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01 maggio 2016

Finalmente le foto!

SE CONTINUO a rimandare, le foto del Sudafrica rischiano di diventare cosa vecchia. Così ho deciso di iniziare a caricarne alcune in un album di Picasa. Buona visione!

Ero lì per il matrimonio di mio nipote Justin, in un posto sperduto al confine con il Botswana. La città più vicina è Lephalale, nel caso qualcuno volesse divertirsi a controllare su google maps.

24 febbraio 2009

Sui saluti

RICORDAVO VAGAMENTE i saluti nella lingua Shona: mangwanani al mattino, maskati al pomeriggio, manheru alla sera, ma poi seguiva tutto uno scambio di battute che non ricordavo più.

Mi è tornato in mente durante il giro che ho fatto con fr. Richard. Arriviamo alla parrocchia di Mabwuko e mi mostra la loro scuola: una cinquantina di bambini in tre classi, i più piccoli imparano a scrivere, gli intermedi imparano a contare, i grandi imparano l'inglese. La prima in cui ci affacciamo è quella di inglese. L'insegnante, un giovane confratello di Richard, ma non sacerdote, fa alzare in piedi i bambini e Richard, che conosce le usanze, inizia:

—Good morning!
Risposta in coro:
—Gooood mooorning. How aaare yoou?
e lui sta al gioco:
—I'm fine, thank you. And how are you?
altra risposta corale:
—I'm fiiine!

La scena si è ripetuta in ognuna delle classi dove siamo entrati – e fin qui niente di strano – ma anche con ognuna delle persone che abbiamo incontrato. Mi ha spiegato che loro sono abituati così e che se uno si limita a un mornin' o peggio ancora Hi e poi entra subito in argomento, provoca lo sconcerto degli interlocutori che iniziano a chiedersi perché sei arrabbiato e se per caso ne abbiano colpa loro.

Nei giorni successivi ho verificato: i neri che lavorano con i bianchi sono abituati ai loro modi sbrigativi, ma se li salutavo "come si deve", cioè con tutta la tiritera, allora si illuminavano, era tutta un'altra cosa.

Dopo diverse conferme, mi sono ricordato di quei saluti in lingua Shona che avevo imparato tanti anni fa, con tutte le loro elaborate sequele, e ho capito! La tiritera a cui tengono tanto è la traduzione meno peggio dei loro saluti tradizionali. Se in Shona è maleducato limitarsi a dire "buon giorno" lo sarà anche se usiamo l'inglese o qualsiasi eventuale altra lingua.

Tornato in Italia mi sono tolto lo sfizio di ripassarmi le formule che un tempo sapevo (Viva internet!). Assaporate un po' di suoni africani:

Mangwanani (buon giorno)
Mangwanani. Marara sei? (Buon giorno. Come hai dormito?)
Tarara mararao? (Ho dormito, tu come hai dormito?)
Tarara (Ho dormito).

Al pomeriggio (maskati) e alla sera (manheru) ti chiedono come è andata la giornata (maswera sei?) è, ovviamente, la risposta è che "è andata" e a te come è andata? ecc..

10 febbraio 2009

Un po' di conti

HO GIÀ DETTO che alle attuali banconote dello Zimbabwe bisognerebbe aggiungere altri tredici zeri, tolti in due tempi nel corso dell'ultimo anno. Quindi se il dollaro USA valeva due settimane fa (non ho chiesto aggiornamenti) diecimilamiliardi di zimdollari, che in notazione scientifica si scrive 1013 zimdollari, aggiungendo altri 13 zeri si arriva a 1026 vecchi zimdollari per un dollaro. Volevo provare a dargli un significato: che cosa si può paragonare al valore attuale di un vecchio dollaro dello Zimbabwe? (permettetemi di usare la sigla z$ per indicare i dollari dello Zimbabwe, perché il discorso è già abbastanza complicato).

Ho provato a ragionare così: quanto costa, in dollari USA, una bottiglia di acqua? Facciamo circa un dollaro, quindi 1026/1,5 = 6,7x1025 z$ al litro. Ancora non mi dice nulla.

Un bicchiere contiene circa 0,2 litri: 0,2 x 6,7 x 1025 = 1,3 x 1025 z$. Ancora cifre astronomiche.

