03 settembre 2014

L'Irlanda in 22 foto

FINALMENTE HO RIVISTO le foto di agosto. Le ho fatte con il cellulare, quindi non mi aspettavo granché, ma invece ce n'era qualcuna di mio gusto. Ho raccolto qui le migliori.

Vedo che sono 22, praticamente una al giorno. A pensarci, direi che questo è il numero giusto di foto che uno dovrebbe riportare da un viaggio: non più di una al giorno!

27 luglio 2014

Salviamo i Sette Nani!

DUE ANNI FA scrivevo un post sul convivere con i Sette Nani (lo trovi qui). A Brontolo, Pisolo ed Eolo, aggiungevo Sordolo, Scordolo, Confusolo, Saccentolo (nome più esatto per Dotto).

Mi sono tornati in mente nelle ultime settimane, facendo un bilancio del mio primo anno in una nuova casa. Un anno fa ho lasciato un ormai collaudato assortimento di "nani" per trasferirmi in una casa di "persone normali": buoni, simpatici, accoglienti, brillanti ecc. ecc. Forse avevo lasciato il bosco con i suoi nani ed ero passato a vivere a corte? Ma non vedevo traccia di streghe regine...

Poi mi è capitato di scambiare due chiacchiere con una persona che aveva abitato in passato nella mia attuale casa... e mi ha parlato dei nani! (Cioè, lui non li chiamava così, ma ci capiamo: ha iniziato da Brontolo e poi giù con tutto l'elenco). Quasi quasi mi sono rallegrato: vuol dire che sono ancora in una casetta nel bosco, non a corte! Avevo dimenticato che i "nani" ci vuole un po' per scoprirli. (O forse sono a corte e qui i nani ci sono ma più nascosti per non farsi scoprire dalla regina crudele). Ho iniziato a tenerli d'occhio: prima o poi li avrei stanati!

Con un po' di attenzione, non è stato difficile. Il primo a scoprirsi è stato Brontolo: non si nota tanto perché parla poco e perché è buonissimo, ma basta dargli corda un po'... Dietro venivano Fissolo, che parla solo dei suoi argomenti preferiti, suo fratello Ideolo, un po' scollato dalla realtà, Tattolo, fratello di Confusolo, che dice delle cose spaventose, inconsapevole dell'effetto che possono avere sugli altri.

Potrei prolungare l'elenco, ma la scoperta interessante di quest'anno non sono loro, bensì la strega regina! Per questo ho il sospetto di essere capitato a corte. La strega regina odia i nani, e quando ne scopre uno lo rinchiude nelle sue prigioni da cui non ne uscirà mai più. Poverini! Per questo si nascondono. Ora che ho capito faccio tutto il possibile per nasconderli alla strega; cerco di distrarla se le cade l'attenzione su uno di loro travestito; provo a minimizzare quando qualcuno si tradisce manifestando i suoi caratteri distintivi...

Io ci provo, ma l'impresa è davvero difficile perché, sapete, la strega sono io!

Nella foto, un'alternativa decisamente più bella ai nanetti da giardino, vista a Corteno Golgi in questi giorni.

26 giugno 2014

Non so niente di te

Non so niente di tePaola Mastrocola, Non so niente di te (6/2014) ****

Fil, giovane ricercatore di economia, si presenta ad una conferenza in un college di Oxford accompagnato da un gregge di pecore. Tiene brillantemente la sua relazione con tanto di applausi entusiastici alla fine, riprende le sue pecore... e scompare. Il tempo che la notizia arrivi alle persone giuste e scatta la ricerca di parenti e amici: che fine ha fatto? che ci faceva a Oxford? perché le pecore?

Con questo punto di partenza, paradossale e onirico come piace alla Mastrocola, parte una ricerca che è esteriore e anche interiore (anche questo mi sembra una costante dell'autrice). I personaggi cercano di capire le azioni e i moventi di Fil, ma per fare questo devono anche capire se stessi.

La Mastrocola riesce a raccontare storie con spessore umano, mantenendo un tono scanzonato, sognatore, giocoso, che mi piace molto. Magari a volte un po' lunghetta. I messaggi sono tanti e immagino che ognuno coglierà secondo la propria sensibilità. Uno chiaro (e da consigliare alle persone con problemi in materia) è che i genitori non possono programmare la vita dei propri figli (ma che se non lo fanno loro ci pensa la società a inquadrarci per bene), l'altro è che la crisi economica inizia da dentro di noi: tentativo di dare un piccolo contributo di saggezza a una delle principali preoccupazioni del nostro tempo.

Lettura gradevole e di soddisfazione, che consiglio.

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(Credo indichino così nei forum le aggiunte successive)

Dopo aver scorso qualche recensione sento il bisogno di aggiungere due cose.

1. Vedo che ad alcuni è piaciuto molto e ad altri per niente. Credo sia perché mettendosi in situazioni paradossali alcuni reagiscono pensando "ma questo non è possibile!". Chiaro: non è possibile che io molli tutto e vada a fare il mio personale Into the Wild, ma forse non l'ho mai sognato? E non è accattivante esplorare certi sogni raccontandosi come sarebbe andata?

In fondo l'autrice ci mette in guardia contro i "sogni tardivi": anche da grandi è bene sognare, ma con la maturità di saper dire "bello, ma... no, grazie", quando non è più tempo.

Ad altri non è piaciuto perché manca di azione: l'azione qui è fatta solo di domande e di piccole e grandi scoperte su di sé e sugli altri. Azione azione... pochissima e marginale.

