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04 agosto 2018

Aragoste felici, retorica evoluzionista e altre questioni

J.B.Peterson, 12 regole per la vita. Un antidoto al caos ** (agosto 2018)

ME LO DICEVA SEMPRE la mamma: "Non dar retta ai consigli di vita degli sconosciuti!" (Be', non esattamente con queste parole). Avevo letto una recensione per l'uscita di questo libro (annunciato per ottobre in italiano, segnatevelo sul calendario per essere sicuri... di perdervelo) e diceva due o tre cose molto convincenti sull'autore. Qualche giorno fa ho iniziato a leggerlo e l'introduzione prometteva proprio bene, confermando le mie aspettative. A posteriori suppongo che l'articolo fosse basato proprio su queste prime pagine.

Poi ho letto la prima delle dodici regole e non riesco a decidere se sono rimasto più disturbato dalla banalità della regola o dalla lunghezza delle spiegazioni a sostegno della stessa. Ho abbandonato il libro e scritto la mia stroncatura su goodreads (puoi leggerla qui in inglese).

Qui non è del libro che voglio parlare, ma... delle aragoste. Sì, perché l'autore spiega come le strategie di conflitto tra aragoste maschio, per il controllo del territorio e per l'accoppiamento, evitano il più possibile di arrivare allo scontro violento perché ogni combattimento porterebbe all'indebolimento di entrambi i contendenti che poi dovranno fronteggiare un ambiente ostile ecc. Ve lo risparmio, penso abbiamo visto tutti abbastanza documentari per conoscere il discorso (dei cervi, dei pettirossi, dei leoni... e anche delle aragoste).

Mi ha però stuzzicato l'affermazione che queste strategie hanno garantito la sopravvivenza delle aragoste per 350 milioni di anni. Wow! Ci pensate: non sappiamo bene quando sia apparso l'uomo sulla terra, ma in ogni caso le aragoste scorrazzavano nei fondali del mare già da almeno 349 milioni di anni quando la prima di loro venne arrostita alla brace. (Ops, scusate la divagazione).

Ebbene, a questa affermazione seguono alcune pagine di esultanza per le meraviglie dell'adattamento e della selezione naturale. La natura seleziona i più adatti, le aragoste hanno imparato a farsi la guerra senza farsi troppo male e così... voilà! 350 milioni di anni di successo evolutivo. Con tutto il rispetto per l'evoluzione, gli evoluzionisti proprio non li sopporto. Perché ogni volta che si accenna a qualcosa che possa remotamente relazionarsi all'evoluzione è obbligatorio spegnere il cervello e dire qualche cretinata di questo tipo? Perché quello diceva che le aragoste, loro sì che sanno adattarsi all'ambiente. Da 350 milioni di anni. Sempre uguali. L'uomo che ne sa? Quello è arrivato ieri. Siamo ancora all'inizio del processo di adattamento. Eh già, quindi le aragoste sono immutate da 350 milioni di anni e allo stesso tempo evolvono da 350 milioni di anni?

Ma non finisce qui. Noi dobbiamo adattarci come le aragoste! Perché l'autore quello che voleva dire era semplicemente che conviene affermare la propria superiorità senza bisogno di arrivare fino al conflitto. Devi adattarti! Ma scusa, guarda che l'uomo lo fa già da quando esiste (almeno credo: sicuramente da quando lo conosco). E poi, anche se fosse, se adesso ti do ascolto e "mi adatto", che succede? Sto facendo una piccola evoluzione? Evolve la specie umana, oppure io, o tutti e due? E poi mi assicuri che se imparo le tecniche dell'aragosta sopravviverò per 350 milioni di anni? Sto scadendo nel banale, mentre l'autore era ben più creativo di me.

Sì perché dopo aver esultato sulle strategie collaudate per milioni di anni e sul funzionamento infallibile dell'evoluzione ecc. poi ci dice che l'ambiente mica rimane fisso. Eh no. L'ambiente cambia. Quindi quello che era "adatto" ieri non è più adatto oggi, e noi dobbiamo cambiare sempre... Ma come? E le strategie di milioni di anni? E chi glielo spiega all'aragosta che adesso deve cambiare tattica?

Insomma, mi sembra che sia diffusa una certa "retorica dell'evoluzionismo", che non ha molto a che vedere con lo studio scientifico di questo fenomeno e che consiste nel mescolare a casaccio le categorie evoluzioniste saltando con disinvoltura dall'individuo alla specie, da scale di milioni di anni a cicli intragenerazionali, da leggi necessarie a consigli di vita. Si scambiano categorie biologiche con quelle psicologiche e sociali. Sembra ci sia l'illusione che tutto si possa spiegare con le categorie evolutive opportune.

Capisco che questa è l'eredità di più di un secolo di dibattiti a forte polarizzazione ideologica. Ma non ne posso più di sentir dire cose senza senso, ripetute a pappagallo senza lo sforzo di capirle (o di pensarle?). Ma forse è ancora il metodo dell'aragosta (i metodi antichi sono i più sicuri): per evitare lo scontro diretto tra due ideologie, meglio rendere tutto l'argomento perfettamente confuso e contraddittorio, così sarà impossibile dire "Tu hai torto" o "Io ho ragione", perché non ci si capisce più nulla.

11 aprile 2018

Quante montagne per essere felici?

«AVRÀ IMPARATO DI PIÙ chi ha fatto il giro delle otto montagne, o chi è arrivato in cima al monte Sumeru?»

Domanda dei tibetani che attraversa tutto il romanzo e finisce per essere una metafora della vita. Nella cosmologia indù, il Sumeru è il monte assoluto, che arriva fino al cielo. Raggiungerlo significherebbe ottenere ogni virtù (saggezza, grazia, felicità, pienezza...), ma è impresa impossibile. Quindi: è meglio puntare direttamente all'assoluto, cercarlo con tutte le forze, anche a costo della vita; o meglio esplorare le otto montagne, meno impossibili, raccogliendo nel corso di tutta la vita quel po' di felicità, saggezza ecc. che ci è concessa?

Intorno alla storia di un'amicizia di tutta la vita, seguiamo tante vicende e tante antitesi che declinano alcuni degli innumerevoli modi di affrontare il problema del senso da dare alla propria vita. Gli irrequieti e gli stanziali; la città e la montagna; i legami affettivi e la libertà; la realtà e l'utopia.

E il lettore rimane libero di decidere: chi dei personaggi ha raggiunto il monte Sumeru? «Tu saresti quello che va per le otto montagne, e io quello che sale sul monte Sumeru?», dice Bruno all'amico Pietro, e in quel momento del libro la cosa sembra ovvia, ma poi la vita si complica...

Molte cose mi sono piaciute di questo libro. Una storia di amicizia maschile, a mio parere più difficile da raccontare rispetto ad una femminile o romantica. Un modo sereno, quasi rassegnato, di affrontare le difficoltà della vita e le proprie stesse limitazioni e di convivere con i fantasmi del proprio passato. E poi molti personaggi che ti restano nel cuore e tante relazioni complesse: padri, madri, figli, amicizie, amore.