Una goccia d'acqua mi assicurano che contiene circa 0,05 millilitri, cioè 5 x 10-5 litri. Verrebbe a costare (fidatevi) 3,33 x 1021 z$. Sette gruppi di tre zeri. Anche a volerlo esprimere in gocce d'acqua il valore dello z$ è insignificante. Togliendo 13 zeri diventa 333 milioni. Per una goccia. Si inizia a capire che nella spazzatura vedevo banconote da 500 z$ attuali (cioè con i famosi 13 zeri in meno). Anche a metterle insieme, quante ce ne vorrebbero per arrivare a 333 milioni?

Ho fatto un ultimo tentativo: ho aspettato al varco un amico chimico e gli ho chiesto quante moli di acqua contiene un litro d'acqua. (Lo ammetto, volevo fare bella figura: a soli 25 anni dall'esame di Chimica1 ricordo ancora vagamente che una mole contiene un numero di molecole pari al numero di Avogadro, cioè circa 6x1023 molecole). Sorpreso e lusingato per la domanda, l'amico mi ha risposto sicuro: 55,5 moli!

Allora ritorno ai conti: con un dollaro USA posso comprare un litro e mezzo di acqua, cioè 83,25 moli, cioè (calcola, calcola, calcola...) circa 500x1023 molecole (così ora sapete quante molecole di acqua ci sono in una bottiglia, sfido che poi le particelle di sodio si sentano sole!). Scritto meglio: 5x1025. Questo vuol dire che una molecola di acqua in bottiglia costerebbe due vecchi dollari dello Zimbabwe. Insomma un vecchio z$ vale circa un atomo di ossigeno. Se poi penso a tutte le molecole d'acqua presenti nell'aria che respiriamo... mi fermo.

Mugabe verrà ricordato per molte cose, la maggior parte brutte. Vedrete che verrà ricordato anche per aver creato una moneta che ha battuto tutti i record (negativi) della storia.

NOTA BENE: i soldi della foto (sono un mazzetto) erano in una pozzanghera, li ho spostati per fare una foto e il cane di Richard è subito venuto a rubarmeli, offrendomi uno scatto simpaticissimo. Di conseguenza sono molto soddisfatto di questa foto e se per caso qualcuno volesse usarla gradirei essere almeno citato.

08 febbraio 2009

Ma come fanno? (2)

DICEVO CHE AD HARARE i settlements hanno un'altra origine. Quando l'attuale dittatore vide che l'opposizione si stava sviluppando, si accorse anche che l'ambito in cui attecchiva era principalmente quello dei ceti urbani inferiori, cioè la gente delle township. Così si inventò una "campagna contro la criminalità" che consistette semplicemente nel radere al suolo alcune delle principali township della città, producendo da un giorno all'altro qualche centinaio di migliaia di senzatetto. Uno dei principali "nuovi" insediamenti era proprio lì, a due passi dalla township di Mabwuko. In questo caso niente espropri e niente indennizzi: mi spiegavano che il proprietario del terreno è un buon cristiano e si limita a lasciar correre (ho visto anche un pozzo, non so se c'era già o se lo ha fornito lui).

Ma torniamo a Mabwuko, township con case in mattoni (cioè per lo più in mattoni) e strada principale in asfalto. Ma anche su questo devo aprire una parentesi. In Africa esistono quattro tipi di strade: la strada in asfalto che noi diremmo normale, larga almeno abbastanza da far passare due auto; poi c'è la strada in asfalto "stretta" (mi dispiace molto non ricordare più la terminologia, magari mi aiuterà la sorellina), larga abbastanza per una sola auto, ma con due ampi margini di terra, in modo che quando ci si incrocia ogni auto rimane con due ruote sull'asfalto e due sulla terra battuta. Il terzo tipo mi pare si chiamasse "strip" e consiste nell'equivalente asfaltato dei binari: solo due strisce parallele di asfalto e il resto è terra battuta. Come per l'altra, si cammina cercando di tenere le ruote sull'asfalto e quando si incrocia qualcun altro ognuno usa una sola striscia e cammina metà sulla striscia e metà sulla terra. Poi viene la strada in terra battuta, ancora niente male se ben mantenuta, ma si rovina molto in fretta.

La strada principale di Mabwuko è del tipo stretto, e come tutte le strade di Harare l'asfalto è costellato di buchi, per lo più profondi. Stavamo tornando a casa quando troviamo la strada sbarrata da grossi rami buttati in terra; uno sbarramento che costringeva a fare un po' di slalom per attraversarlo. Fr. Richard mi spiega subito che si tratta di "lavoratori volontari": aggiustano di loro iniziativa la strada e chiedono un contributo alle auto che passano. Dico a Richard che mi sembra più una richiesta di elemosina che lavoro volontario, perché lì dei cinque o sei uomini che potevo vedere nessuno stava lavorando. Richard si intrattiene amabilmente con quello che lo ha fermato (ho già spiegato i saluti? mi rivedo i post precedenti perché se non l'ho fatto, merita) per chiedergli soldi, poi riparte dicendomi che davvero riparano la strada. Sarà ma io non vedo né attrezzi, né mucchi di terra, né alcun buco riparato, e resto dell'idea che Richard è un buono. E anche altri sono buoni, e così loro tirano a campare.

