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02 aprile 2017

Mortale, immortale, eterno

PER POTER MORIRE prima bisogna essere vivi. Gli esseri inanimati non possono morire: sono immortali. Più o meno così Hannah Arendt inizia la sua riflessione sull'immortalità nella sua opera filosofica più importante: Vita activa. La condizione umana. Ma ovviamente c'è di più.

Questa filosofa (più famosa per La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme) sostiene che, in un certo senso, solo l'uomo muore. Gli altri esseri viventi hanno un'individualità così debole che la morte del singolo è trascurabile. Le margherite sono "immortali" perché non è la singola margherita che conta, ma la specie che si perpetua nel succedersi degli individui. Qualche animalista potrebbe risentirsi se si applica questo ragionamento anche agli animali, ma la Arendt lo fa. Il piccione è immortale perché nessun piccione singolo è particolarmente diverso da qualsiasi altro. (La "vera morte" del piccione sarebbe l'estinzione della specie, ma la Arendt non prende questa direzione nel suo ragionamento). Insomma solo l'uomo è mortale, perché solo l'uomo è veramente vivo.

Questa unicità è gloriosa. L'eterno ripetersi dell'uguale (rubo l'espressione a Nietzsche) in tutti gli ambiti della realtà, viene interrotto da un unico elemento di discontinuità che è l'uomo mortale. Se l'immortalità è un cerchio (che non finisce mai perché ritorna sempre su se stesso), il mortale è un segmento di retta, con un inizio e una fine. Unico, irripetibile proprio nel senso che non si ripete. Per questo ho scelto l'immagine di questo post (purtroppo è falsa, l'ho costruita io): le stelle descrivono nel cielo la loro perenne rotazione, la stella cadente piomba rettilinea – attirando la nostra attenzione – e poi scompare.

L'uomo può cercare l'immortalità. Può pensare di imitare quella delle altre creature: inseguendo il miraggio di una vita sempre più lunga... ma quanto? Oppure perpetuandosi nei figli... ma quanti vengono ricordati oltre la seconda o terza generazione? Oppure ci si dissolve nell'omologazione alla massa. È un po' come pensare di farsi piccione: sempre più uguale agli altri piccioni, al punto che, quando muore, nessuno se ne accorge, magari nemmeno l'interessato, se il suo sforzo di omologazione è riuscito a sufficienza.

Mi sono chiesto: se l'immortale è un cerchio e il mortale una retta, Dio che cos'è? Forse possiamo dire che è il cielo (la superficie, nella metafora geometrica), che contiene tanto le stelle fisse come le stelle cadenti? Oppure è il punto: interamente presente in tutta la sua totalità tutta compresa in un unico qui adesso. In realtà ci vorrebbe qualcosa che unisca le caratteristiche del punto e dell'intero spazio: un unico qui adesso che abbraccia tutto l'universo e tutto il tempo.

Dicevo che l'uomo può cercare una parvenza di immortalità (la Arendt parla anche della relativa immortalità della fama), oppure può cercare l'eternità. Perché l'immagine della stella cadente va bene per descrivere la nostra vicenda terrena, ma se crediamo nell'anima immortale, la figura giusta diventa la retta: va avanti senza mai tornare su se stessa e senza fine. E se non possiamo aspirare ad espanderci in tutte le dimensioni (ma le opere dello spirito: pensiero, creazione, amore, preghiera... sono "espansive"), possiamo però trovare l'eternità nel qui adesso.

24 settembre 2016

La gioia del sì

NELLA SUA OPERA di esordio, il filosofo Paul Ricoeur scrisse:
«L'uomo è la gioia del sì nella tristezza della fragilità».
Poesia a parte, credo volesse dire che caratteristica dell'uomo è la sua capacità di pronunciare un sì nonostante la fragilità della sua condizione. Il sì in questione è quello della promessa, e Ricoeur coglie che l'uomo è l'unico essere capace di prendere impegni, di promettere. Gli animali sono vincolati ai loro meccanismi di comportamento, agiranno o non agiranno secondo meccanismi che non controllano; comunque mai in base a una promessa.

Ma nemmeno gli angeli, propriamente, promettono: quando dicono sì, è in modo così perfetto e definitivo da essere già un fatto, non una promessa. (Lascio a voi riflettere sulle promesse di Dio, con solo uno spunto: la parola di Dio produce ciò che dice...).

Solo l'uomo può impegnarsi sul futuro: capace di mantenere fede alla parola, ma consapevole della propria fragilità. Per questo, solo il sì dell'uomo è emozionante. Solo l'uomo ci fa sedere in punta alla sedia e chiederci "Come andrà a finire?" (Creando l'uomo, Dio ha creato l'emozione).

