18 maggio 2008

Felice di radermi

QUALCUNO MI HA PASSATO un articolo di Avvenire (del 16 aprile 2008, pagina 22) in cui un sacerdote, per esprimere la contentezza della sua condizione, centra l'attenzione su un fatto apparentemente banale: "Mi faccio la barba, ogni mattina...".

L'articolo ve lo consiglio, perché è profondo e simpatico, ma a me, leggendolo nel ripetersi della frase "mi faccio la barba perché...", è venuto in mente un pensiero che forse c'entra poco con la mia condizione di sacerdote (o meglio, io penso che c'entri, ma non intendo psicanalizzarmi in pubblico).

Più che un pensiero, un'immagine: la scena di mio padre che si fa la barba, seguito dallo sguardo curioso e ammirato di me bambino, una sera mentre ci prepariamo tutti per andare al Teatro dell'Opera.

Il ricordo mi ha commosso e ho provato a chiedermi il perché. Una prima parte della risposta, consapevole, era chiara anche allora: avevo pochissime occasioni di vedere mio padre radersi, lui che era l'unico uomo adulto della famiglia; quindi avevo pochissime occasioni di vedere qualsiasi uomo radersi, spettacolo che per un bambino ha un che di iniziatico. Il lavoro teneva papà lontano da casa la maggior parte dell'anno; e a questo si aggiungeva che si alzava prestissimo e, anche quando c'era, coglierlo al mattino in quella operazione era molto raro.

Oggi però ho capito che c'è un motivo più profondo, allora inconsapevole, della bellezza di quel ricordo. Quello che si radeva era mio padre: figlio di contadini, avventuriero per la maggior parte della sua vita, che aveva trascorso più notti sotto una tenda nella savana che giorni in una vera città. Quell'uomo si faceva bello per portare a teatro mia madre, colta professoressa, figlia di borghesi, cresciuta nella "Capitale del Regno", lasciata solo per trasferirsi nella "Capitale della Repubblica", appassionata di lirica da almeno tre generazioni.

Solo oggi capisco che a mio padre non doveva importare particolarmente la musica classica, tantomeno la lirica. E capisco che se mi è sempre piaciuto radermi è perché quella sera lo faceva mio padre... che amava molto mia madre.

07 maggio 2008

Letture III (ottobre 2007 - febbraio 2008)











