12 agosto 2018

Il bianco è bianco

"EH SÌ, le cose vanno dette chiare. Pane al pane. Il bianco è bianco e il nero è nero"... Espressioni di un desiderio di chiarezza, di sincerità, che tutti comprendiamo e che saremmo tentati di condividere. E come non potremmo? Se proprio Gesù ci ha detto: «Sia invece il vostro parlare: "Sì, sì", "No, no"; il di più viene dal Maligno» (Mt 5,37).

Però ho l'impressione che chi davvero pratica il consiglio di Gesù, raramente si concede il vezzo di teorizzarlo. Forse fa parte del "sì-sì no-no" che sia una dottrina da praticare, non da discutere.

Resta che, recentemente, la persona che mi proponeva l'apologia del bianco-bianco e nero-nero, dava l'impressione di uno che, indicando il cielo azzurro, dicesse: "Il bianco è bianco..." e, indicando poi blu intenso del mare, continuasse "... e il nero è nero". Mi sembra che troppo spesso, dietro l'apologia della chiarezza e autenticità, c'è un bisogno di semplificazione e di sicurezza, che fa violenza alla realtà. E quando provi a ragionare con certe persone, subito viene il "Eh, quanto sei complicato! Sempre con i tuoi distinguo...".

Le ideologie sono daltoniche perché riduzioniste. La superficialità anche, sebbene in modo diverso. Ma facilmente finisce asservita all'ideologia.

L'immagine è di Hilma af Klint, e si intitola Il cigno (1915). Non so cosa lei volesse rappresentare (e davvero i suoi quadri erano il risultato di profonde meditazioni), ma io ci vedo un arcobaleno di colori che vengono ridotti al solo bianco e nero.

04 agosto 2018

Aragoste felici, retorica evoluzionista e altre questioni

J.B.Peterson, 12 regole per la vita. Un antidoto al caos ** (agosto 2018)

ME LO DICEVA SEMPRE la mamma: "Non dar retta ai consigli di vita degli sconosciuti!" (Be', non esattamente con queste parole). Avevo letto una recensione per l'uscita di questo libro (annunciato per ottobre in italiano, segnatevelo sul calendario per essere sicuri... di perdervelo) e diceva due o tre cose molto convincenti sull'autore. Qualche giorno fa ho iniziato a leggerlo e l'introduzione prometteva proprio bene, confermando le mie aspettative. A posteriori suppongo che l'articolo fosse basato proprio su queste prime pagine.

Poi ho letto la prima delle dodici regole e non riesco a decidere se sono rimasto più disturbato dalla banalità della regola o dalla lunghezza delle spiegazioni a sostegno della stessa. Ho abbandonato il libro e scritto la mia stroncatura su goodreads (puoi leggerla qui in inglese).

Qui non è del libro che voglio parlare, ma... delle aragoste. Sì, perché l'autore spiega come le strategie di conflitto tra aragoste maschio, per il controllo del territorio e per l'accoppiamento, evitano il più possibile di arrivare allo scontro violento perché ogni combattimento porterebbe all'indebolimento di entrambi i contendenti che poi dovranno fronteggiare un ambiente ostile ecc. Ve lo risparmio, penso abbiamo visto tutti abbastanza documentari per conoscere il discorso (dei cervi, dei pettirossi, dei leoni... e anche delle aragoste).

Mi ha però stuzzicato l'affermazione che queste strategie hanno garantito la sopravvivenza delle aragoste per 350 milioni di anni. Wow! Ci pensate: non sappiamo bene quando sia apparso l'uomo sulla terra, ma in ogni caso le aragoste scorrazzavano nei fondali del mare già da almeno 349 milioni di anni quando la prima di loro venne arrostita alla brace. (Ops, scusate la divagazione).