Complice la Giornata Mondiale della Gioventù di Cracovia, negli ultimi mesi ho avuto la gioia e l'emozione di assistere ad alcuni "sì" di persone giovani, ad alcuni altri sì in gestazione, a molti già detti ora riconfermati riscoperti rilanciati.

Ho partecipato ai timori di una madre che pensava "È così giovane: saprà mantenere fede a un impegno di tutta la vita?" La risposta è facile: non lo sappiamo! (emozionante, no?), ma sappiamo che è possibile, e inoltre è grandioso il fatto che ci provi.

Molto più emozionante vedere un ragazzo o una ragazza prendere in mano la sua vita e decidere di essa, con un impegno audace e definitivo, rispetto a tanti che restano in attesa di "essere pronti" (come vorrebbe la mamma) o che, in troppi casi, si lasciano vivere un po' come viene, seguendo l'umore del momento.

Sono d'accordo con Ricoeur: la gioia dell'uomo si realizza quando dice un sì, nonostante l'incognita della propria fragilità. Che gran regalo ci ha fatto Dio!

Questo post era programmato per il 21 settembre, ma invece è rimasto in sospeso e non me ne sono accorto. Il 21 settembre 1953, in occasione di una normale confessione, il sedicenne Jorge Mario Bergoglio percepì la chiamata di Dio e disse il suo primo sì.

21 dicembre 2015

Presepe della Misericordia

COME RAPPRESENTARE IL NATALE in questo Anno Santo della Misericordia? Mi sono posto la domanda qualche settimana fa, e la "pazza di casa" (come santa Teresa d'Avila chiamava l'immaginazione) ha subito provveduto a comporre la scena che provo a descrivere.

Contesto da presepe "regolamentare": Maria e Giuseppe vicini, lei tiene il Bambino in braccio. Un pastore si avvicina e si inginocchia per rendere omaggio a Gesù e anche per vederlo più da vicino. Il pastore ha un aspetto poco rassicurante, la barba incolta, i lineamenti duri. Forse ne è consapevole, perché si avvicina con qualche incertezza. Maria coglie l'imbarazzo e si fa avanti porgendo il Bambino. Gesù, allora, stende la manina e accarezza il pastore, che non riesce a trattenere una lacrima di emozione.

Questo è come immagino la Misericordia di Dio: non importa quanto ci siamo resi brutti con la nostra cattiveria, il Signore ci vuole ripulire, rimettere a nuovo, farci ritornare belli con la sua carezza. E Maria aiuta.

Mi piacerebbe molto vederla rappresentata, questa scena. Per questo ho fatto due cose (anzi tre). Ho scritto subito ai pochi artisti che conosco, sperando che qualcuno raccogliesse l'ispirazione. Con nessun risultato (che io sappia). Poi ho setacciato internet nella speranza di trovare qualche quadro: in fondo, pensavo, in tanti secoli di meditazione su quella scena, chissà a quanti sarà venuto in mente qualcosa di simile. Ho trovato uno stucchevole Gesù bambino moderno che abbraccia il muso di una pecorella, molti Bambinelli che stendono le braccia verso la Mamma (deliziosi!), alcuni che esprimono curiosità verso i doni dei Magi, uno che stende la mano sul capo scoperto di un re mago. Ma la "mia" scena, non l'ho trovata.

Allora ho deciso di commetere un "crimine artistico" (so che i più sensibili non me lo perdoneranno): ho cercato una Madonna col Bambino adatti (mi sarebbe piaciuto includere san Giuseppe, ma quello del quadro scelto – una natività di Von Rohden – non si prestava). Poi ho cercato un pastore brutto e rozzo: impresa quasi impossibile! Ho scoperto che tutti gli artisti dipingono i pastori del Natale belli come attori di una fiction. Mi ha salvato Caravaggio: la sua Adorazione dei pastori, per giunta del museo di Messina, aveva un "pastore" abbastanza rozzo (con imbarazzo, al momento di ritagliare, mi sono accorto che il pastore scelto aveva l'aureola: si trattava quindi di un san Giuseppe! spero mi perdonerà).

Ritagliati e accostati i personaggi, inventato uno sfondo con la Porta Santa di San Pietro (maldestramente aperta: l'occhio non perdona la leggera convergenza delle due ante) e lo stipite di un portale del Duomo di Gemona. "Falsificato" il tutto con un effetto pittura et voilá!. Ammetto che non mi sembra un granché, però assomiglia un po' a quello che ho immaginato. Con la speranza che qualche artista si senta chiamato in causa e produca una cosa decente.

Ah, e BUON NATALE!

16 luglio 2015

Senso delle parole, senso della vita

AVRETE VISTO quel gioco in cui vengono presentate cinque parole apparentemente casuali e il concorrente deve indovinare una sesta parola che le lega tutte. (Vi propongo una schermata dalla RAI, ma mi sono divertito a cambiare le parole, così potete cimentarvi a indovinare).