Non è un libro sulla montagna (non credo lo avrei gradito), ma la montagna è senz'altro presente, come una sorta di interlocutore principale. Il mito tibetano ne fa intravedere il significato: la montagna è la possibilità di una vita vera, di una ricerca di senso. La città è rassegnazione, monotonia, oppressione, superficie; la montagna è vita, sfida, scoperta, radici.

Ero indeciso se dire una cosa che per i più sensibili potrebbe essere uno spoiler, ma penso che non lo sia, e i più sensibili possono interrompere la lettura qui. La domanda ovvia, leggendo il libro, è "Quale impostazione è meglio per cercare la felicità: il girovago Pietro o lo stanziale Bruno?" Ma in realtà ho il sospetto che l'autore proponga una terza figura, la mamma di Pietro, come la più equilibrata e realizzata della storia. Mi chiedo se rientrasse nelle intenzioni dell'autore arrivare a questa conclusione: la felicità non si trova in cima ad una montagna o girando per il mondo. La felicità è nascosta nell'occuparsi degli altri con amore.

Paolo Cognetti, Le otto montagne, **** (marzo 2018)


03 dicembre 2017

Profumo di discarica

La mossa del cavalloLa mossa del cavallo by Andrea Camilleri. Voto: 1 of 5 stars

Era in coda da tempo: con tanto successo che ha, almeno un suo romanzo dovevo leggerlo. (In realtà avevo ascoltato un audiolibro letto da lui, anni fa, ma ricordo solo una sensazione di tristezza). Mi informo: La mossa del cavallo è considerato il suo capolavoro, quindi va in lista di attesa.

La lingua è divertente, non so se potrei sopportarla per un intero romanzo.

Prime due pagine: la devota vedova se la fa con almeno due amanti; il sacerdote del paese è un donnaiolo usuraio...

La sensazione è quella di aprire una pattumiera che non è stata svuotata da troppo tempo. Richiudo disgustato e rinuncio a scoprire perché questo autore è tanto apprezzato. I suoi meriti li avrà di sicuro, ma non mi va di frugare nella spazzatura per scoprirli.

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30 aprile 2017

Il nulla e i suoi derivati

PROBABILMENTE IL NOME di Hilaire Belloc non vi dice nulla. Era uno dei migliori amici di G.K. Chesterton, con tale comunanza di pensiero che George Bernard Shaw, loro amico e oppositore, decise di trattarli come un unico destinatario delle sue polemiche, una sorta di mostro a due teste che battezzò Chesterbelloc. So che già questo lo renderà interessante almeno ad alcuni.

Ancora più interessante se si pensa che dei due, Belloc e Chesterton, il primo era da tutti considerato il più brillante. E più brillante di Chesterton ce ne vuole...

Mi incuriosì un accenno (in qualche lettura su C.S. Lewis, credo) ad una sua raccolta di saggi intitolata On Nothing and Kindred Subjects, che si potrebbe tradurre Su niente e temi affini, ma, se ho capito lo spirito del Chesterbelloc, forse avrebbe preferito Il nulla e i suoi derivati. (Il testo inglese è di pubblico dominio e ne ho messo un link nel titolo; in italiano non credo sia mai stato tradotto).

Lo presenta come una sfida intellettuale: ad una provocazione del tipo "Tu che sai parlare un po' di tutto, sapresti dire qualcosa su niente?", lui risponde addirittura con un libro! Nell'introduzione afferma la consapevolezza di poter offendere alcune categorie di persone influenti, se avesse trattato con leggerezza un tema per loro tanto importante, quasi sacro. Ma ormai la sfida era raccolta e doveva andare fino in fondo.
Comprendevo che a scrivere del nulla rischiavo di offendere i vanti di altri, specialmente di molti potenti di oggi, perché avrei trattato di cose a loro molto care e familiari, quali "L'onore dei politici", "La sensibilità delle grandi donne", "La ricchezza dei giornalisti", "La capacità di entusiasmo di un gentiluomo" o "La cultura dei banchieri". Tutto ciò che è più intimo e più caro agli uomini più famosi del nostro tempo, tutto ciò che più vorrebbero proteggere da sguardi profani — tutto questo mi proponevo di farne il tema di un semplice libro.
Ci sono tutte le premesse per una lettura esilarante. Purtroppo, però, dovrà aspettare finché non riuscirò a ridurre la lista dei titoli attualmente "in lettura" (in questi giorni sono riuscito a scendere a 8, ma questo secondo GoodReads, perché in realtà sono sempre molti di più). Ma ho proprio voglia di leggerlo: con tanti difensori del Nulla intorno a me, sento il bisogno della sonora risata del Chesterbelloc per tirarmi su il morale.

22 marzo 2017

Animali e religione: lo strano mondo di Yann Martel

RICORDATE VITA DI PI ? Probabilmente avete visto il film, o almeno ne ricordate le belle locandine. Un ragazzo naufrago costretto a condividere la sua scialuppa con una tigre del bengala. L'autore è Yann Martel, scrittore canadese cosmopolita.

Il romanzo Vita di Pi, del 2001, mi era stato presentato da un conoscente come "Il più bel libro che abbia mai letto". L'iperbole avrebbe dovuto insospettirmi! Comunque, ero ospite in casa sua per una settimana, con più tempo libero di quanto avessi previsto, e con il libro premurosamente lasciato sul mio letto... Dovetti impegnarmi per leggerlo in una settimana, ma fu un buon intrattenimento.

Già quella lettura mi aveva suscitato una perplessità su Martel: l'autore esordisce annunciando "una storia che ti farà credere in Dio" (che ovviamente non poteva non incuriosirmi). Poi presenta questo ragazzino, Pi, che si innamora di tutte le religioni e decide di voler essere un osservante indù, fervente cristiano e musulmano devoto allo stesso tempo. Curiosa idea, ma ancora più curioso è il fatto che, alla fine della lettura – colpa forse della fretta – la promessa di una storia che "ti farà credere in Dio" a me non sembrava mantenuta. Dopo tanto fervore nella prima parte, poi di religione quasi non se ne parla più... Accantonai le domande, bollai il libro con 3 stelle su GoodReads e passai ad altro.

Recentemente un suo nuovo romanzo, Le alte montagne del Portogallo (sarebbe il titolo originale, ma in Italia è diventato "Lo sguardo di Odo"), veniva segnalato tra i New York Times' bestsellers e non ho resistito alla curiosità, attratto anche, lo confesso, dalla graziosa copertina che vi ho riportato. (Tutt'altra cosa l'inguardabile copertina e il poco accattivante titolo della versione italiana! Lo trovi qui. Forse lo sconosciuto editore è come certe squadre di calcio che temono la promozione in A perché non hanno lo stadio adeguato).

(Vabbe', mi sembra necessario riportarlo qui – in piccolo. Spero non offenda troppo i vostri occhi).
Il romanzo è diviso in tre parti, con tre storie solo apparentemente indipendenti. Divertente strano a volte meditativo; in questo più o meno come Vita di Pi. Alcune cose non mi sono piaciute e certe lungaggini... dipende dall'atteggiamento con cui uno legge. Di nuovo gli ho dato tre stelle e pensavo di dimenticarlo...