Ebbene, a questa affermazione seguono alcune pagine di esultanza per le meraviglie dell'adattamento e della selezione naturale. La natura seleziona i più adatti, le aragoste hanno imparato a farsi la guerra senza farsi troppo male e così... voilà! 350 milioni di anni di successo evolutivo. Con tutto il rispetto per l'evoluzione, gli evoluzionisti proprio non li sopporto. Perché ogni volta che si accenna a qualcosa che possa remotamente relazionarsi all'evoluzione è obbligatorio spegnere il cervello e dire qualche cretinata di questo tipo? Perché quello diceva che le aragoste, loro sì che sanno adattarsi all'ambiente. Da 350 milioni di anni. Sempre uguali. L'uomo che ne sa? Quello è arrivato ieri. Siamo ancora all'inizio del processo di adattamento. Eh già, quindi le aragoste sono immutate da 350 milioni di anni e allo stesso tempo evolvono da 350 milioni di anni?

Ma non finisce qui. Noi dobbiamo adattarci come le aragoste! Perché l'autore quello che voleva dire era semplicemente che conviene affermare la propria superiorità senza bisogno di arrivare fino al conflitto. Devi adattarti! Ma scusa, guarda che l'uomo lo fa già da quando esiste (almeno credo: sicuramente da quando lo conosco). E poi, anche se fosse, se adesso ti do ascolto e "mi adatto", che succede? Sto facendo una piccola evoluzione? Evolve la specie umana, oppure io, o tutti e due? E poi mi assicuri che se imparo le tecniche dell'aragosta sopravviverò per 350 milioni di anni? Sto scadendo nel banale, mentre l'autore era ben più creativo di me.

Sì perché dopo aver esultato sulle strategie collaudate per milioni di anni e sul funzionamento infallibile dell'evoluzione ecc. poi ci dice che l'ambiente mica rimane fisso. Eh no. L'ambiente cambia. Quindi quello che era "adatto" ieri non è più adatto oggi, e noi dobbiamo cambiare sempre... Ma come? E le strategie di milioni di anni? E chi glielo spiega all'aragosta che adesso deve cambiare tattica?

Insomma, mi sembra che sia diffusa una certa "retorica dell'evoluzionismo", che non ha molto a che vedere con lo studio scientifico di questo fenomeno e che consiste nel mescolare a casaccio le categorie evoluzioniste saltando con disinvoltura dall'individuo alla specie, da scale di milioni di anni a cicli intragenerazionali, da leggi necessarie a consigli di vita. Si scambiano categorie biologiche con quelle psicologiche e sociali. Sembra ci sia l'illusione che tutto si possa spiegare con le categorie evolutive opportune.

Capisco che questa è l'eredità di più di un secolo di dibattiti a forte polarizzazione ideologica. Ma non ne posso più di sentir dire cose senza senso, ripetute a pappagallo senza lo sforzo di capirle (o di pensarle?). Ma forse è ancora il metodo dell'aragosta (i metodi antichi sono i più sicuri): per evitare lo scontro diretto tra due ideologie, meglio rendere tutto l'argomento perfettamente confuso e contraddittorio, così sarà impossibile dire "Tu hai torto" o "Io ho ragione", perché non ci si capisce più nulla.

11 aprile 2018

Quante montagne per essere felici?

«AVRÀ IMPARATO DI PIÙ chi ha fatto il giro delle otto montagne, o chi è arrivato in cima al monte Sumeru?»

Domanda dei tibetani che attraversa tutto il romanzo e finisce per essere una metafora della vita. Nella cosmologia indù, il Sumeru è il monte assoluto, che arriva fino al cielo. Raggiungerlo significherebbe ottenere ogni virtù (saggezza, grazia, felicità, pienezza...), ma è impresa impossibile. Quindi: è meglio puntare direttamente all'assoluto, cercarlo con tutte le forze, anche a costo della vita; o meglio esplorare le otto montagne, meno impossibili, raccogliendo nel corso di tutta la vita quel po' di felicità, saggezza ecc. che ci è concessa?

Intorno alla storia di un'amicizia di tutta la vita, seguiamo tante vicende e tante antitesi che declinano alcuni degli innumerevoli modi di affrontare il problema del senso da dare alla propria vita. Gli irrequieti e gli stanziali; la città e la montagna; i legami affettivi e la libertà; la realtà e l'utopia.