Alcuni psicologi hanno studiato dei volontari, misurando attività cerebrale, dilatazione della pupilla, pulsazioni e chissà che altro. Quando riconosciamo il nesso in un gruppo di parole qualcosa in noi scatta e – se vi siete mai cimentati con il gioco lo sapete – proviamo un momento di forte gratificazione. Si produce anche quando ce lo dicono, il nesso, mentre noi non riuscivamo a trovarlo. Suppongo che questo sia il fondamento del successo del gioco.

Pensate però se, invece di parole, si trattasse degli eventi della nostra vita. Come sarebbe bello trovare il nesso, quella chiave di lettura che riunisce tutto e gli dà senso. Che soddisfazione! Quando capita, uno sperimenta una grande pace riguardo al passato, finalmente dotato di senso, e una grande sicurezza riguardo al futuro, finalmente dotato di direzione.

Mi è tornato in mente quel gioco quando ho riletto l'inizio del Vangelo di Giovanni:
In principio era il Verbo,
e il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
L'italiano dice "Verbo" per tradurre il greco "Λόγος" (Lógos), il nome che l'Evangelista ha scelto per riferirsi a Cristo. Mi sono imbattuto in un esperto che proponeva come principale significato di questa parola "criterio unificante di una raccolta di oggetti". Magnifico! I partecipanti al gioco televisivo sono chiamati a individuare il lógos delle parole proposte. Tu e io, più seriamente, siamo desiderosi di trovare il lógos della nostra esistenza.

E san Giovanni ci dice che il Lógos viene prima di tutte le cose. La mia vita ha senso da prima che io iniziassi a viverla, anzi, probabilmente io esisto proprio perché ho senso. In questo mondo, io c'entro!

Di più: ..."e il Verbo era Dio". Dio è il senso della vita. Non è che dà senso alla mia vita ("La mia vita non aveva senso, ma poi ho incontrato Gesù che mi ha salvato e ha dato senso alla mia vita", direbbero i predicatori americani), è che lui mi dà la vita, e me la dà già dotata di senso, fin dall'inizio. E questo senso è Lui!.

L'estate è un buon momento per fermarsi e fare un po' di bilancio. Che sto combinando? Dove voglio andare? Forse l'estate è un tempo di Lógos. Buona ricerca!

30 settembre 2014

Non moriremo più

Siamo nati e non moriremo mai piùCristiana Paccini e Simone Troisi, Siamo nati e non moriremo mai più (9/2014) ****

La vicenda di Chiara Corbella Petrillo, che vista dal di fuori può sembrare una Giobbe dei nostri tempi, ma vista da vicino è una bellissima storia di fede, di amore e di tanto realismo. La copertina mi sembra molto ben scelta: la benda a ricordare la malattia, la risata a dirci come l'ha vissuta.
«Chiara» le chiede [Enrico, suo marito], «ma è veramente dolce questo giogo, questa croce, come dice Gesù?». E Chiara sorridendo, con un filo di voce, volgendo il suo sguardo dal tabernacolo al marito, gli risponde: «Sì, Enrico, è molto dolce».
Della storia di Chiara non mi colpisce che abbia rimandato le cure per salvare la gravidanza: molte buone mamme sono disposte a rischiare la vita per proteggere il loro bambino.

Mi colpisce invece come ha affrontato la morte: soffrendo e sorridendo. Affrontando l'angoscia un giorno alla volta, soprattutto il dolore di lasciare marito e figlio, fino a scoprire di poterlo fare e di aver aiutato tutti a prepararsi a quell'arrivederci. Enrico e Chiara hanno raggiunto in poco tempo un'intensità di amore e di comunione che pochi coniugi raggiungono nel corso di un'intera vita. E proprio "grazie" a quella malattia.

Sono cose che non si spiegano; si possono solo rispettosamente contemplare. Al suo funerale il cardinale Vallini ha ricordato che la vita è come un ricamo di cui vediamo il rovescio: un groviglio di fili che si intrecciano e si annodano. Ma ogni tanto Dio ha la bontà di farci intravedere un lembo del lato dritto, che è una meraviglia. Così la vicenda di Chiara è un dono che Dio ci ha fatto per fugare un po' il timore che accompagna la presenza della sofferenza e della morte nelle nostre esistenze.
Le mie recensioni su Goodreads.