Eppure continua a tornarmi in mente! È divertente. Alcune scene fortemente suggestive contribuiscono. Per dare qualche esempio: un uomo che ha perso tutto, ridotto a vivere nella cabina di un'auto malandata, che si spoglia nudo per grattarsi furiosamente tutto il corpo, tormentato dai pidocchi... (A me sembra un riferimento a Giobbe). Oppure, un'autopsia nel corso della quale emergono dal corpo gli oggetti che hanno segnato la storia del morto. (Ripensandoci, potrebbe dare luogo ad una pubblicità: "Martel sorprende... con cattivo gusto").

Ma quello che colpisce è che di nuovo ci sono gli animali e di nuovo c'è la religione. C'è (soprattutto nella terza parte) il rapporto tra un uomo e un animale. Per la religione: un oggetto sacro "di sorprendente stranezza", ricercato a lungo nel corso della prima parte; una teologa dilettante che disquisisce sul rapporto tra forma narrativa della rivelazione e i romanzi di Agatha Christie; la tomba di un bambino con fama di taumaturgo. E di nuovo... sembra che di tanta religione non si concluda nulla.

Avevo formulato, e poi scartato, due ipotesi. La prima è che Martel disprezza la religione. Ne presenta tante, sempre in chiave bonariamente divertita, e sempre evidenziandone i tratti di poca ragionevolezza. Pensavo: dà tanto rilievo alla religiosità, ma poi ci ride su e lascia cadere l'argomento, perché vuole dire "alla fine la vita va da un'altra parte". Mi è sembrata un'interpretazione povera: sicuramente l'autore vuole arrivare da qualche parte, ma non ho colto il messaggio.

Seconda ipotesi: Martel vuole fare dell'animalismo una religione. Presenta varie religioni come strane e un po' ridicole, e poi mostra che la salvezza viene dagli animali. Pi salvato dalla tigre, il senatore Peter salvato da Odo (tranquilli: niente spoiler!) Può essere che voglia dire: non dobbiamo cercare la salvezza in un dio, ma negli animali! Anche questa ipotesi non convince: Pi salva la tigre almeno quanto lei salva lui. Lo stesso vale per Odo. Forse dobbiamo "salvarci insieme"?

Allora ho cercato in internet. Ho trovato abbondanti (e lunghe) interviste all'autore (se capisci l'inglese, ti segnalo questa). Ovviamente gli vengono fatte domande sugli animali e sulla religione. Sugli animali dice: sono un ottima risorsa narrativa. Perfetti per fare da spalla ad un protagonista complesso. Punto! Sulla religione: proviene da una famiglia atea militante nello stato più ateo del Canada. Ad un certo punto della sua vita, però, ha avuto una "conversione": si è accorto che la religione è bella. In sostanza rimane ateo, ma con molta simpatia verso le manifestazioni di religione; specialmente deliziato dai loro aspetti più assurdi e irrazionali.

Davvero strano il mondo di Martel! Tra i suoi strani personaggi ce n'è uno che decide di camminare sempre all'indietro. Un giorno dovrà introdurne uno che si nutre solo di pane vecchio e acqua di rubinetto, ma nelle migliori pasticcerie della sua città perché gli piace il colore dei tovagliolini. Quel personaggio potrebbe chiamarsi Yann Martel.

30 ottobre 2016

Libertà da idioti

QUANDO COMPRO un dentifricio, prima lo scelgo; quando prendo moglie, prima la scelgo. Uno stesso verbo, ma (spero!) non proprio la stessa azione.

Nel suo saggio La libertà e il tempo, Sciacca individua due modi di esercitare la libertà. Radicalmente diversi, sono caratterizzati da due azioni proprie: scegliere ed eleggere.

La scelta è quella che facciamo in un negozio per individuare l'oggetto che intendiamo acquistare (ma anche il programma da vedere in tv o che cosa fare questo fine settimana). Lo "scegliamo" tra altri simili, ne entriamo in possesso e lo usiamo.

L'elezione ha un atteggiamento diverso rispetto all'oggetto. Riguarda le scelte di vita, le amicizie, le idee: l'oggetto dell'elezione non diventa mio possesso; casomai diventa parte del mio essere, parte di me. Anche se lo esprimiamo abitualmente con il verbo avere (io ho amici, idee, moglie/marito), si tratta di un possesso ben diverso dal precedente, frutto di una scelta molto diversa.

Direi che questo secondo "possesso" è caratterizzato da simmetria: possiedo e sono posseduto. Scelgo un amico offrendogli la mia amicizia, scelgo il coniuge offendogli il mio amore. Vale anche per le idee (si scelgono?): acquisire una nuova idea è permetterle di conquistarmi. Più che prendere è "lasciarsi prendere". Più che possedere è... essere (sono amico o amante o convinto di una certa idea).

Con queste premesse, Sciacca ricorda che già Senofonte e Tucidide avevano sottolineato il collegamento tra idiótes, uomo privato (contrapposto a politikós, l'uomo impegnato nella cosa pubblica), e ídia, gli affari. I beni e le occupazioni del politico sono (erano?) il benessere della pólis e la saggezza per perseguirlo; i beni dell'uomo privato sono i possedimenti ottenuti con i suoi affari.

La conclusione di Sciacca è che chi non coltiva la sua capacità di elezione, vivendo una libertà fatta solo di scelte -- acquistare, vendere, possedere -- al punto da ridurre a "scelta" (acquisto, senza reciprocità o coinvolgimento personale) anche le dimensioni più importanti della propria vita (famiglia, professione, convinzioni profonde ecc.), divenendo per atrofia sempre meno capace di "elezione"... quell'uomo è un idiota, cioè uno che vive esclusivamente nella dimensione del possesso.

Insomma, Sciacca dà dell'idiota a chi si concepisce e si propone per i beni che possiede e non per ciò che è.

A parte le etimologie un po' forzate, penso che cercherò di ricordarmene per darmi dell'idiota tutte le volte che preferisco la libertà light per evitare gli incomodi di una libertà più vera.

15 settembre 2016

Lettore seriale

AVETE PRESENTE? "Lettore seriale" come il killer seriale... Provo a spiegarmi.

Un amico mi chiede il mio autore fantasy preferito. Di questi tempi mi è difficile dirlo: sono un po' in crisi con il genere. Gli propongo però Brandon Sanderson con la saga di Mistborn. Gli consiglio di leggere solo il primo, oppure di mettere in conto di leggerli tutti e tre; sicuramente non fermarsi dopo il secondo.

Certo non è la cosa più bella che ha scritto. La più bella è una novella intitolata The Emperor's Soul, ma non mi risulta sia stata tradotta in italiano. Spassosa l'idea di Legion, piuttosto deludente La via dei re, il secondo ciclo di Mistborn l'ho appena iniziato...

E a questo punto mi sono perso a pensare. Ma quanti libri ho letto di questo autore, gradevole ma non esattamente una pietra miliare della letteratura? E ancora: gli altri autori? Di quanti ho tentato di leggere più o meno tutto?