E il lettore rimane libero di decidere: chi dei personaggi ha raggiunto il monte Sumeru? «Tu saresti quello che va per le otto montagne, e io quello che sale sul monte Sumeru?», dice Bruno all'amico Pietro, e in quel momento del libro la cosa sembra ovvia, ma poi la vita si complica...

Molte cose mi sono piaciute di questo libro. Una storia di amicizia maschile, a mio parere più difficile da raccontare rispetto ad una femminile o romantica. Un modo sereno, quasi rassegnato, di affrontare le difficoltà della vita e le proprie stesse limitazioni e di convivere con i fantasmi del proprio passato. E poi molti personaggi che ti restano nel cuore e tante relazioni complesse: padri, madri, figli, amicizie, amore.

Non è un libro sulla montagna (non credo lo avrei gradito), ma la montagna è senz'altro presente, come una sorta di interlocutore principale. Il mito tibetano ne fa intravedere il significato: la montagna è la possibilità di una vita vera, di una ricerca di senso. La città è rassegnazione, monotonia, oppressione, superficie; la montagna è vita, sfida, scoperta, radici.

Ero indeciso se dire una cosa che per i più sensibili potrebbe essere uno spoiler, ma penso che non lo sia, e i più sensibili possono interrompere la lettura qui. La domanda ovvia, leggendo il libro, è "Quale impostazione è meglio per cercare la felicità: il girovago Pietro o lo stanziale Bruno?" Ma in realtà ho il sospetto che l'autore proponga una terza figura, la mamma di Pietro, come la più equilibrata e realizzata della storia. Mi chiedo se rientrasse nelle intenzioni dell'autore arrivare a questa conclusione: la felicità non si trova in cima ad una montagna o girando per il mondo. La felicità è nascosta nell'occuparsi degli altri con amore.

Paolo Cognetti, Le otto montagne, **** (marzo 2018)


07 marzo 2018

La mano dolente (un apologo)

UNA MATTINA, uscendo dal letto, Eraclio fece per appoggiarsi alla vicina sedia, ma ritrasse immediatamente la mano, sorpreso da un acuto dolore. Da quel momento ogni oggetto che toccava con la mano destra gli procurava quello stesso dolore improvviso.

Decise di non dargli troppa importanza. Il dolore si produceva solo quando afferrava qualcosa, e quasi subito si abituò a non fare quel gesto. La cosa però gli procurava molti inconvenienti, aveva anche rischiato un incidente alla guida afferrando distrattamente il volante con entrambe le mani. Stava pensando di andare da uno specialista, quando notò un nuovo negozio sotto casa sua. L'insegna diceva: "Hand free - prodotti per cheiropatici". Comprese immediatamente ed entrò pieno di speranza.

L'inserviente lo accolse con un sorriso e, dopo la breve spiegazione del problema, iniziò ad ammansirlo spiegandogli che oggi i cheiropatici possono condurre una vita normale come gli altri, che sarebbe una grande ingiustizia se dovessero privarsi di qualcosa e che i loro prodotti -- selezionati tra quelli di miglior qualità in commercio -- sono spesso preferiti anche dai non cheiropatici. Quel giorno spese mezzo stipendio in accessori come un copri volante in hypersoftex, posate con manici in spugna e una dozzina di altri oggetti. Peccato che (ancora) non li passi il servizio sanitario nazionale.

Dopo un paio di mesi (e non poche spese), un collega si incuriosì per la strana penna (morbida) che utilizzava per scrivere. Dopo qualche spiegazione gli suggerì di liberarsi da tutte quelle dipendenze e ricorrere ai rimedi orientali. Così si presentò titubante allo studio di "riequilibrio oligosensitivo" consigliatogli dall'amico. Gli spiegarono che doveva ascoltare il suo dolore, dialogarci, e che quando lo avesse compreso fino in fondo lo avrebbe sconfitto. Iniziò delle (costose) sessioni di dolorosi esercizi, consistenti per lo più nello stringere in pugno oggetti moderatamente pesanti mentre faceva esercizi di concentrazione.