15 dicembre 2013

I limiti delle parole

SCRIVE C.S. LEWIS a un'amica che gli ha appena comunicato una bellissima notizia:
«No, queste esperienze non si possono esprimere a parole, benché tutta l'attività di scrivere altro non sia che un tentativo di fare proprio questo. In un certo senso non siamo in grado di esprimere quasi nulla a parole: solo i colori più semplici hanno un nome e pochissimi odori. I semplici dolori fisici, e più ancora i piaceri, non si possono esprimere con il linguaggio. Vorrei essere chiaro su questo punto per evitare che il maligno possa indurti a pensare che ciò che è inesprimibile sia vago e nebuloso. In realtà sono le cose più chiare, più concrete e più indubitabili che sfuggono al linguaggio: non perché siano loro ad essere vaghe, ma perché lo è il linguaggio. Quello che è facile esprimere a parole è proprio l'astratto — l'idea di "materia" (non mele o tabacco), di "popolazione" (non i bambini concreti), eccetera. Penso che la poesia sia il continuo sforzo di riportare il linguaggio al concreto».
Lettera a Rhona Bodle, 24/6/1949
Mi sembra una considerazione significativa in questo tempo di preparazione al Natale. Dio che sa di non potersi comunicare a noi adeguatamente con le sole parole della Sacra Scrittura, decide di superare la barriera facendosi uomo. Ed è proprio la Parola di Dio che si incarna!
Il Vangelo è lo sforzo delle parole degli uomini di raccontare l'incontro con la Parola di Dio. E quanto ad effcacia il risultato è superiore alla migliore poesia, perché gli autori sono aiutati dallo Spirito di Dio: raccontano Dio con l'aiuto di Dio.

L'immagine di apertura l'ho creata con wordle utilizzando le parole dei miei ultimi post. Vi consiglio di provarlo, ma occhio: può diventare una droga!

11 novembre 2013

Una poesia di C.S. Lewis

INIZIA IL CONTO ALLA ROVESCIA per il cinquantesimo anniversario della morte di C.S. Lewis, avvenuta il 22 novembre 1963. Non so se se ne parlerà molto, come non se ne parlò granché cinquant'anni fa, perché accadde lo stesso giorno dell'assassinio di JFK.

Per prepararvi all'evento, vi propongo una sua poesia del 1933, un paio di anni dopo la sua conversione.
They tell me, Lord, that when I seem
To be in speech with You,
Since You make no replies, it’s all a dream
—One talker aping two.

And so it is, but not as they
Falsely believe. For I
Seek in myself the things I meant to say,
And lo!, the wells are dry.

Then, seeing me empty, You forsake
The listener’s part, and through
My dumb lips breathe and into utterance wake
The thoughts I never knew.

Therefore You neither need reply
Nor can: for while we seem
Two talking, Thou art one forever; and I
No dreamer, but Thy dream.

Mi dicono, Signore, che se credo
di parlare con Te,
è solo un mio sogno: Tu non rispondi
— farsa di uno che si finge due.

Ed è così, ma non come loro
credono, sbagliando. Perché io
cerco in me le cose da dire,
ma, ahimé, il pozzo è asciutto.

Allora, vedendo il mio vuoto, Tu smetti
di fare chi ascolta, e soffi
dalle mie labbra insicure, e risvegli in parole
pensieri prima sconosciuti.

Perciò non Ti serve risposta
— impossibile: perché pur sembrando
due che parlano, Tu sei eternamente Uno; ed io
non già sognatore, ma il Tuo sogno.


(da Yours, Jack, p. 44)

26 maggio 2013

Come un bambino

MI SONO INNAMORATO di questa statua! Si trova nella casa di ritiri Castelromano presso Castel Gandolfo e "ci conosciamo" già da molti anni. Questa volta, però, durante il mio ritiro annuale, mi è apparsa in una prospettiva diversa.

Si chiama Our Lady Seat of Wisdom, perché la casa era in passato la sede estiva del Collegio Americano. Mi ha colpito il Bambino che dorme felice sul seno di sua Madre. Ispira una grande serenità: quanta fiducia ripone Dio in sua Madre! Com'è contento di poter contare sul suo affetto e sulla sua protezione. Grande serenità perché anche noi possiamo contare su quell'affetto e quella protezione, anche noi possiamo riposare sul seno di nostra Madre. E quante volte ci farebbe bene ricordarlo, quando perdiamo la pace e ci troviamo nella desolazione, per usare un'espressione ignaziana.

Passando diverse volte al giorno davanti a questa immagine ho iniziato però a formulare una domanda: il Signore è presente in ciascuno di noi, se non lo scacciamo con il peccato. Che espressione avrà la sua faccia quando, anziché sul seno della sua santissima Madre, riposa nell'anima di qualcuno di noi peccatori?

La risposta è sbalorditiva, e non penso di sbagliare: l'espressione di Gesù è la stessa! Il Signore è contento di stare con noi e non sa che cosa inventarsi per cercare di farcelo capire. Ci parla del Padre Misericordioso che è strafelice di poter riabbracciare suo figlio e non avrà avuto nessuna espressione di rimprovero o di riserva quando lo ha fatto.