La risposta è imbarazzante: se un autore mi piace cerco di leggere tutto (e senza mai riuscirci: tranne C.S. Lewis e qualcuno che abbia scritto poco...). Tolkien, Tamaro, Tolstoj, Mann, Fenoglio, Dostoevskij, Asimov, Pennac, Chesterton (ma è troppo vasto!), De Luca, Dickens, Ende, McCarthy... I primi che mi vengono in mente (anche con l'aiuto di goodreads) per i quali ho tentato di "leggere tutto".

Ricordo che iniziò con Giulio Verne. Da bambino fui stregato dal film di Viaggio al centro della terra e mi feci regalare il libro. Per diversi anni, ad ogni Natale, compleanno o altra occasione "regalifera" la richiesta era uno dei bei volumoni della Mursia delle opere di Verne. Che soddisfazione vedere lo scaffale riempirsi di quei dorsi coloratissimi! E che frustrazione leggere la pagina "Dello stesso autore presso questo editore" per constatare che avevo letto sì e no la metà dei suoi romanzi.

Ma com'è? Succede a tutti gli amanti della lettura o è un problema solo mio? Ricordo mia madre che collezionava tutti gli Agatha Christie, Ellery Queen e Peter Ellis che riusciva a trovare. Sospetto si tratti di malattia ereditaria.

02 settembre 2016

Lettore compulsivo

GLI INCIPIT, come sono importanti! Avevo pensato di sospendere per un po' le letture "fantasiose" e mi imbatto in una raccolta* il cui primo racconto è un trattato sui diversi modi di produrre libri nei vari popoli della galassia. Ho DOVUTO continuare la lettura; scoprendo tra l'altro la maestria di Ken Liu, astro nascente della narrativa fantastica (non ancora disponibile in italiano, purtroppo).

Sfoglio l'ultimo libro (ahimé, postumo) di Oliver Sacks, sulla gratitudine**, e spiega la sua passione, fin da ragazzo, per la tavola periodica degli elementi. Ha sempre associato gli anni della sua età all'elemento chimico corrispondente per numero atomico. Al compiere gli 80 anni ha lasciato l'oro (numero atomico 79) per passare al mercurio (numero atomico 80). Gli hanno regalato del polonio (n.a. 84) ma mestamente constata che non ci arriverà. Ho subito messo il libro in lista di attesa! (Salvo poi rimanere deluso: da un uomo così ricco di umanità mi aspettavo qualcosa di più profondo affacciandosi alla soglia dell'eternità. Pazienza, pregherò anche per lui).

Esperienza simile tanti anni fa quando ero indeciso se leggere La montagna incantata***, intimorito dalla densità dei due volumi. Nella Premessa Thomas Mann dice che se una storia è bella merita di essere raccontata con calma, dedicandole tutto il tempo necessario.
La narreremo ampiamente, con esattezza e a fondo... Quando mai, infatti, una storia è stata divertente o noiosa in proporzione allo spazio e al tempo che ha richiesto.

E così ho divorato i due volumi "con calma", felice di dedicargli tutto il tempo necessario...

Ecco, penso che basti per una diagnosi: sono un lettore compulsivo. Capita anche a te?


* Ken Liu, The Paper Menagerie and Other Stories (2016). Vedi http://goo.gl/OgscwE .

** Oliver Sacks, Gratitudine (2016). Vedi http://goo.gl/TsPufI.

*** Thomas Mann, La montagna incantata (1924). Vedi http://goo.gl/uaQ8yT.

23 gennaio 2016

Magnifico esordio

Scritto sulla mia pellePietro Vaghi, Scritto sulla mia pelle (1/2016) *****

Stefano, sedicenne genovese, affronta il dramma di una mamma che è andata via di casa "Per una pausa di riflessione" mentre a scuola fiorisce l'amore per una compagna. Le due vicende si incontrano e si scontrano, e come in una buona composizione musicale, a volte si sviluppano in armonia (tutte e due su o tutte e due giù), altre volte dissonano e si oppongono. Tutto nella testa e nel cuore del povero Stefano.

Di questa opera prima mi è piaciuto l'equilibrio. Una scrittura sobria che con moderazione si apre alla poesia, sentimenti forti che non sconfinano nell'incredibile, alti e bassi che fanno di Stefano un adolescente credibile, non un decerebrato con tendenze alla schizofrenia (lo ammetto, sono un po' critico verso certi adolescenti letterari). Molti hanno detto che si legge tutto d'un fiato (io non l'ho potuto fare, ma il desiderio viene davvero): probabilmente è merito dell'ottima articolazione della trama che si intreccia agile e brillante fino alla piena soddisfazione dell'epilogo.

L'autore divide la storia in tre parti, infanzia adolescenza maturità, e mi sembra colga bene ciò che le distingue. Il bambino dice "La mamma ha detto che tornerà, quindi spero che lo faccia presto"; l'adolescente si ribella e dice "La mamma è cattiva ed egoista", ma poi si accorge, come tutti gli adolescenti, che nemmeno il papà è a posto, e nemmeno il suo migliore amico, nemmeno la sua migliore amica, nemmeno l'istruttore di sci (suo modello di vita)... nemmeno sé stesso.

E a questo punto, davanti alla possibilità di una risposta nichilista (il mondo fa schifo, cerchiamo di non farci illusioni e godercela come meglio possiamo) arriva la svolta della maturità: non tutto fa schifo, ognuno ha le sue responsabilità e io voglio affrontare le mie.

E così scopre che non si può vivere senza farsi carico degli altri: non siamo monadi che possono muoversi nel mondo senza reali relazioni che ci vincolano agli altri. Abbiamo una storia, e delle radici con cui dobbiamo fare i conti: sulla pelle portiamo scritto il nome dei nostri genitori.

Non ho dubbi: il miglior romanzo del genere che ho letto finora. Spero che Pietro Vaghi ci regali presto altre opere di questo livello.

Una sola carne.

Quella carne sono io.
Il vostro nome è scritto sulla mia pelle, inciso nella carne di cui sono fatto. È un tatuaggio che non voglio cancellare, anche se fa male.

18 settembre 2015

Un capolavoro di Dickens

Casa desolata
Charles Dickens, Casa desolata (Bleak House), (4/2015) ****

DOPO IL POST sull'ispettore Bucket mi ero ripromesso di scrivere ancora su Bleak House (Casa desolata — se seguite il link, consiglio di non leggere lì la trama) perché è proprio molto bello, nonostante ci abbia messo quasi due anni a finirlo!

L'interesse nacque da un sondaggio tra i miei amici: quali classici non si può non aver letto? (Se volete contribuire siete i benvenuti). Trovandomi allora a trascorrere un periodo a Londra mi sorprese la risposta quasi unanime dei britannici: "Leggi Dickens!". (E io pensavo fosse uno scrittore per ragazzi!) Riguardo al titolo, le opinioni erano varie: chi consigliava di leggere A Tale of Two Cities (Racconto di due città) e poi Bleak House e chi consigliava di leggere Bleak House e poi A Tale of Two Cities... Insomma, due romanzi assolutamente da leggere! (E mi stupisce accorgermi di non aver scritto nulla sulle Due città: anche quello molto bello).

