15 gennaio 2018

Chiudere in bellezza (il 2017)

ESCURSIONE A MONTE COFANO, promontorio di circa 600 metri tra due bellissime baie (vedi qui su Google maps). Era piovuto fino a pochi minuti prima, ora apparivano sprazzi di sole. Vento forte e freddo. Appena lasciata l'auto, a circa tre chilometri dalla Tonnara del Cofano, mi ha colpito il mare mosso e la luce. Avrei voluto cogliere una bella spruzzata di onde, ma dopo due o tre tentativi mi sono arreso.
Solo a fine gita ho potuto sorprendermi per l'atmosfera magica che il cellulare era riuscito a immortalare. Decisamente la migliore foto dell'anno che si concludeva (era il 29 dicembre).

31 dicembre 2017

Haiku del 2017

QUALCUNO mi ha fatto notare che quest'anno non ho prodotto nessun haiku (be', se è per quello, nemmeno molti post: questo è il quinto in tutto l'anno!). Pensandoci, è un vero peccato, perché un haiku è composto di 17 sillabe, e nel 2017 si poteva valorizzare questa coincidenza numerica. ("Anno dell'haiku"? Ormai è andato).

Allora concludo l'anno con questa sciocchezza, e mi guardo bene dal fare propositi per il 2018 relativi a questo blog.

Come un haiku
di DICIASSETTE sillabe
l'anno finì

Con tanti auguri!

03 dicembre 2017

Profumo di discarica

La mossa del cavalloLa mossa del cavallo by Andrea Camilleri. Voto: 1 of 5 stars

Era in coda da tempo: con tanto successo che ha, almeno un suo romanzo dovevo leggerlo. (In realtà avevo ascoltato un audiolibro letto da lui, anni fa, ma ricordo solo una sensazione di tristezza). Mi informo: La mossa del cavallo è considerato il suo capolavoro, quindi va in lista di attesa.

La lingua è divertente, non so se potrei sopportarla per un intero romanzo.

Prime due pagine: la devota vedova se la fa con almeno due amanti; il sacerdote del paese è un donnaiolo usuraio...

La sensazione è quella di aprire una pattumiera che non è stata svuotata da troppo tempo. Richiudo disgustato e rinuncio a scoprire perché questo autore è tanto apprezzato. I suoi meriti li avrà di sicuro, ma non mi va di frugare nella spazzatura per scoprirli.

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30 aprile 2017

Il nulla e i suoi derivati

PROBABILMENTE IL NOME di Hilaire Belloc non vi dice nulla. Era uno dei migliori amici di G.K. Chesterton, con tale comunanza di pensiero che George Bernard Shaw, loro amico e oppositore, decise di trattarli come un unico destinatario delle sue polemiche, una sorta di mostro a due teste che battezzò Chesterbelloc. So che già questo lo renderà interessante almeno ad alcuni.

Ancora più interessante se si pensa che dei due, Belloc e Chesterton, il primo era da tutti considerato il più brillante. E più brillante di Chesterton ce ne vuole...

Mi incuriosì un accenno (in qualche lettura su C.S. Lewis, credo) ad una sua raccolta di saggi intitolata On Nothing and Kindred Subjects, che si potrebbe tradurre Su niente e temi affini, ma, se ho capito lo spirito del Chesterbelloc, forse avrebbe preferito Il nulla e i suoi derivati. (Il testo inglese è di pubblico dominio e ne ho messo un link nel titolo; in italiano non credo sia mai stato tradotto).