Signore, non si esalta il mio cuore
né i miei occhi guardano in alto;
non vado cercando cose grandi
né meraviglie più alte di me.

Io invece resto quieto e sereno:
come un bimbo svezzato in braccio a sua madre,
come un bimbo svezzato è in me l'anima mia.


(Salmo 131)

23 marzo 2013

E se dessi tutto?

NUOVO VIDEO sottotitolato per voi! Mi è costato molte lacrime, perché mi commuovo sempre su questo genere di cose, spero vi piaccia.

Consiglio di vederlo due volte: la prima per seguire i sottotitoli, la seconda per apprezzare le espressioni del bambino, veramente straordinario.


06 marzo 2013

Noi, i forti

UN GIOVANISSIMO RILKE, momentaneamente infatuato dalla lettura di Nietzsche, scriveva nel 1896:
«Colui che si adora come il Messia, fa del mondo intero un ospedale. I deboli, gli infelici, gli ammalati egli li chiama suoi figli, i suoi cari. E i forti? (...) Ma allora come potremo noi salire, noi, i forti, se diamo a prestito la nostra forza agli infelici, agli oppressi, ai miserabili indolenti, sprovvisti di senso e di energia? Cadano invece, muoiano, soli e miserabili. (...) Pochi uomini, ma grandi, costruiranno il mondo con le loro braccia vigorose, muscolose, dominatrici.»

R.M.Rilke, Gli Apostoli; cit. De Lubac, Il dramma dell'umanesimo ateo, 124
L'obiezione è provocatoria ed esige una risposta: cosa ha Gesù da proporre ai "forti", ai magnanimi? Da sempre la Chiesa propone modelli di santità che non corrispondono granché agli aggettivi appena riportati: non sembrano né deboli né infelici né indolenti né privi di senso.

Giovanni Paolo II, quando chiamava i giovani "sentinelle del mattino" e li lanciava ad essere testimoni di Cristo per i loro coetanei, non si rivolgeva certo ai pusillanimi, ai timidi, ai "buonini". Stava proponendo una "traduzione aggiornata" del "violenti rapiunt" del Vangelo.

Anche Benedetto XVI, con il suo stile più accademico e meno travolgente, ha difeso la verità con la forza e l'indipendenza di un gigante del pensiero. Con buona pace di Nietzsche, direi che anche per "i forti" c'è un posto nella fede cristiana.
«Tu, uno qualunque? Tu... del gregge!? Ma se sei nato per essere un leader! In mezzo a noi non c'è posto per i tiepidi. Umìliati, e Cristo ti accenderà di nuovo con fiamme d'Amore.»
San Josemaría, Cammino 16

24 febbraio 2013

Trasfigurazione in casa

ORIGINALE APPLICAZIONE dell'episodio della Trasfigurazione di Gesù (non è mia, l'ho sentita da un frate). «È bello per noi stare qui», dicono i discepoli: non lo dicono perché erano amici e stavano bene insieme, ma perché c'era con loro Gesù, nella sua gloria.

La vita in comune non è mai semplice, diceva il frate. La presenza degli altri comporta per noi limitazioni e disagi, dobbiamo continuamente adattarci al modo di essere di ciascuno, e sogniamo che siano diversi perché si possa stare finalmente bene con loro. Dobbiamo invece scoprire che "è bello per noi stare qui" quando il Signore è in mezzo a noi, non perché si diano condizioni ideali.

16 febbraio 2013

Pensarci troppo

È UN RACCONTO ZEN, ma preferisco riproporvelo in versione "occidentale".

Un monaco e un postulante stanno attraversando un villaggio di ritorno al loro monastero. Sulla strada principale una casa è in fiamme. Un piccolo capannello di curiosi si è già formato davanti, mentre un più piccolo numero di persone si agitano qua e là cercando di fare qualcosa in attesa dei soccorsi. I due religiosi passano in silenzio, il capo chino. In quel momento una donna inizia a gridare dall'interno della casa.

Per un istante tutti si paralizzano: le grida continuano, ma nessuno si muove. Il monaco, vigoroso omone di mezza età, si fa il segno della croce e corre dentro la casa. Dopo un'attesa che agli astanti pare interminabile, riemerge un po' fuligginoso, portando tra le braccia una giovane donna, straordinariamente bella, abbracciata al collo di lui mentre gli piange sul petto. La folla applaude. Il monaco affida la donna ai presenti e riprende il suo cammino, seguito dal novizio.

Tre giorni dopo il novizio va a visitare il monaco.