Passarono poche settimane ancora, quando venne a fargli visita la sua anziana mamma. Quando le raccontò le sue disavventure cheiropatiche, lei non disse nulla. Frugò nella piccola valigia che aveva portato, dalla scatola del cucito estrasse un ago e le forbicine, poi prese un batuffolo di cotone e una bottiglietta di disinfettante. Dopo cinque minuti -- e nemmeno troppo dolore -- aveva ripulito dal pus la mano del figlio e rimosso la piccola spina che lo causava.

28 gennaio 2018

Saper vedere

SEDUTO SU UNA PANCHINA di una piazzetta di periferia, in compagnia di un anziano professore di architettura. Aspettavamo gli altri andati a cercare un parcheggio. Intorno a noi un mosaico di casette di uno o due piani, di altezze colori e stili diversi, ammucchiate una sull'altra come in tanti paesi e borgate. L'insieme mi è parso sgradevole e ho provato dispiacere per il mio accompagnatore.

Gli ho manifestato il mio pensiero, ma lui mi ha sorpreso: "Ti sbagli", mi ha detto, "questo posto è gradevole e molto interessante". Davanti al mio sguardo perplesso, si è degnato di spiegarmi.

"Guarda quel balcone che sporge dal terrazzo: non ha senso! Volevano fare un secondo piano, ma poi sono finiti i soldi e si sono fermati al primo, mentre il balcone del secondo era già fatto. Quell'altra casa ha dei fregi di almeno cento anni: si vede che ha subito molti rimaneggiamenti, ma i fregi li hanno voluti conservare. Ci hanno visto qualcosa di distintivo. E poi la casa d'angolo: al piano terra lo spigolo è vivo, ma al primo piano lo hanno smussato. E il balcone gira tutto attorno e segue la smussatura arrotondata. Il risultato è francamente brutto, però mostra il tentativo di fare qualcosa di speciale..."

Era compiaciuto del contesto, dove anche gli edifici sono disordinati e pieni di vita, come le persone che ci giravano intorno godendosi una domenica mattina primaverile in pieno gennaio. Ogni casa con una sua storia, povera e magari brutta, ma ricca di umanità. Coglievo la polemica sottintesa, appresa in altre conversazioni, verso certi edifici maestosi pensati a tavolino, impersonali perché privi di umanità e di storia. Magari formalmente impeccabili, ma senza anima e poco vissuti perché poco vivibili.

Ad ascoltare lui, complice forse la giornata di sole, la piazzetta è come fiorita davanti ai miei occhi. Adesso mi sembrava bella, vera, viva. Solo qualche ora dopo mi sono rammaricato di non aver fatto delle foto. Tanto che una decina di giorni dopo ci sono tornato apposta. Ma la magia era passata: non ho trovato nulla da fotografare, niente di bello. Ho anche ricercato i dettagli che avevamo osservato insieme: ovviamente erano ancora tutti lì, ma non erano più gli stessi. Insignificanti, non afferrabili in uno scatto. (Forse con qualche minuto in più, senza fretta, sarebbero tornati a sbocciare... Mi ha tradito il "tutto subito" della nostra cultura).

Tornando a casa pensavo alla lezione imparata (sicuramente non l'unica): quanto è importante lo sguardo. Come vorrei avere con le persone lo stesso sguardo del mio amico professore. Uno sguardo benevolo, che coglie il bello e il vero delle persone, l'originalità, la diversità. La fretta non lo permette, andiamo subito a cercare l'evidente e il vistoso... l'apparenza. È lo sguardo che rende bello il contesto in cui mi trovo. Le persone che ho intorno hanno molto da offrire, ma lo sguardo da istantanea non può notarlo. Ci vuole tempo. E uno sguardo benevolo.

(Aggiungo grazie alla segnalazione di un amico: il Papa ha detto di meglio parlando dello sguardo di Gesù. Lo trovi qui.)

Nel caso ve lo siate chiesto: no, la foto non c'entra niente e l'ho presa quasi a caso da internet.