Terzo elenco dei libri che ho letto (sempre con il serio sospetto che non interessi a nessuno, ma è un tale piacere compilarlo...). I precedenti sono: Libri letti 1, e Libri letti 2.
Beppe Severgnini, L'italiano. Lezioni semiserie (2/08) ***.
Può essere un'idea dare una ripassatina all'italiano almeno ogni vent'anni. E così imitando sfacciatamente Cesare Marchi di Impariamo l'italiano, Severgnini ritorna sul tema con l'aggiunta del suo stile spiritoso. Peccato che a cercare di essere spiritosi a tutti i costi e su un tema così specifico, ogni tanto deluda. Inoltre adesso sono complessato: ogni volta che mi viene da scrivere "che", sento l'occhiata severa di Severgnini che mi dice "Sicuro che sia necessario?" (immagino che lui preferirebbe: Quando mi accingo a scrivere "che", l'occhiata severa di Severgnini mi ammonisce: sarà proprio necessario?). Insomma, più utile che bello.
Angelo Comastri, L'angelo mi disse. Autobiografia di Maria (2/08) ***.
Come si intuisce dal sottotitolo, l'autore immagina che sia la Madonna a raccontare la sua storia. Molto devoto, bello il commento alle devozioni mariane che intervalla il racconto, bellissimo il libricino allegato con la vita di Maria raccontata da Giotto. Tutto sommato, però, un libro un po' fiacco.
Alexander McCall Smith, Le lacrime della giraffa (2/08) ****.
Deliziosa scoperta, di cui ho già parlato in un precedente post (lo trovi qui). L'investigatrice Grace Ramotswe, corpulenta matrona di Gaberone in Botswana, indaga sulla scomparsa di un giovane americano. Non è il primo episodio della serie, ma è quello che mia sorella (alla quale vanno i miei tardivi ringraziamenti) mi aveva indicato come il più bello della serie. Veramente spassoso e un must per chi ama l'Africa.
Francesco Romano, Figli di questo tempo (1/08) ***.
Piccolo libro sull'amore degli adolescenti; quella imitazione di fidanzamento troppo distante dal matrimonio per averlo in mente. È una cosa buona o cattiva? si domanda l'autore. Per dare una risposta fa un percorso in tre tappe: prima una introduzione antropologica sulle dimensioni più importanti della persona, poi un approfondimento sulla natura dell'amore, infine il tema vero e proprio: che significato ha (o può avere) l'amore dei molto giovani. Spunti utili per avviare una riflessione. Mi auguro che un giorno ci regali una esposizione più ampia e decantata di questo tema poco studiato.
Erri De Luca, In nome della madre (1/08) ****.
Riflessione poetica sull'Incarnazione vista con gli occhi di Maria. De Luca non si propone una eccessiva fedeltà al testo sacro e tantomeno alla tradizione (temo che a qualcuno potrebbe non piacere per questo). Quello che racconta è come lui ha visto le cose, immaginando i pensieri di una Maria ragazzina e i suoi dialoghi con Giuseppe e con Gesù non ancora nato. Mi piace molto l'intuizione – già accennata in Tu, mio – che la castità è frutto di un amore straordinariamente grande.
Qualche citazione la trovi qui.
Daniel Pennac, Ecco la storia (1/08) ****.
«Sarebbe la storia di un dittatore agorafobico...» inizia al condizionale questo quasi-romanzo intelligente e spassoso. Non conoscevo Pennac se non per Come un romanzo e mi ha conquistato. Alternando l'invenzione ai ricordi personali gioca a fare dentro e fuori tra verità e invenzione. Come un prestigiatore estrae dal suo cappello situazioni e personaggi e li modella fino a farli diventare veri, salvo poi, da buon prestigiatore, strizzarti l'occhio per dire "Ci hai creduto, eh?"
Ricco di umanità e di buon senso... e molto divertente. Lo consiglio a tutti.
Cormac McCarthy, Non è un paese per vecchi (12/07) **-.
Racconto di frontiera, con un killer spietato, un reduce del Vietnam che accetta il rischio di sfidare i cattivi, e uno sceriffo anziano che ne ha già viste di tutti i colori e non gli sono piaciute. Si vede la penna di un maestro e si legge tutto d'un fiato, ma non ho saputo mettere la terza stella perché ci sono rimasto troppo male sulla conclusione. Già recensito in un post precedente (lo trovi qui e poi qui).
J.R.R. Tolkien, The children of Húrin (10/07) ***.
Versione ampia della saga di Turin, figlio di Hurin, già conosciuta da chi ha letto il Silmarillion. Con tutto l'affetto per Tolkien, questa versione non aggiunge niente. La storia rimane la tragedia più possente che abbia concepito la sua mente prolifica (e più portata all'epica che alla tragedia). Immagino che lo apprezzerà di più chi non conosca già la storia; per me è stata una delusione.
C. Virgil Gheorghiu, Dalla venticinquesima ora all'eternità (10/07) ****.
L'autore è un pope ortodosso rumeno, nonché poeta. Discende da una famiglia dove a memoria di uomo tutti i maschi abili sono stati dei pope. Quando gli dissero che non avrebbe potuto diventare un pope anche lui, scelse la seconda professione che più avvicina a Dio e decise di diventare un poeta. In questo libro descrive la figura di suo padre: una icona vivente, cioè un simbolo che permette agli uomini di vedere Dio.
Quattro stelle per un libro poetico e profondamente spirituale, una meditazione sulla figura del sacerdote che raccomando a tutti, soprattutto ai sacerdoti.