— Ti chiedo scusa per l'impertinenza, maestro, ma da tre giorni continuo a pensare ad una cosa e ora vedo che è mio dovere dirtela.

Lo sguardo del monaco vale una risposta: "ti ascolto", gli dice con gli occhi.

— La nostra regola dice che non dobbiamo guardare una donna, non dobbiamo parlarle, non dobbiamo nemmeno pensarla... e tu l'altro giorno ne hai presa una tra le braccia! Ed era giovane... e bella! – aggiunge a mezza voce.

— Non so che dirti, fratello, risponde il monaco. Io ho pensato a quella donna per cinque minuti, e ho visto solo una persona bisognosa di aiuto; tu invece ci pensi da tre giorni, hai notato altre cose... e l'avresti lasciata morire in quella casa. Il Signore purifichi le menti e i cuori.

P.S. Mi dispiace deludere chi si fosse aspettato miei commenti alla notizia di questi giorni. Non credo sia questo il luogo adatto, né ho molta voglia di unirmi a un coro già abbastanza numeroso. Magari però il raccontino c'entra ;)

14 giugno 2012

Corallo

NON SO GRANCHÉ sui coralli. Prima di scrivere questo post non ero nemmeno sicuro se fossero animali o vegetali. Adesso però mi sono documentato su wikipedia e so che è nientemeno che un polipo, o meglio una colonia di polipi, che sviluppa un esoscheletro molto apprezzato in gioielleria.

Pensavo però che se uno vede in mare dei coralli, non può dire con certezza se sono vivi o morti. A volte i polipetti, in genere bianchi, buttano fuori i loro tentacoli per afferrare qualcosa di commestibile, ma se non vedo i tentacolini come faccio a sapere se è perché non hanno appetito o perché non sto guardando una colonia di polipi bensì un cimitero? Posso ripassare l'anno dopo: se erano vivi troverò che la struttura è cresciuta, altrimenti vuol dire che erano solo i resti di una cosa meravigliosa, ma non più viva.

Ho chiesto a un amico teologo secondo lui che cosa ha mosso Benedetto XVI a indire un Anno della fede. Mi ha risposto che il Papa è preoccupato per una fede sempre più separata dalla vita. Ci sono tante strutture, tante attività, tanti atteggiamenti, che un tempo erano manifestazioni di fede, mentre ora rimangono come semplici nobili valori. Volontariato, rispetto della persona, sensibilità, bandiere della pace... cose buone, sì, ma solo resti di una vita che sta scomparendo. Come il corallo.

Un amico, mosso da un rinnovato slancio di fede, ha dato la sua disponibilità per un'attività di volontariato. Pieno di entusiasmo è andato al primo appuntamento in parrocchia: si sono divisi in coppie, hanno ricevuto una lista di indirizzi e altrettanti pacchi di viveri da distribuire a famiglie bisognose. "Nemmeno una preghierina prima di iniziare", commentava dispiaciuto. "Eppure eravamo tutti lì per amore di Dio, che ci ha invitato a prenderci cura dei poveri... O no?". Come il corallo.

«Capita ormai non di rado che i cristiani si diano maggior preoccupazione per le conseguenze sociali, culturali e politiche del loro impegno, continuando a pensare alla fede come un presupposto ovvio del vivere comune. In effetti, questo presupposto non solo non è più tale, ma spesso viene perfino negato».
Benedetto XVI, Porta fidei, 2

12 aprile 2012

Il guru goloso

LO PSICOLOGO Nathaniel Branden racconta l'aneddoto di un guru indiano che viene consultato da una famiglia del suo villaggio.

"Il nostro bambino ha una passione esagerata per i dolci e temiamo che possa fargli male. Dacci un consiglio per farlo smettere".
Il guru risponde senza esitare: "Non posso aiutarvi adesso. Tornate tra due settimane".
Passate le due settimane i genitori ritornano e il guru si dichiara pronto ad aiutarli. Allora domandano, incuriositi: "E perché ora puoi mentre due settimane fa non potevi?"
Il guru risponde: "Perché anche a me piacciono molto i dolci e, per poter aiutare vostro figlio, prima ho dovuto smettere io".

Branden conclude dicendo che questo aneddoto, variante del più noto Medice, cura teipsum, ad alcuni suoi colleghi non piace molto...

Ora, io non sono psicologo ma sacerdote. Se una persona viene da me e mi dice: "Voglio diventare santo, mi puoi aiutare?", cosa dovrei rispondergli? "Torna tra vent'anni"? (o cinquanta, o mille...)