Penso che ciò che rende indimenticabile il romanzo sia il personaggio di Esther, voce narrante in alcuni capitoli. Orfana, viene fatta educare da un filantropo – John Jarndyce, padrone di Bleak House e altro personaggio memorabile – e poi presa in casa di lui come governante e dama di compagnia per una ragazza, parente di John, che lui ha preso sotto la sua tutela in attesa dell'esito di una vertenza legale circa il di lei patrimonio. Vertenza che dura da una vita e non accenna a concludersi.

Ciò che rende bella Esther è la sua ferma determinazione a pensare sempre bene e accogliere con gratitudine ogni evento della vita. Credo sia il personaggio più positivo che ho incontrato finora nelle mie letture. La sua infanzia è stata molto dura, le veniva detto che non poteva festeggiare il compleanno perché sarebbe stato meglio se non fosse mai nata, e lei, bambina, invece di abbandonarsi all'autocommiserazione o all'odio, decide (e lo promette alla sua bambola!) che farà sempre del suo meglio per smentire quella affermazione. Gli esperti di letteratura diranno che Dickens ha voluto rappresentare il modello vittoriano di donna virtuosa, ma la realtà è che ha creato un personaggio di cui è molto difficile non innamorarsi.

A questo si aggiungono diversi misteri: sulle origini di Esther, sulla vertenza legale che trattiene congelato il patrimonio di Ada, su un defunto barbone la cui sola calligrafia è in grado di gettare nel panico la più impassibile e potente dama di Londra, su un avvocato che custodisce molti segreti ma è anche molto bravo a collegarli insieme per il suo profitto... Dickens è famoso per il gran numero di personaggi, e mi piacciono in particolare i suoi ritratti di persone semplici e oneste, come l'ex soldato Mr. George e i suoi amici ex commilitoni; o Caddy Jellyby che, incoraggiata dall'amicizia di Esther, cerca di affrancarsi da una condizione di vita miserevole; o l'ispettore Bucket, di cui ho già parlato. Leggere Dickens è come partecipare ad un ricevimento gremito di persone interessanti.

Ovviamente ci sono anche i meschini e i cattivi, ma non mi va di parlarvene. E poi c'è la componente poliziesca e si dice che proprio questo romanzo segni l'inizio del genere poliziesco. Sicuramente Bucket è il capostipite di tutti gli ispettori romanzeschi. Alcune morti misteriose, un evidente omicidio con tanto di superindiziato che tutti vorremmo innocente... Indagine finale in corsa contro il tempo, con false piste (e piste vere). Bello!

Voto pieno per questo capolavoro. Un po' tardi per consigliarlo come lettura per l'estate, ma ricordatevene la prossima volta che volete una lunga e piacevole compagnia.

23 agosto 2015

L'invenzione delle ali

L'invenzione delle aliSue Monk Kidd, L'invenzione delle ali (8/2015) ****

Ispirato alla storia vera di Sarah Grimké, nella Carolina del Sud a inizi Ottocento. Figlia di ricchi coltivatori, proprietari di molti schiavi, Sarah matura una crescente avversione per la schiavitù, fino a diventare la principale protagonista femminile del movimento abolizionista e anche un'autrice di riferimento nella letteratura femminista. Il suo maggiore desiderio sarebbe di affrancare la schiava Handful, sua coetanea e compagna d'infanzia, ma non è affatto facile. Scoprirà che per poter liberare qualcuno prima deve liberare se stessa, di dentro e di fuori.

Mi era piaciuto La vita segreta delle api, ma qui mi sembra che l'autrice sia maturata, non so se per esperienza o per la passione della storia. Personaggi profondi, complessi, coinvolgenti. Il dramma parallelo della schiava, che è libera dentro ma vorrebbe esserlo anche "fuori", e la coetanea padrona, legalmente libera, ma schiava dentro dei mille condizionamenti della società in cui vive.

Bello! e mai banale. Le due ragazze non diventano le romantiche amiche per la pelle che uno poteva temere: sono troppo diverse perché il loro rapporto sia facile. La sorella minore, cui Sarah dedicherà tutta la sua passione, vedendo in lei l'unica ancora di salvezza da un'esistenza priva di significato, non sarà una facile bambolina.

Forse un po' lento nell'avvio, ma può essere il mio gusto "danneggiato" da troppi romanzi d'azione. La vicenda attraversa gli alti e bassi di grandi speranze e grandi delusioni di Sarah, Handful e tanti altri personaggi meravigliosi e non ti molla più perché vuoi sapere ancora di loro.

Il tema è la schiavitù, ma il sottotema (o il vero tema) è il femminismo. Come in La vita segreta delle api, anche qui i personaggi maschili sono tutti in qualche modo moralmente deludenti, anche i migliori. I personaggi veramente positivi sono tutte donne. A bilanciare un po' si può dire che sono donne anche i personaggi più negativi.

Ho fatto qualche ricerca: l'autrice è una "femminista cristiana". Non so se questo significhi un movimento ben preciso o sia una indicazione generica, resta che con il suo femminismo mi ci ritrovo pienamente. È una rivendicazione della dignità di ogni persona umana, uomo o donna, bianco o nero che sia, con la massima valorizzazione della differenza.

Non ricordo più l'ultima volta che mi sono sorpreso a contare le pagine (anzi, i minuti, perché era un audiolibro) non per fretta di finire ma per desiderio che la storia duri ancora un po'. Massimo degli asterischi per questo libro che consiglio a tutti.

27 giugno 2015

Discutibile felicità

Momenti di trascurabile felicitàFrancesco Piccolo, Momenti di trascurabile felicità, * (2 su 5), giugno 2015 (abbandonato).

In una parola: trascurabile.

Parlare di sé è sempre un delitto (maggiore o minore secondo i casi) che viene tollerato più o meno a seconda di quanto la persona sia interessante o brillante. Entrambe le cose secondo chi ascolta, NON secondo chi parla!

Nel caso presente si danno diversi problemi. Primo: il titolo fa sperare qualche discorso di saggezza, certo magari ricavata dall'esperienza di vita dell'autore. Invece l'autore si parla addosso per raccontarci i suoi oziosi contorcimenti esistenziali.

Secondo: la scelta del tema e il tono ironico escludono l'ipotesi della persona interessante. (Le grandi felicità si addicono a uomini interessanti, le "trascurabili", ahimé...) Mi guardo bene dal giudicare la persona dell'autore basandomi su un'opera scherzosa e autoironica, ma il personaggio con cui mi trovo a dialogare leggendo, quello fittizio che mi parla in prima persona, quello sì che lo giudico: meschino, presuntuoso e paranoico! Di quelle compagnie che, dopo una serata insieme, fai in modo di non invitare più.

Terzo: brillante? Sì, ma. È un certo tipo di umorismo molto ripetitivo. Fa sorridere come si sorride su una freddura sporca: un misto di imbarazzo per il tema in genere appena un po' divertente e MOLTO imbarazzo verso chi racconta. Però dopo un po' (diciamo, più o meno alla prima, ma ammetto che dipende dalle disposizioni personali, magari qualcuno può resistere fino alla seconda -- e così ho fatto un esempio del tipo di umorismo di Piccolo). Dicevo: dopo un po' stufa.

