal rimpiangere un qualsiasi tempo passato, però a 17 anni io e i miei amici volevamo mangiarci il mondo. Ovviamente avevamo paura, però ci vergognavamo di ammetterlo. E pensavamo sinceramente che il futuro era nostro.

Perché ci sono tanti ragazzi sconfitti prima ancora di iniziare a lottare? È tutta colpa della scuola, o c'è dell'altro?

24 dicembre 2007

Dov'è finito san Giuseppe?

QUALCUNO mi ha fatto notare che nell'ultimo numero di Popotus (l'inserto di Avvenire) c'era un presepe da ritagliare in cui mancavano san Giuseppe, il bue e l'asinello. Chissà perché. Ma non ho resistito alla tentazione di produrre questo "falso", e l'ho anche spedito a Popotus! Magari mi rispondono. (Evidentemente il superlavoro mi sta dando alla testa).

Caro Popotus,
papà mi ha detto di scrivere quello che è successo in casa nostra riguardo al presepe da ritagliare dell'ultimo numero. Come sempre lo stavamo leggendo insieme io, mia sorella e il mio fratellino Peppe, che non sa leggere e glielo leggiamo noi e qualche volta ci inventiamo anche le cose perché lui fa sempre un sacco di domande.
A mio fratello piace molto san Giuseppe perché ha il suo stesso nome (a me invece piace san Sebastiano perché ha tutte quelle frecce addosso, mica per il nome!). Ha subito puntato il dito sul viaggiatore, forse perché ha la barba e il bastone, e tutto soddisfatto ha detto "Seppe!". Laura, che è mia sorella, gli ha subito detto che non era lui, allora Peppe, un po' meno convinto, ha puntato un altro personaggio e ha riprovato "Seppe?".
Gli abbiamo spiegato che nessuno di quei personaggi era san Giuseppe, e allora lui ha voluto sapere dov'era. Qui io e mia sorella abbiamo rischiato di litigare, perché io volevo dirgli che era stato portato via da un gruppo di terroristi che si sono mangiati il bue e l'asinello mentre per san Giuseppe chiedevano un riscatto, ma Laura, che è femmina, voleva raccontargli che era andato ad abbeverare il bue e l'asinello e che sarebbero tornati presto. Alla fine l'ha vinta lei perché Peppe stava per mettersi a piangere e dà sempre ascolto più alla sorella e io ho dovuto cedere.
Così papà mi ha detto di scriverti per chiedere che nel prossimo numero ci metti i personaggi che mancano, magari insieme con i re Magi, altrimenti mio fratello non si regge più.
Volevo anche ringraziare per la cometa con la coda bella lunga. Quella l'ho già colorata di giallo (ho provato con l'evidenziatore che è meglio per una stella, ma con la carta del giornale viene tutto strano) e me la sono ritagliata per me. Perché mio zio Michele, che sa di tutto e soprattutto di stelle, ha provato a spiegarci che la stella del presepe non aveva la coda perché non era una cometa. Ma io e mia sorella ci abbiamo pensato e abbiamo deciso che non è vero. E poi, ti pare? Se una stella è così brava da riuscire a mettersi sopra una grotta, vuoi che non sia capace di tirar fuori anche una bella coda?
Ecco, questa è la storia. Grazie di tutto e spero che ci farai un bel san Giuseppe (possibilmente con barba e bastone) la prossima settimana.
Sebastiano, Roma.

07 dicembre 2007

Graffi quotidiani

Il parcheggio del centro commerciale non offriva nemmeno un posto libero, ma Roberto non si perse d’animo. Dopo anni di frequentazione conosceva le dinamiche di quel centro come se fosse una parte di casa sua e sapeva bene che di prima mattina molti clienti erano sbrigativi quanto lui, gente che passa da lì per un acquisto al volo prima di entrare in ufficio. Bastava fermarsi in un punto da dove si vedeva la gente in uscita dai negozi, fare il classico cenno per dire “Sta andando via?” e seguire la persona fino all’auto, per prenderne il posto che lasciava.

Anche oggi come previsto: due, tre minuti di attesa, ecco un giovane elegante, dal passo nervoso... Sì, sta andando via. Roberto lo segue, mette le doppie frecce e accosta appena oltre l’auto di lui per consentirgli la manovra. Roberto non è frettoloso, e poi proprio ora sta ascoltando la sua canzone preferita; per quanto lo riguarda il giovane nervoso potrebbe fare con tutta calma.