24 dicembre 2011

Un Dio piccolo piccolo

PENSIERO NATALIZIO di un ateo che, a quanto pare, riusciva a penetrare molto a fondo nel mistero, pur dicendo di non accettarlo. Sono sicuro che il Signore ricompensi splendidamente quelli che parlano bene di sua Madre...
«Quello che si dovrebbe dipingere sul volto di lei è uno stupore ansioso che quella sola volta si è visto su un volto umano. Perché il Cristo è suo figlio, la carne della sua carne, il frutto del suo grembo. Lo ha portato nove mesi e gli offrirà il suo seno, e il suo latte diventerà il sangue di Dio. E a momenti la tensione è così forte da dimenticarsi che è Dio. Lo stringe tra le braccia e dice: "Il mio piccino". (...)

Lo guarda e pensa: "Questo Dio è mio figlio. Questa carne divina è la mia carne, è fatto di me, ha i miei occhi e quella forma della bocca è come la mia; mi assomiglia. È Dio e mi assomiglia".

Nessuna donna ha mai avuto dalla sorte il suo Dio tutto per sé. Un Dio piccolo piccolo che si può coprire di baci, un Dio caldo caldo e che respira, un Dio che si può toccare e che ride.

È in quei momenti lì che dipingerei Maria, se fossi pittore».

Jean Paul SARTRE, Bariona

La traduzione è mia, chiedo scusa per eventuali infedeltà. L'originale francese si può leggere qui. Con tanti auguri.

11 dicembre 2011

Teoria e vita

SEMBRAVA PROPRIO il giorno giusto per costruire una bella teoria. Il giovane John Henry si sentiva pieno di energie, la sera prima aveva intrattenuto delle conversazioni stimolanti con gli amici ed era anche una bella giornata: le condizioni ideali per dare inizio ad un grande progetto. Così si rimboccò le maniche ed iniziò ad annotare gli estremi: la chiesa di Roma aveva tramandato la dottrina ma non vi si era mantenuta fedele nella vita; i protestanti avevano reagito, cercando un rinnovamento profondo della vita, ma nella foga avevano perso la dottrina; rimanevano loro, gli anglicani, custodi della dottrina ed esemplari nella vita... Però mancava la teoria.

I romani avevano i loro teologi e i loro papi, i protestanti avevano Lutero, Calvino e tanti altri. Lui, ben presto aiutato da un fervido gruppo di amici, avrebbe fondato la teoria dell'anglicanesimo. Aveva anche trovato un nome, si sarebbe chiamata Via Media. Per alcuni anni studiarono e pubblicarono poi, quando sembrò di aver prodotto abbastanza idee, venne il momento di fare il punto pubblicando un lungo articolo riepilogativo. Era il novantesimo... e fu l'ultimo: le autorità anglicane non erano contente dei risultati.

In quel momento di empasse, contemplando il corpo dottrinale raccolto e la freddezza con cui veniva accolto, si rese conto che per edificare una comunità non basta una bella teoria, ci vuole la vita.
«Mi resi conto che per concretare la Via Media (...) la Chiesa Anglicana doveva avere un rituale, un cerimoniale, una pienezza di dottrina e di devozione (...). Cose che l'avrebbero rafforzata e abbellita: cose come le confraternite, le devozioni locali, il culto mariano, le preghiere per i defunti, chiese belle e ornate da splendidi doni, monasteri, una grande varietà di comunità e istituzioni. (...) Solo la Chiesa di Roma lasciava libero spazio a sentimenti come lo stupore, il mistero, la tenerezza, la riverenza, la devozione».
John Henry NEWMAN, Apologia pro vita sua, cap. 4
Lui notava queste carenze perché la sua teoria potesse diventare vita. Noi, se trascuriamo la Messa, le devozioni (il presepe!), la preghiera insieme... rischiamo ridurremo la nostra vita cristiana a pura teoria.

01 novembre 2011

Da una prospettiva insolita

UN VIDEO per il mese di novembre, quando la Chiesa ci invita a rivolgere lo sguardo alla patria definitiva. Senz'altro pregheremo per i defunti, in modo particolare per i nostri cari, ma forse possiamo approfittare dello spunto per farci una domanda che per i più sarà insolita. Che penserò della mia vita quando la riconsidererò dall'aldilà? Non verrebbe voglia di intervenire sul "montaggio" e modificare qualcosina?

Peccato che non si possa rivedere il passato, è possibile solo riflettere su come vogliamo girare le prossime "scene" e, soprattutto, preparare bene il finale: che abbia un lieto fine e dia senso a tutta la storia. Vi propongo questo breve video realizzato da Catholics come home.

23 ottobre 2011

PAROLE DELLA MADONNA a santa Faustina Kowalska:

«Desidero, figlia mia carissima, che ti eserciti in tre virtù, che per me sono le più care e a Dio le più gradite.
La prima è l'umiltà, l'umiltà e ancora una volta l'umiltà.
La seconda virtù è la purezza.
La terza virtù è l'amore di Dio.
In qualità di figlia mia devi risplendere in modo particolare per queste virtù
»
Diario, n. 1415 (8/12/1937).