E all'ennesima volta in cui mi sono trovato a chiedermi che cosa c'entrasse con la felicità (anche minima, anche "trascurabile") l'ultima paranoia di cui avevo letto... ho interrotto la lettura.

Però gli devo una scoperta. Io pensavo che questo genere di libri piacessero perché uno leggendoli dice: "È proprio così! L'ho sempre pensato!" e cose simili. Ma qui, fin dal primo brano mi sono trovato a pensare: "Ma è assurdo! Non mi sfiorerebbe mai l'idea di fare così! Ma chi potrebbe mai...?" Eppure è un best seller. Com'è possibile?

Mi sono dato questa risposta: perché in questo genere di libri, al di là delle apparenze, il tema non è l'autore, il tema è il lettore! Ti ritrovi sempre tu al centro, a volte per compiacerti della somiglianza, a volte per compiacerti (magari anche di più) della differenza. Comunque, mentre leggi tu porti avanti una narrazione parallela, quella delle tue esperienze, dei tuoi ragionamenti, delle tue paranoie magari inconfessabili. Penso che in questo stia il principale fattore di successo del libro. E anche per questo mi astengo dal continuare a leggerlo (la mia "narrazione parallela" la faccio già sul mio blog!).

16 giugno 2015

Per i morti in mare

AI POVERETTI, ogni giorno più numerosi, che in mare hanno perso la vita che da noi speravano di salvare, voglio dedicare una poesia di T.S. Eliot.

Morte per acqua

Phlebas il Fenicio, morto, da quindici giorni
Dimenticò il grido dei gabbiani, e il fondo gorgo del mare,
E il profitto e la perdita.

Una corrente sottomarina
Gli spolpò l’ossa in sussurri. Come affiorava e affondava
Passò attraverso gli stadi della maturità e della giovinezza
Procedendo nel vortice.

Gentile o Giudeo
O tu che giri la ruota e guardi sopravvento,
Considera Phlebas, che un tempo fu bello,
E alto come te.
T.S. Eliot, The Waste Land, IV.

L'eterno riposo dona loro, Signore... accoglili tu in una vita migliore.

26 maggio 2015

Persone socievoli

L'ISPETTORE BUCKET è uno dei non pochi personaggi indimenticabili in Bleak House (Casa desolata) di Charles Dickens. Il romanzo è straordinario e molti inglesi me lo hanno consigliato come il più amato, sebbene forse non il più importante, di Dickens. In Italia, poi, mi sembra del tutto sconosciuto, forse per colpa del titolo poco attraente. (Anche per questo da tempo mi riprometto di parlarne. Per ora vi offro solo questo accenno).

Bucket è un ispettore di polizia con un grandissimo talento relazionale, di cui si serve per conquistare la confidenza delle persone e così ottenere le informazioni che gli servono. Ma non è falso: la sua cordialità è autentica quanto il suo acume professionale. E così, al capitolo 49, lo troviamo nella situazione di questa illustrazione dell'edizione 1853 (per la quale dobbiamo ringraziare George P. Landow): ha intravisto l'amico George in casa di altri e si è affacciato per salutare. Ha subito mostrato entusiasmo per i bambini della casa, complimentandosi con i genitori, mostrando stupore per il più grande che, se non fosse per la somiglianza, non potrebbe proprio credere figlio di una madre così giovane... In pochi minuti è diventato il centro della festa, impegnato a giocare con le bambine, mentre ascolta il grande che suona una marcia militare e conversa allegramente con gli adulti esprimendo ammirazione e simpatia verso ciascuno.

La sua comparsa salva le sorti della festicciola, perché George era di cattivo umore e stava contagiando tutto il gruppo. Al termine della serata Bucket è già amico intimo degli ospiti, e deve promettere di tornare e presentare sua moglie alla signora.

Tutto questo per dire che mi ha colpito il congedo:
— Grazie, grazie. Buona notte, signora. Buona notte, comandante. Buona notte, tesori. Vi sono molto riconoscente per una delle più belle serate della mia vita.

Ma sono loro ad essere molto riconoscenti per il piacere della sua compagnia. E così si lasciano con molte manifestazioni di benevolenza da entrambe le parti.

Mi ha colpito questo particolare: lui, che ha rallegrato una famiglia con la sua presenza rendendo memorabile una festa che rischiava di essere un funerale; che ha dedicato la serata a prodigarsi per gli altri, con i suoi complimenti, le battute, giocando con i bambini... lui ritiene quella una delle più belle serate della sua vita. Ma se ha fatto tutto lui!

Dirò un'ovvietà, ma ho pensato che questo è il bello delle persone socievoli: fanno star bene gli altri e, proprio per questo, stanno bene loro. Costruiscono una serata piacevole e se ne rallegrano come se fosse merito degli altri. Ricevono come un dono quello che loro hanno realizzato. E così mi confermo in un'idea: il fattore principale perché una persona o una situazione siano di nostro gradimento siamo noi stessi!

E per intrigarvi un po': dopo questa scena si scopre che Bucket non passava di lì per caso, ma cercava George per arrestarlo! Così, dopo aver pensato bene di Bucket, ti ritrovi a pensarne tutto il male possibile. Ma poi ti ricrederai... e magari più di una volta!

21 febbraio 2015

Concupiscentia librorum

SEI ANCHE TU di quelli che non riescono a separarsi dai propri libri? La concupiscentia librorum non si manifesta solo nell'emozione che proviamo entrando in una libreria (della libridine ho già parlato qui), ma anche nella speciale gioia che ci regala la nostra personale biblioteca.

Per questo, distaccarci da un libro ci è difficile: ci costa buttarlo e ci costa prestarlo. Regalare libri è più facile: scegliere il libro giusto da regalare ad una persona cara è un vero piacere. Ma non così se si tratta di regalare un nostro libro!

Vi propongo un brano di C.S. Lewis.

"Sì", disse il mio amico, "non vedo perché non dovrebbero esserci libri in Paradiso. Ma scoprirai che in Paradiso la tua biblioteca conterrà solo alcuni dei libri che possedevi sulla terra".

"E quali?", domandai.

"Quelli che hai regalato o prestato".

"Spero almeno che quelli prestati non conserveranno le ditate sporche dei loro utilizzatori".

"Oh sì che le avranno", mi rispose, "ma saranno come le ferite dei martiri trasformate in meraviglie di bellezza. Scoprirai che le ditate saranno diventate come magnifiche iniziali miniate o delicate incisioni ornamentali".

C.S. Lewis, "Scraps" in Essay Collection, n. 44

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22 novembre 2014

Winnie the Pooh insegna

WINNIE THE POOH e il suo amico Piglet (Pimpi) vogliono catturare un Heffalump. Non hanno idea di cosa sia, ma questo rende l'impresa più appassionante. Come si fa?

Winnie non ha dubbi: si scava una Buca Molto Profonda e l'Heffalump ci cade dentro. “Perché dovrebbe?”, chiede Piglet. Lascio la parola a Milne per continuare il racconto:
Pooh si massaggiò il naso con la zampa e rispose che l'Heffalump potrebbe passare di qui canticchiando una canzoncina mentre guarda il cielo chiedendosi se verrà a piovere. Così non vede la Buca Molto Profonda finché non è già per metà dentro e per lui è troppo tardi.