Osserva la manovra nel retrovisore, poi guarda ancora dal finestrino il veicolo che scivola via – bella la nuova Skantra – e ancora mentre imbocca l’uscita. Ingrana la retromarcia, si volta indietro per la manovra... e inchioda. Appena in tempo per non urtare l’auto che gli sta rubando il posto!

Il buon umore di Roberto si incrina leggermente. Lo faccio? Sì, lo faccio. Scende e va incontro alla persona che sta giusto uscendo dalla macchina. Una signora già oltre la mezza età, dall’aria distinta, cappottino verde fuori moda e una faccia da brava donna che ti aspetteresti di trovare all’ingresso della parrocchia; di certo non sul "luogo del delitto".

– Scusi, forse non si è accorta, ma stavo aspettando già da un po’ per prenderlo io, quel posto.
– Oh, sì che me ne sono accorta. L’avevo vista benissimo! cinguetta lei con aria felice.

Roberto è interdetto. Una risposta così non se l’aspettava proprio.

– Ma... allora... io...
– Mi spiace proprio tanto tanto, giovanotto, ma sono sicura che ne troverà un altro. Basta cercare un po’.

Mentre la osserva voltargli le spalle e andarsene canticchiando verso uno dei negozi, Roberto pensa a diverse cose truci, dalla violenza fisica ai danni all’auto. La frase "occhio per occhio" sfiora un momento la sua consapevolezza. Poi si ricompone, perfino sorride, ironico. Perché immaginare cose che non farebbe mai? Ti pare che uno, per uno sgarbo che tutt’al più gli fa perdere qualche minuto, deve ritenersi in diritto di fare certe cose come graffiare l’auto o bucare una gomma? A voler essere giusti ci vorrebbe una punizione proporzionata, come una piccola offesa o un contrattempo. Magari uno spavento. Di più sarebbe ingiusto.

Non è ancora risalito in auto che già vede liberarsi un posto e l’incidente è subito dimenticato.


***


Roberto è alla cassa del supermercato e sta finendo di pagare. Ha già ritrovato il suo abituale buon umore. In fondo l’incidente del parcheggio gli ha causato un ritardo del tutto trascurabile. Soprattutto sta già pensando ad alcune cose interessanti che lo aspettano al lavoro.

Lo sguardo vaga in nessuna direzione in particolare, mentre raccoglie nella sportina di plastica le poche cose che ha comprato. Gli risuona in mente la sua canzone preferita. A pochi passi da lui c’è la signora dal cappotto verde, che sta giusto entrando nel supermercato; ha appena attraversato i tornelli d’ingresso. Anche lei lo vede e si ferma appoggiandosi alle barriere d’ingresso con un gran sorriso.

La barriera forma due corridoi paralleli, uno di ingresso, dove quella lo aspetta, l’altro di uscita, percorso obbligato per Roberto. Nessuna possibilità di evitarla, deve passarle necessariamente davanti.

– Non sarà troppo troppo arrabbiato con me, vero?
– Beh, insomma...

Lei fa un’espressione mortificata, o piuttosto la parodia di una espressione mortificata.

– No, guardi che io pretendo, ma proprio proprio, che lei mi perdoni, altrimenti ci resterò male male. Ho assolutamente bisogno di sentirle dire che mi ha perdonato.

– Va bene, dice un rassegnatissimo Roberto, perdonata.

La signora torna a sfoggiare il suo sorriso esagerato.

– Ecco, così va bene. Non voleva mica rovinarmi la giornata con il ricordo del suo broncio, no?

Rovinare? Un’idea fulminea attraversa Roberto. Lei dentro, io fuori... non scavalcherebbe la barriera o i tornelli... per arrivare all’uscita deve fare un bel giro...

Anche Roberto adesso sorride.

– Sa, signora, che lei è proprio simpatica? Quasi mi dispiace per quello che le ho fatto alla carrozzeria...

Le volta le spalle e si avvia verso le porte automatiche, non senza accennare al motivetto della sua canzone preferita. In mente l’immagine del sorriso ancora congelato sul volto della donna mentre digerisce l’insinuazione. Appena un tantino di fretta nell’allontanarsi: non vorrebbe proprio rovinarsi la giornata con il ricordo di una isterica che attraversa gridando le corsie del supermercato.