Lo presenta come una sfida intellettuale: ad una provocazione del tipo "Tu che sai parlare un po' di tutto, sapresti dire qualcosa su niente?", lui risponde addirittura con un libro! Nell'introduzione afferma la consapevolezza di poter offendere alcune categorie di persone influenti, se avesse trattato con leggerezza un tema per loro tanto importante, quasi sacro. Ma ormai la sfida era raccolta e doveva andare fino in fondo.
Comprendevo che a scrivere del nulla rischiavo di offendere i vanti di altri, specialmente di molti potenti di oggi, perché avrei trattato di cose a loro molto care e familiari, quali "L'onore dei politici", "La sensibilità delle grandi donne", "La ricchezza dei giornalisti", "La capacità di entusiasmo di un gentiluomo" o "La cultura dei banchieri". Tutto ciò che è più intimo e più caro agli uomini più famosi del nostro tempo, tutto ciò che più vorrebbero proteggere da sguardi profani — tutto questo mi proponevo di farne il tema di un semplice libro.
Ci sono tutte le premesse per una lettura esilarante. Purtroppo, però, dovrà aspettare finché non riuscirò a ridurre la lista dei titoli attualmente "in lettura" (in questi giorni sono riuscito a scendere a 8, ma questo secondo GoodReads, perché in realtà sono sempre molti di più). Ma ho proprio voglia di leggerlo: con tanti difensori del Nulla intorno a me, sento il bisogno della sonora risata del Chesterbelloc per tirarmi su il morale.

02 aprile 2017

Mortale, immortale, eterno

PER POTER MORIRE prima bisogna essere vivi. Gli esseri inanimati non possono morire: sono immortali. Più o meno così Hannah Arendt inizia la sua riflessione sull'immortalità nella sua opera filosofica più importante: Vita activa. La condizione umana. Ma ovviamente c'è di più.

Questa filosofa (più famosa per La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme) sostiene che, in un certo senso, solo l'uomo muore. Gli altri esseri viventi hanno un'individualità così debole che la morte del singolo è trascurabile. Le margherite sono "immortali" perché non è la singola margherita che conta, ma la specie che si perpetua nel succedersi degli individui. Qualche animalista potrebbe risentirsi se si applica questo ragionamento anche agli animali, ma la Arendt lo fa. Il piccione è immortale perché nessun piccione singolo è particolarmente diverso da qualsiasi altro. (La "vera morte" del piccione sarebbe l'estinzione della specie, ma la Arendt non prende questa direzione nel suo ragionamento). Insomma solo l'uomo è mortale, perché solo l'uomo è veramente vivo.

Questa unicità è gloriosa. L'eterno ripetersi dell'uguale (rubo l'espressione a Nietzsche) in tutti gli ambiti della realtà, viene interrotto da un unico elemento di discontinuità che è l'uomo mortale. Se l'immortalità è un cerchio (che non finisce mai perché ritorna sempre su se stesso), il mortale è un segmento di retta, con un inizio e una fine. Unico, irripetibile proprio nel senso che non si ripete. Per questo ho scelto l'immagine di questo post (purtroppo è falsa, l'ho costruita io): le stelle descrivono nel cielo la loro perenne rotazione, la stella cadente piomba rettilinea – attirando la nostra attenzione – e poi scompare.

L'uomo può cercare l'immortalità. Può pensare di imitare quella delle altre creature: inseguendo il miraggio di una vita sempre più lunga... ma quanto? Oppure perpetuandosi nei figli... ma quanti vengono ricordati oltre la seconda o terza generazione? Oppure ci si dissolve nell'omologazione alla massa. È un po' come pensare di farsi piccione: sempre più uguale agli altri piccioni, al punto che, quando muore, nessuno se ne accorge, magari nemmeno l'interessato, se il suo sforzo di omologazione è riuscito a sufficienza.

Mi sono chiesto: se l'immortale è un cerchio e il mortale una retta, Dio che cos'è? Forse possiamo dire che è il cielo (la superficie, nella metafora geometrica), che contiene tanto le stelle fisse come le stelle cadenti? Oppure è il punto: interamente presente in tutta la sua totalità tutta compresa in un unico qui adesso. In realtà ci vorrebbe qualcosa che unisca le caratteristiche del punto e dell'intero spazio: un unico qui adesso che abbraccia tutto l'universo e tutto il tempo.

Dicevo che l'uomo può cercare una parvenza di immortalità (la Arendt parla anche della relativa immortalità della fama), oppure può cercare l'eternità. Perché l'immagine della stella cadente va bene per descrivere la nostra vicenda terrena, ma se crediamo nell'anima immortale, la figura giusta diventa la retta: va avanti senza mai tornare su se stessa e senza fine. E se non possiamo aspirare ad espanderci in tutte le dimensioni (ma le opere dello spirito: pensiero, creazione, amore, preghiera... sono "espansive"), possiamo però trovare l'eternità nel qui adesso.