La firma dell'uomo

«L'UOMO DIFFERISCE dall'animale non solo di grado. Ed eccone la prova: se dico che il più primitivo degli uomini ha disegnato una scimmia dico una banalità; se dico che la più intelligente delle scimmie ha disegnato un uomo, sospettate che vi prenda in giro. (...) L'arte è la firma dell'uomo.»
Gilbert K. Chesterton, The Everlasting Man

05 maggio 2008

L'orgoglio di una mamma

TANTO TEMPO FA avevo scoperto un podcast (per chi non lo sapesse, qualcosa di simile ad un blog, ma fatto con registrazioni audio) molto simpatico. Si intitola Daily Breakfast ed è tenuto da Fr. Roderick, un giovane sacerdote olandese brillante e un po' svitato che parla un inglese impeccabile. Dopo moltissimo tempo mi è venuta voglia di riascoltarlo e sono andato sul sito per scaricare un episodio. Già che c'ero mi ha preso la curiosità di vedere come sono gli altri podcast cattolici ospitati da sqpn.com e così ho scaricato ed ascoltato questa puntata di Catholic in a Small Town (poi ho scoperto che esiste anche il video, che trovi qui). È una giovane coppia che parla della loro vita familiare e altre cose. Molto simpatici anche loro.

Non so se e quando li riascolterò, sono troppo "papà e mamma" per i miei interessi, ma mi è piaciuto l'orgoglio con cui la mamma (al minuto 3 circa del video, ma meglio iniziare un po' prima, minuto 2:30 direi; ancora prima nella versione audio) racconta di come Bill, di cinque anni, si è preparato la colazione da solo per la prima volta.

Quel mattino la mamma era distrutta e al piccolo Bill che veniva a reclamare la colazione pensò bene di dire: "Perché non provi a preparare tu, che la mamma è molto stanca?"

Poi però si è preoccupata ed è andata in cucina a controllare. Bill era seduto per terra, davanti a due ciotole (la sua e quella del fratellino) in cui aveva già messo i cereali, e armeggiava pericolosamente con la linguetta di un cartone di latte da due litri. Il primo pensiero della mamma è stato: "Sto per assistere al rovesciamento a terra di 4 dollari e 20 di latte". Ma il secondo pensiero è stato di orgoglio: mio figlio sa ormai quasi prepararsi la colazione da solo!

Fine dell'aneddotino, niente di che. Solo che ieri mi è tornato in mente metre predicavo che Maria è nostra madre. Ho pensato che osserva i nostri progressi – e i nostri disastri – con lo stesso orgoglioso entusiasmo. Da ieri ho meno paura dei miei "cartoni di latte" che continuamente rischio di rovesciare in terra.

30 aprile 2008

Semplicità

Chiedo scusa a chi legge abitualmente queste note: già da un po' le sto trascurando. Temo che sarà così ancora per qualche tempo, perché mi trovo assorbito da altro. Intanto, per tenere vivo il blog, trascrivo un pensiero di Eric-Emmanuel Schmitt, per il quale ringrazio Alberto.

«CREDO CHE ci sia bisogno di molta padronanza e di molto abbandono per osare la semplicità. Si de­ve rinunciare a stupire gli imbecilli, i pedanti, gli ac­culturati, tutti quei personaggi che si sentono giu­dici e che riescono a riconoscere un talento solo se è carico di complesse sofisticazioni, che identifica­no l'intelligenza solo se non capiscono qualcosa, e nella noia inconfessabile che provano individuano il genio. Rivendicandosi colta, sottolineando a ogni istante le sue origini e le sue ambizioni culturali, l'arte pretenziosa guadagna facilmente il favore di cervelli che si credono seri. Invece colui che avan­za seminudo, armato solo della propria grazia e di un sorriso, rischia di incorrere nel disprezzo dei censori.

Ci vuole una dose maggiore di lavoro e di mo­destia per ottenere un'arte che sia chiara, evidente.»
(La mia storia con Mozart, p. 89).

Rileggete la citazione mettendo personalità al posto di arte e la cosa diventa ancora più interessante. Che c'entra l'immagine? C'entra, c'entra...