Tre virtù specialmente gradite a Dio e, per questo, alla Madonna. Ho provato a chiedermi perché proprio queste. Mi è venuta in mente l'immagine del calice, spesso utilizzata per descrivere il nostro rapporto con Dio: dobbiamo essere come un calice ben disposto a ricevere la grazia del Signore.

Se restiamo su questa immagine, allora l'umiltà si riferisce al fatto che il calice deve essere bene aperto a ricevere i doni del Cielo senza farne cadere nemmeno una goccia; la purezza ricorda che il calice deve essere ben pulito, per non contaminare in alcun modo il prezioso contenuto; l'amore di Dio è il calice ben colmo, perché siamo fatti per riempirci del suo amore e sarebbe da sciocchi prenderne solo un po'.

07 ottobre 2011

Le preghiere dei bambini

ERO IN AUTOSTRADA diretto ad Ovindoli per predicare un corso di ritiro. Come sempre non ero riuscito a partire all'ora prevista, in più non ero riuscito ad avviare l'auto, c'era traffico in uscita e mi ero perso sul percorso alternativo che da mesi intendevo provare per evitare l'ingorgo. Al buio, mentre il catorcio rimediato in sostituzione dell'auto guasta arrancava in salita, cercavo alla radio qualcosa che potesse distrarmi un po'.

Atterro sulle frequenze di Radio Maria, su una trasmissione di una semplicità indisponente: arriva la telefonata di un bambino, la conduttrice con tono piatto gli chiede come si chiama, quanti anni ha e che preghiera vuole recitare, poi il bambino recita la preghiera e si passa al successivo. Una bambina di otto anni recitava il padrenostro per il nonno malato, un bambino di tre (possibile?) recitava l'avemaria, un altro di età non dichiarata tirava tutto d'un fiato la sua versione del padrenostro con molte parole inintelligibili ma rispettando perfettamente la musichetta della preghiera giusta...

Non so se, di fronte a tante cose brutte nel mondo, vi è mai capitato di chiedervi perché Dio ha ancora pazienza con noi, perché non cancella tutto e la fa finita con tanto marciume. Quella sera, con le lacrime agli occhi, ho capito questo: finché ci sarà un bambino di tre anni che recita felice le sue avemaria vale la pena che il mondo continui ad esistere. Nonostante tutto.

25 settembre 2011

Piedi di cerva

SONO VERAMENTE tante le strade che un libro può seguire per incontrarti. Per questo libro è che mi è toccato fare da postino. Dovevo andare a Cagliari un fine settimana di luglio per rimpiazzare un sacerdote (sì, è permesso invidiarmi: mica tutti gli incarichi sono onerosi o sgradevoli — però al mare non ci sono andato...) e una conoscente sarda qui a Roma ne ha subito approfittato per darmi un libro da restituire ad una sua amica. Ha aggiunto "Se vuole può leggerlo, ma dovrà finirlo in tempo per lasciarlo alla mia amica...".

Non era difficile perché il libro non è grande, e poi è di quelli che o ti prende e lo leggi tutto d'un fiato, oppure lo lasci subito.

Hannah Hurnard, Piedi di cerva sulle alte vette (7/2011) ****

Una pastorella di nome Timorosa, della famiglia dei Paurosi, decide di accettare l'invito del Grande Pastore a raggiungerlo sulle alte vette, nonostante la difficoltà causata da una malformazione ai piedi. Il Grande Pastore le ha promesso che sulle alte vette potrà correre con piedi di cerva e che il suo volto, anche quello deformato dalla nascita, diventerà più bello.

Difficilmente gradisco le allegorie; questa è la difficoltà più seria che ho verso molte opere di Chesterton. Ma quando uno accetta la simbologia volutamente ingenua dei nomi (come i parenti che cercano di trattenerla, il più pericoloso dei quali si chiama Orgoglio; le guide per il viaggio, Tristezza e Sofferenza, di poche parole ma con molto da insegnare) e capisce che ciò che viene narrato mi riguarda! penso che leggere la storia diventa inevitabile.

Come avrete capito si tratta di una lettura allegorica del Cantico dei Cantici visto come storia dell'anima in cerca di Dio. Ed è proprio bello! Lo consiglio? Be', posso immaginare diverse persone, anche di fede, che non sopporterebbero una simile lettura, ma se sei alla ricerca di Dio e accetti di fantasticare un po' ti piacerà di sicuro, come è piaciuto a me.

Non è stato difficile rispettare l'impegno per consegnare il libro in tempo. Come dicevo: o lo lasci subito, o lo leggi tutto d'un fiato.