27 novembre 2007

A ciascuno la sua storia

Anni fa uscì un film, si intitolava Smoke e forse era sponsorizzato da qualche industria del tabacco, che mostrava tante piccole storie che si intrecciavano intorno ad un negozio di tabacchi. Voleva dire che la vita è fatta di tanti piccolissimi eventi, trascurabili se presi singolarmente, ma che alla fine sono la nostra vita, quindi non del tutto trascurabili. "Come una sigaretta", potrebbe dire un fumatore. Questa idea veniva presentata all'inizio del film con la domanda: "Si può pesare il fumo di una sigaretta?" (La risposta è geniale, quindi non ve la dico!)
Mi tornava in mente questo film perché alla fine delle numerose piccole storie, uno dei protagonisti – uno scrittore che da tempo non riusciva più a scrivere – annuncia ai suoi amici che una rivista gli ha chiesto di scrivere una storia di Natale, e lui non sa che cosa dire. È curioso perché, dopo aver seguito tante storie, lo spettatore risponderebbe: "Che stupido! Ma se hai l'imbarazzo della scelta!", e invece nel film sono "costretti" ad inventarsene una; a conferma della tesi che la vita è fatta di tante storie, così piccole che uno rischia di non accorgersene.

Già, ma tutto questo non spiega perché mi tornava in mente Smoke. La "provocazione", ancora una volta, mi è venuta dal blog di Monasterio. In un post recente immagina degli amici che si rivedono dopo tanti anni e ognuno ha la sua storia da raccontare; ma quello che nel frattempo è diventato sacerdote ne ha moltissime più di tutti, perché ha vissuto come sue le innumerevoli storie delle tante persone che ha seguito in quegli anni. Bello, no? Ancora una volta i commenti dei lettori sono entusiasti e commossi.

Beh, devo dire che io sono rimasto incerto. Primo, perché la storia è un po' troppo "esplicita": il sacerdote timido, che parla per ultimo, che dice la sua nel modo più paradossale possibile... bello, sì, ma... non so, sarà perché mi sento coinvolto, ma non mi soddisfa. Farsi carico degli altri non significa vivere la loro vita; è bellissimo, appassionante, faticoso... ma è diverso. E poi – forse per questo mi sono ricordato di Smoke – raramente uno è consapevole di tutte le "storie" che sta vivendo. Se qualcuno gli chiedesse "dai, raccontaci una storia delle tante che hai visto", forse, come lo scrittore del film, non saprebbe che pesci prendere.

Il sacerdote di Monasterio conclude dicendo "La mia biografia è irrilevante", cosa che ha suscitato qualche commento in disaccordo ("Sono sicuro che non è così", "Anche lui avrà avuto le sue avventure personali" ecc.). Penso che la parola sia esatta: irrilevante, non inesistente. Il sacerdote ha la sua storia ed è grandemente arricchita dalle molte e ricche relazioni con tante persone.
Che ve ne pare?

16 novembre 2007

Adolescenti

Traduco ancora un post di Monasterio se non altro per l'immagine finale, che mi ha fatto morire. Come potete immaginarvi ha suscitato una serie di commenti commossi, soprattutto femminili (li trovi qui, ma in spagnolo), tanto che lui ha dovuto rettificare chiarendo che è una cosa di ragazzi e non è affatto detto che sia seria.

– Perché volevi vedermi?
– Non saprei...
– Ma volevi parlare con me, no?
– Sì.
– Per la catechesi?
– Sì. Cioè, no.
– Sei preoccupata?
– Un po'.
– Per qualcosa in concreto?
– Sì.
– Se me lo racconti, magari ti posso aiutare.

Silenzio. La ragazzina – sedici anni e qualche fruncolo sulla faccia – si guarda le mani. Poi prende la catenina che porta al collo e inizia a giocherellare con la medaglietta.

– Volevi raccontarmi qualcosa, giusto?
– Sì.
– Però non sai da dove iniziare...

Le si inumidiscono gli occhi. Cerca un fazzoletto, poi prende uno dei miei.

– È una cosa bella o brutta?
– Una cosa buonissima.
– Ottimo. Allora non sarà difficile raccontarla...

La ragazzina inizia a piangere. Secondo fazzoletto.

– Vediamo un po': come si chiama?
– Chi?
– Guarda che mi stai finendo i fazzoletti.
– Juan.
– Esci con lui?
– Non più.

Terzo fazzoletto. Finalmente sputa il rospo:

– Mi ha lasciato. Dice che ha la vocazione. È un'ingiustizia!

Si alza e quasi fa cadere la sedia.

– Ecco. Me ne vado.

Se na va di corsa, portandosi via il mio pacchetto di fazzoletti.