06 febbraio 2009

Ma come fanno?

IL COMMENTO/DOMANDA di Cri, che più o meno suonava "Ma come fanno a sopravvivere?", mi dà spunto per alcuni ricordi. Alla domanda di fondo ho già risposto dicendo quello che tutto il mondo povero ci insegna: dove ci sono persone ci sono bisogni, e dove ci sono bisogni c'è commercio. Ma andiamo ai ricordi.

Nella casa dove stavo in Sud Africa avevano da poco terminato dei lavori di ampliamento, e fino a un paio di mesi prima c'era ancora il cantiere in funzione. Il giardiniere/tuttofare della casa è un ragazzo dello Zimbabwe (e sua moglie è la cuoca: una formula molto frequente da quelle parti). Un giorno è andato dal direttore dei lavori a chiedere se poteva prendere i secchi di vernice vuoti. Risposta ovvia: "Certamente, si tratta di spazzatura". E poi curiosità: "Ma a che ti servono?" "Li porto dai miei ora che torno per Natale, così li possono rivendere come secchi per l'acqua". No comment.

Allego la foto del pozzo della chiesa di Tafara, una township di Harare. Forse si nota che il secchio non sarà nato come tanica di vernice, ma poco ci manca.

Da notare che le townships non sono i posti più poveri: sono le aree che i bianchi avevano destinato alle abitazioni dei neri, quindi esistono da molto tempo e spesso erano edificate già fin dall'inizio: l'apartheid era una cosa molto ordinata. Le zone veramente povere, con le baracche di lamiera che conosciamo dalle immagini della televisione, qui si chiamano "informal settlements" (insediamenti informali) e il nome è un'invenzione sudafricana. Li chiamano così perché è il termine più adeguato per descriverne l'origine: quando da un villaggio dell'entroterra decidono di spostarsi verso la città per cercare fortuna, si trasferiscono in gruppi relativamente numerosi, spesso l'intero villaggio. Quando arrivano in un posto che ritengono adatto si accampano lì, fanno cioè un settlement. Ovviamente esisterà un proprietario della terra su cui si sono accampati, e in altri tempi li avrebbe fatti sloggiare con le buone o con le cattive, e con l'approvazione dell'autorità. Oggi in Sud Africa queste cose vanno trattate con diplomazia e quindi il governo espropria il pezzo di terra, indennizzando il proprietario, e poi vede che cosa si può fare. In Zimbabwe è un'altra storia ma preferisco rimandarla al prossimo post.

29 gennaio 2009

... e invece esiste!

DOPO LA PROVOCAZIONE sugli autobus di Barcellona (una pubblicità che diceva "Probabilmente Dio non esiste: goditi la vita"), un amico ha pensato di rispondere aprendo un gruppo su Facebook. Trovi qui il suo racconto di come è andata. Lo ha intitolato "Invece Dio esiste, la realtà è che ad alcuni viene scomodo", magari poco sintetico ma sicuramente provocatorio. Poi lo ha fatto sapere ad una decina di amici. A fine giornata aveva più di duecento iscritti e dopo una settimana ha superato i duemila. Interessante, no?

Interessante anche la domanda di una commessa in un negozietto di Harare (nella foto).
"Com'è la vita da voi?", aveva esordito. Le ho chiesto di specificare meglio: le interessava qualche aspetto in particolare? Politica, benessere, sicurezza?
Risposta: "È vero che non credono in Dio?"

27 gennaio 2009

Quali soldi?

Sono tornato e mi trovo travolto dal lavoro. In più il mio computer fa le bizze (ho commesso l'errore di chiedere ad un amico di ripulirmelo durante la mia assenza: non lo riconosco più!). Proverò a buttar giù qualche ricordo così come mi vengono in mente nei momenti liberi.

L'INFLAZIONE in Zimbabwe è oggetto periodico di articoli più o meno divertiti. Qualcuno prova a calcolarne l'entità, ma vengono fuori cifre alle quali non siamo in grado di attribuire un significato. Per dare un'idea, io sono arrivato di sabato, e quel giorno il dollaro americano si scambiava per cento miliardi di zimdollari; il lunedì valeva millecinquecento miliardi, ma a fine giornata si "stabilizzò" su 800 miliardi. Qualcuno vuole lanciarsi a fare i calcoli di che inflazione si tratta? (magari prima o poi lo faccio io).