Piglet disse che era proprio una buona Trappola, ma... e se stesse già piovendo?

Pooh si massaggiò di nuovo il naso e disse che non ci aveva pensato. Poi si illuminò e disse che se stesse già piovendo allora l'Heffalump guarderebbe il cielo chiedendosi se schiarirà. Così non vede la Buca Molto Profonda finché non è già per metà dentro e per lui è troppo tardi.
A.A. Milne, Winnie-the-Pooh, cap. 5

Ragionamento analogo nell'episodio del disegno che vi ho riportato (uno di quelli originali di Shepard, il primo ideatore dell'aspetto di Winnie, che ha condizionato la successiva rivisitazione della Disney). Winnie, sporco di fango e appeso ad un palloncino blu, spera che le api lo scambino per una piccola nuvola scura carica di pioggia. Quando Piglet gli dice che in realtà sembra piuttosto un orso appeso ad un palloncino, la risposta è che questo è quello che sembra a lui da laggiù, ma va' a capire cosa potrebbe sembrare alle api. (E poi invita Piglet a passeggiare con l'ombrello aperto per migliorare l'effetto).

Non vi sembra familiare questo modo di procedere? Quando non facevamo i compiti dicendoci che magari domani non avrebbero interrogato... Quando usciamo di casa troppo tardi per arrivare puntuali e pensiamo che però una volta (alle 6 del mattino... un ferragosto...) quel percorso lo abbiamo fatto in 9 minuti... (Quindi è colpa del traffico!) Quando superiamo i limiti di velocità tanto su questa strada (o a quest'ora, o di domenica ecc.) non controllano mai...

Oppure quando scarichiamo sugli altri i nostri malumori maltrattandoli in mille modi mentre pensiamo che tanto lo sanno che siamo fatti così (o che non diciamo sul serio, o che poi ci passa, o che è solo stanchezza ecc.). A Winnie finisce sempre bene perché è un orsacchiotto (però non raggiunge il miele, né tantomeno cattura nessun Heffalump: riesce solo a finire con la testa incastrata nel barattolo di miele che aveva messo come esca). A noi come va?

30 settembre 2014

Non moriremo più

Siamo nati e non moriremo mai piùCristiana Paccini e Simone Troisi, Siamo nati e non moriremo mai più (9/2014) ****

La vicenda di Chiara Corbella Petrillo, che vista dal di fuori può sembrare una Giobbe dei nostri tempi, ma vista da vicino è una bellissima storia di fede, di amore e di tanto realismo. La copertina mi sembra molto ben scelta: la benda a ricordare la malattia, la risata a dirci come l'ha vissuta.
«Chiara» le chiede [Enrico, suo marito], «ma è veramente dolce questo giogo, questa croce, come dice Gesù?». E Chiara sorridendo, con un filo di voce, volgendo il suo sguardo dal tabernacolo al marito, gli risponde: «Sì, Enrico, è molto dolce».
Della storia di Chiara non mi colpisce che abbia rimandato le cure per salvare la gravidanza: molte buone mamme sono disposte a rischiare la vita per proteggere il loro bambino.

Mi colpisce invece come ha affrontato la morte: soffrendo e sorridendo. Affrontando l'angoscia un giorno alla volta, soprattutto il dolore di lasciare marito e figlio, fino a scoprire di poterlo fare e di aver aiutato tutti a prepararsi a quell'arrivederci. Enrico e Chiara hanno raggiunto in poco tempo un'intensità di amore e di comunione che pochi coniugi raggiungono nel corso di un'intera vita. E proprio "grazie" a quella malattia.

Sono cose che non si spiegano; si possono solo rispettosamente contemplare. Al suo funerale il cardinale Vallini ha ricordato che la vita è come un ricamo di cui vediamo il rovescio: un groviglio di fili che si intrecciano e si annodano. Ma ogni tanto Dio ha la bontà di farci intravedere un lembo del lato dritto, che è una meraviglia. Così la vicenda di Chiara è un dono che Dio ci ha fatto per fugare un po' il timore che accompagna la presenza della sofferenza e della morte nelle nostre esistenze.
Le mie recensioni su Goodreads.

23 settembre 2014

"Guastalibri" di professione

ENTRO IN UNA STANZA e subito un libro attira la mia attenzione. Lo ammetto, mi succede spesso... (Non sempre. Se nella stanza non ci sono libri, non mi succede.)

In questo caso si trattava di Halcyon, di Michael O'Brien. Autore interessante. Il Nemico mi era piaciuto, e questo titolo, con i richiami letterari e mitologici del titolo, mi ha incuriosito. È un romanzo voluminoso (circa 1000 pagine) e mi sono chiesto se ce la farei a leggerlo, visto che già Bleak House, pur piacendomi, sembra non finire mai.

Distrattamente prendo in mano il libro e commetto l'errore che mi ero ripromesso di non fare mai più: ho letto il risvolto di copertina!. (Lo so, avrei dovuto essere più accorto, e poi già la copertina doveva mettermi in guardia: da gente capace di fare violenza al Trajan costringendolo in un maiuscoletto, ci si può aspettare di tutto). E così ho letto fino in fondo e, sì, lo so che non ci crederete, ma ti raccontano tutta la trama, fino alla conclusione. Di "guastalibri" ne conosco tanti (puoi leggere qui), ma resto sempre stupito quando lo fa un editore.

Chissà, forse sono stati obbligati a editare questo libro e hanno pensato di vendicarsi in questo modo, cercando di assicurare il minor numero possibile di vendite. Mi immagino la conversazione nel comitato di redazione:
[Direttore:] Allora, cosa avete pensato per scoraggiare le vendite di questo romanzo?
[Grafico, timidamente:] Io avrei un'idea, ma è un po' estrema...
[Direttore:] Sentiamo.
[Grafico:] Potremmo fare il titolo in Trajan...
[Direttore:] Embè? Il Trajan è un classico dai tempi dei romani e il più usato per i titoli.
[Grafico:] Volevo dire Trajan... maiuscoletto!
Brusio ed esclamazioni nella sala. Una segretaria sviene e viene portata fuori.
[Direttore:] Mmm, rischiamo una denuncia al tribunale dell'Aja, ma per danneggiare questo libro sono disposto a tutto. Vada per il Trajan... ehm... maiuscoletto.
[Editor:] Mi scusi, Direttore.
[Direttore:] Che c'è? Hai paura?
[Editor:] No, è solo che... lo so che le dispiacerà, ma...
[Direttore:] Allora? Che vi succede oggi? Siete tutti timidi? Parla!
[Editor:] Ci sono alcuni... pochi... lettori che non distinguono il Trajan dal Times, e ho sentito una volta uno dire persino che il maiuscoletto in copertina gli piaceva...
[Direttore:] Mi prendi in giro? Non può essere!
Vari dei presenti confermano che, sì, può essere.
[Direttore:] E allora, che facciamo?
[Editore:] Pensavo: è un libro lungo, costa parecchio, possiamo impaginarlo perché venga bello grosso, così chi lo vede si chiederà se ha davvero voglia di leggerlo... Noi glielo raccontiamo tutto nel risvolto di copertina, e quello non lo compra più.
[Direttore:] Sei un genio! Ma si può raccontare tutto in un risvolto?
[Editor:] È difficile, ma se incarico il mio writer migliore, magari prendendo anche il secondo risvolto... al limite la biografia dell'autore la mettiamo in quarta.
[Direttore:] Va bene, allora è fatta. Però mettiamo anche il Trajan maiuscoletto, così gli facciamo vedere di cosa siamo capaci!