2. La trovata del narratore proiettato nel futuro è un po' debole. Almeno però è poco invadente. L'autrice ci avvisa all'inizio di aver immaginato un narratore del futuro che ci racconta una storia dei giorni nostri. Ma proprio in quell'avvertenza ci viene detto di non prenderla troppo sul serio... Insomma quando le fa comodo per dire "perché a quel tempo (cioè nel 2011) facevano così e cosà" ironizzando sulle abitudini dei giorni nostri, allora si ricorda del narratore dal futuro; per il resto scompare.

Così intanto ci regala delle paginette ben simpatiche di critica bonaria e sorridente al nostro mondo virtuale dove stiamo in contatto costante con tante persone senza conoscerle veramente, occupando tantissimo tempo in relazioni che non sono quasi nulla.

Insomma, poteva tranquillamente risparmiarselo, oppure fare lo sforzo di costruirlo meglio, ma il narratore futuro quantomeno aiuta a dire "Non prendetemi sul serio: guardate che non lo faccio nemmeno io!".

E visto che ho fatto aggiunte, aggiungo per chi l'ha letto: la spilla di Giulia con il principe ranocchio contiene un messaggio, no?


08 giugno 2014

Rugby e matrimonio

MIA SORELLA ha inviato questa foto ai suoi figli. Una torta nuziale dove lo sposo, in una tenuta da rugby/matrimonio corre con la palla sotto il braccio, mentre la sposa tenta di fermarlo con un placcaggio.

L'allusione è chiara: i due figli maschi sono entrambi stabilmente fidanzati da anni e ancora nessun matrimonio in vista...

La foto mi è rimasta alla vista per diversi giorni, finché la conversazione su WhatsApp non l'ha fatta scorrere verso l'oblio, così mi ha dato tempo di pensare che, aldilà dello scherzo, c'è una grossa differenza tra rugby e matrimonio.

Il giocatore di rugby corre verso la meta, nome non casuale: anche in inglese goal vuol dire meta, obiettivo. Nel calcio il goal non è stato tradotto, italianizzandolo solo un po' in "gol". Forse non si è tradotto perché il calciatore non deve raggiungere lui la porta, ma lanciarci dentro il pallone, così la porta non è propriamente una meta per il calciatore; casomai un bersaglio. In questo il rugby è una metafora più attinente alla vita: ci ricorda che è difficile raggiungere i nostri obiettivi, sembra che il mondo cerchi di sbarrarci il passo o, almeno, di trattenerci (fortuna che ci sono i compagni di squadra...). Più è difficile da raggiungere più la meta richiede determinazione e lotta; ma più grande è la soddisfazione di raggiungerla.

Ma se passiamo alla torta nuziale, lo sposo in fuga non corre verso nessuna meta! Sta solo scappando. Ha paura di rimanere vincolato, di perdere la sua libertà. Ed è vero: se mi lego sono meno libero. Ma se non ho una meta da raggiungere, a che mi serve essere libero? E se poi la meta richiedesse proprio quel legame per essere raggiunta? Sarebbe come scappare dai propri compagni di squadra! Difficile vincere, così.

Il matrimonio esiste per un obiettivo, quello di costruire una famiglia fondata sul sostegno reciproco e stabile dei due coniugi. Fuggire (eccetto se si è certi di stare con la persona sbagliata, ma allora perché ci stai?) è condannarsi a legami sempre incerti e, soprattutto, rinunciare a quella grande avventura che è costruire una famiglia.

Il giocatore di rugby raggiunge la meta e guadagna punti. Lo sposo in fuga continuerà a correre, e quando avrà staccato tutti alla fine potrà solo godersi la "libertà" di essere rimasto solo.

30 maggio 2014

Considerazioni su un biscotto

PER FESTEGGIARE un compleanno ci hanno preparato una torta di gelato sormontata da un carretto siciliano di pastafrolla, trainato da due somarelli, carico di cioccolata e frutta candita. Avevano pensato persino al brecciolino della strada, fatto di pistacchi sbriciolati.

La reazione di tutti è stata quella prevedibile (oltre a fare qualche foto con i cellulari): il festeggiato ha delicatamente rimosso il carretto, collocandolo su un piatto, e ci siamo poi impegnati nel non difficile compito di divorare la torta. Intanto commentavamo il carretto, lo guardavamo, soprattutto ci chiedevamo chi avrebbe avuto il coraggio di mangiarlo. La domanda che prevaleva era: Come può qualcuno dedicare tanto tempo e tanta arte per produrre una cosa che non dura niente, perché fatta per essere mangiata?

La domanda evidenzia il contrasto tra due diverse prospettive: da una parte noi che guardavamo al valore dell'oggetto, dall'altra chi l'aveva fatto, che pensava al significato del gesto. Un oggetto pregevole e che avrà richiesto un certo lavoro vale molto, e chiede di essere conservato e valorizzato; un oggetto che è principalmente espressione di affetto attraverso l'atto di rendere bello (essendo già buono!) del cibo, chiede di essere ricevuto come segno.

Qui mi piacerebbe sentire il parere di chi guarda al significato (della mamma, per intenderci): se il "segno" prende la forma di cibo, la sua accoglienza deve consistere nel mangiarlo. (La mamma vuole che il figlio mangi il piatto di pasta, non che lo ammiri.) Quindi – forse – il miglior gesto di apprezzamento che potevamo avere non era quello di mettere da parte il carretto, ma di smantellarlo e mangiarlo con gusto.

O forse no?