In queste situazioni i soldi perdono significato: ogni mese il governo stampa nuovi soldi per pagare gli stipendi pubblici, magari concedendo un generoso aumento di un paio di zeri. Così la gente riceve il salario in bigliettoni nuovi di zecca... che nessuno vuole. Da una parte quei soldi non valgono niente, dall'altra sono l'unica risorsa nelle mani di tante persone, e quindi alla fine chi ha qualcosa da vendere deve pur accettarli altrimenti non vende. Ma ogni mese che passa ci si crede sempre meno, e la circolazione clandestina di dollari e rand (la moneta sudafricana) cresce lentamente.

Due episodi mi sono sembrati significativi. Appena ricevuto lo stipendio di gennaio, un camion di militari si è presentato nella farm di un vice primo ministro, le armi in pugno. Da notare che avevano fatto molte pressioni per essere pagati in valuta estera, ma tanto era impossibile, perché il governo non ne ha abbastanza. Si presentano alla farm, requisiscono tutto il pollame, lasciano lì tutti i loro stipendi, e se ne vanno.

Secondo episodio. Il giorno prima della mia partenza il dollaro USA veniva scambiato per cinquemila miliardi di zimdollari. Questo a condizione che non si pagasse con le ultime banconote (quelle degli stipendi di cui sopra) da diecimila miliardi. Per quelle il cambio era di ventimila miliardi per un dollaro.

Il primo mi ha colpito per l'eleganza e l'ironia del gesto: ti abbiamo detto che non vogliamo i tuoi zimdollari, tu ce li dai lo stesso, e allora noi ci prendiamo i tuoi polli e ti paghiamo con la tua stessa moneta.

Il secondo mi fa pensare che il mercato si aggiusta da sé. Se il governo immette sul mercato una nuova camionata di banconote, sono quelle banconote che il mercato respinge, non la valuta in sé.

A questo si aggiunge un altro fenomeno veramente curioso. La legge del mercato da sempre vuole che se un bene è scarso il suo prezzo salga. Ma se il bene scarso sono le banconote americane, che succede? Aumentano di valore?

Mi avevano preavvisato, ma comunque mi ha fatto un certo effetto vedere mazzetti di banconote tra i mucchi della spazzatura. Ne ho vista una da venti: un millemiliardesimo di dollaro! Qualcuno vuole lanciarsi a calcolare cosa si può acquistare con una simile cifra? Per esempio: se una bottiglia d'acqua costa x, quanta acqua posso prendere con venti zimdollari?

E per chiudere questo argomento: quando parlo di migliaia di miliardi di zimdollari, bisogna considerare che parliamo di zimdollari "pesanti" perché negli ultimi dodici mesi vennero fatte due riforme valutarie, la prima tolse tre zeri, la seconda ne tolse 10, quindi al valore nominale delle attuali banconote bisognerebbe aggiungere altri tredici zeri. La cosa patetica è che dopo la seconda riforma, lo scorso agosto se ho capito bene, era tornata la parità con il dollaro USA, e dopo cinque mesi siamo di nuovo a cifre con tredici zeri (dicimila miliardi).

Ho il sospetto che il dollaro dello Zimbabwe scomparirà del tutto entro poche settimane.

12 gennaio 2009

Sicurezza

IERI CI HANNO fermato ad un posto di blocco. Eravamo tre sacerdoti, di ritorno dalla chiesa italiana di Johannesburg dove ho avuto il piacere di celebrare la Messa.

Il nostro anfitrione, uno spagnolo mio compagno di studi, in Sud Africa da circa tre anni, ci dice che è ordinaria amministrazione: ai posti di blocco fermano più o meno tutti per un controllo generico. Accostiamo. Passano un paio di minuti prima che la corpulenta poliziotta ci si avvicini. Saluta in una lingua sconosciuta, probabilmente Zulu, poi passa all'inglese. Da dove venite? Il mio amico risponde che abbiamo lavorato in chiesa tutta la mattina e ora torniamo a casa a riposare. Che chiesa? Cattolica. Lei è anglicana. Be' allora siamo molto vicini! Non sei stata a Messa oggi? Ci spiega che da quando fa questo lavoro non frequenta più tanto la chiesa, perché a lavorare di domenica la pagano meglio.