Da parte mia posso solo non comprare il libro, rinnovare la decisione di non leggere mai i risvolti e consolarmi pensando che dopo Bleak House leggerò invece una novella breve. Voi potete invece accogliere il mio consiglio: non leggete i risvolti e, soprattutto, diffidate degli editori che non vogliono vendere!

(A proposito: mi sono ricordato che la decisione di non leggere mai più i risvolti l'avevo presa in questo stesso posto solo trentadue anni fa! Curioso. Invece dell'assassino che torna sul luogo del delitto, questa volta è tornata la vittima!)

Per farmi perdonare ho collegato l'immagine della copertina al sito dell'editore. Nel caso qualcuno volesse comprare il libro, probabilmente bello.

26 giugno 2014

Non so niente di te

Non so niente di tePaola Mastrocola, Non so niente di te (6/2014) ****

Fil, giovane ricercatore di economia, si presenta ad una conferenza in un college di Oxford accompagnato da un gregge di pecore. Tiene brillantemente la sua relazione con tanto di applausi entusiastici alla fine, riprende le sue pecore... e scompare. Il tempo che la notizia arrivi alle persone giuste e scatta la ricerca di parenti e amici: che fine ha fatto? che ci faceva a Oxford? perché le pecore?

Con questo punto di partenza, paradossale e onirico come piace alla Mastrocola, parte una ricerca che è esteriore e anche interiore (anche questo mi sembra una costante dell'autrice). I personaggi cercano di capire le azioni e i moventi di Fil, ma per fare questo devono anche capire se stessi.

La Mastrocola riesce a raccontare storie con spessore umano, mantenendo un tono scanzonato, sognatore, giocoso, che mi piace molto. Magari a volte un po' lunghetta. I messaggi sono tanti e immagino che ognuno coglierà secondo la propria sensibilità. Uno chiaro (e da consigliare alle persone con problemi in materia) è che i genitori non possono programmare la vita dei propri figli (ma che se non lo fanno loro ci pensa la società a inquadrarci per bene), l'altro è che la crisi economica inizia da dentro di noi: tentativo di dare un piccolo contributo di saggezza a una delle principali preoccupazioni del nostro tempo.

Lettura gradevole e di soddisfazione, che consiglio.

[edit]

(Credo indichino così nei forum le aggiunte successive)

Dopo aver scorso qualche recensione sento il bisogno di aggiungere due cose.

1. Vedo che ad alcuni è piaciuto molto e ad altri per niente. Credo sia perché mettendosi in situazioni paradossali alcuni reagiscono pensando "ma questo non è possibile!". Chiaro: non è possibile che io molli tutto e vada a fare il mio personale Into the Wild, ma forse non l'ho mai sognato? E non è accattivante esplorare certi sogni raccontandosi come sarebbe andata?

In fondo l'autrice ci mette in guardia contro i "sogni tardivi": anche da grandi è bene sognare, ma con la maturità di saper dire "bello, ma... no, grazie", quando non è più tempo.

Ad altri non è piaciuto perché manca di azione: l'azione qui è fatta solo di domande e di piccole e grandi scoperte su di sé e sugli altri. Azione azione... pochissima e marginale.

2. La trovata del narratore proiettato nel futuro è un po' debole. Almeno però è poco invadente. L'autrice ci avvisa all'inizio di aver immaginato un narratore del futuro che ci racconta una storia dei giorni nostri. Ma proprio in quell'avvertenza ci viene detto di non prenderla troppo sul serio... Insomma quando le fa comodo per dire "perché a quel tempo (cioè nel 2011) facevano così e cosà" ironizzando sulle abitudini dei giorni nostri, allora si ricorda del narratore dal futuro; per il resto scompare.

Così intanto ci regala delle paginette ben simpatiche di critica bonaria e sorridente al nostro mondo virtuale dove stiamo in contatto costante con tante persone senza conoscerle veramente, occupando tantissimo tempo in relazioni che non sono quasi nulla.

Insomma, poteva tranquillamente risparmiarselo, oppure fare lo sforzo di costruirlo meglio, ma il narratore futuro quantomeno aiuta a dire "Non prendetemi sul serio: guardate che non lo faccio nemmeno io!".

E visto che ho fatto aggiunte, aggiungo per chi l'ha letto: la spilla di Giulia con il principe ranocchio contiene un messaggio, no?


23 maggio 2014

The Ask and the Answer

The Ask and the Answer (Chaos Walking, #2)Patrick Ness, The Ask and the Answer (5/2014) ***
English version of this review here.

Dopo il primo episodio, letto quest'estate, avevo pensato di non continuare con la serie. Ma poi Francesco ha postato una recensione così entusiasta che non ho resistito. Ed è andata come al solito: le grandi aspettative vengono quasi sempre deluse!

Il romanzo ha un buon ritmo, ma che dico? ti afferra e non ti molla più... a meno che non ti stufi di vedere i due protagonisti passare da un estremo pericolo all'altro (ed essendo in due, ce n'è sempre almeno uno che sta morendo o perdendo tutto o, almeno, soffrendo terribilmente). Più di tutto mi ha stufato la crudeltà dell'autore nel creare situazioni estreme troppo cattive per i miei gusti: Todd costretto a fare cose orribili, tentativi di amicizia spietatamente respinti, i cattivi sempre più furbi dei buoni, ecc. Sebbene sorprenda l'inventiva dell'autore, ad un certo punto mi sono anche stufato dei troppo numerosi colpi di scena, soprattutto dei nemici che diventano alleati ma poi tornano nemici e poi di nuovo alleati... Mi sono persino stufato di Todd (ma non di Viola!).

Avevo quasi deciso di abbandonare il libro a metà (decisione che mi costa sempre un po', nonostante la "liberazione" dell'aver creato in Goodreads la categoria "Abandoned"), ma gli ho dato ancora una possibilità saltando avanti un po' di pagine... E ho dovuto finirlo. E uno vuole sapere come va a finire eppure, avendo letto il primo episodio, si può prevedere (tranquilli, non metto spoilers!): anche questa volta la storia finisce spudoratamente proiettata verso il prossimo episodio.

Alla fine gli metto 3 stelle (in questo blog la scala è da 1 a 4, ma prima o poi dovrò cambiare perché tutto il mondo funziona su 5 stelle), per rispetto a Francesco (rileggendo la sua recensione, nemmeno lui tanto entusiasta come mi era parso), perché mi ha preso, perché ha molti buoni valori e perché penso che potrebbe piacere (anche molto) a lettori giovani. Però non intendo leggere il seguito! (almeno per ora).

Le mie recensioni su Goodreads le trovi qui.