Rimproveri vari, qualche altro scherzo. Penso che la conversazione sia finita, ma a questo punto chiede i documenti. Occhiata distratta e saluti, non senza un altro paio di chiacchiere.

Ripartendo l'amico ci spiega che questa è l'educazione africana: ci ha fermati solo per controllare i documenti, ma partire direttamente da lì sarebbe maleducato. Prima bisogna scambiare due chiacchiere. Rapporto umano! Mi è sembrata una bella cosa, anche se così si impiega più tempo.

Essendo in tema, chiacchieriamo un po' di sicurezza. Gli dico che a sentire i giornali europei qui sarebbe il far west, invece mi sembra tutto ragionevolmente tranquillo. Risposta: dodicimila morti violente l'anno ti semra tranquillo? Qui i conduttori dei mini autobus girano armati, e lo fanno per difendersi dai delinquenti, ma anche per poter rispondere al fuoco dei conduttori delle aziende concorrenti. Non è raro che ci siano scontri a fuoco tra due gruppi di mini autobus e quando interviene la polizia diventa una sparatoria a tre fuochi.

No, il tema della sicurezza da queste parti è ancora un grosso problema!

Diario africano - 2

06 gennaio 2009

Diario africano

CREDO DI ESSERMI ripreso dalle fatiche natalizie: i neuroni riprendono a funzionare e ritengo quindi di dovere a tutti qualche racconto di questa parte del mondo. Purtroppo non so cosa posso promettere, perché l'accesso ad internet qui è un po' complicato. Ma per iniziare due righe sulla situazione sociale.

La situazione del paese, come me la descrivono, è piuttosto complicata. A sentire raccontare le persone e, soprattutto, durante la lunga visita all'Apartheid Museum, mi torna in mente la storica frase "L'Italia è fatta, ora bisogna fare gli italiani": questo è un paese che si deve ancora fare.

Se si guarda al cambiamento portato dall'abolizione della segregazione, in una prospettiva puramente di equità "razziale", si vede che ora ci sono neri (o altri) in posti che prima erano appannaggio esclusivo dei bianchi. Ma se togliamo il filtro razziale e leggiamo la stessa cosa in altre prospettive, vediamo che ci sono persone meno preparate che occupano posti che prima erano di persone preparate. Il bianco preparato, non era lì perché preparato, ma perché bianco; il nero meno preparato ora è lì perché nero. In entrambe i casi, sia prima che dopo, posti non assegnati in base al merito. Questo è il problema.

Mi dicevano di una signora nera che si lamentava del sistema sanitario: una volta c'erano gli ospedali per soli neri... però funzionavano! E il commento mi è sembrato saggio: è il prezzo da pagare per smantellare un sistema di iniquità.

Se devo fidarmi delle sensazioni, a cinque anni di distanza dall'ultima volta che sono stato qui, mi sembra che la tensione razziale si sia di molto ammorbidita e quelli che prima vedevo dubbiosi circa la possibilità di integrare e sviluppare questo paese, ora sono più ottimisti. Sullo sviluppo sicuramente (salvo recenti preoccupazioni per l'ondata mondiale di recessione), sull'integrazione abbastanza. Mi racconta un nigeriano che, quando arrivò qui dieci anni fa da studente universitario, entrando in aula trovò che c'erano due gruppi nettamente separati: una parte dell'aula occupata solo da bianchi e una parte solo da neri. Senza pensarci due volte andò a sedersi deciso nella zona dei bianchi. Suscitò lo sconcerto di entrambe i gruppi, ma niente di più. Dopo qualche settimana di lezioni erano abbastanza mescolati.

Per favorire l'integrazione il governo segue una politica di promozione delle pari opportunità. Nessun obbligo, ma le aziende che vogliano ricevere contratti dal governo ricevono un punteggio in base alla distribuzione razziale dei loro dipendenti rispetto a quella nazionale. Influisce nel punteggio anche quello delle aziende loro clienti, in modo da raggiungere un secondo cerchio. Questo punteggio pesa nelle graduatorie per gli appalti. Le "razze" sarebbero quelle previste ai tempi dell'apartheid: bianchi, neri, colorati e indiani. A parte che i neri non si sentono affatto semplicemente "neri": sono Xhosa, ZUlu, Bantu, Sotho, Tswana ecc. Ma poi c'è il problema che alla lunga questo sistema rischia di prolungare in modi diversi una discriminazione che si sta già ampiamente superando da sola. Uno dei ragazzi che sta qui con me ammette serenamente di avere trovato lavoro perché la sua condizione di nero faceva comodo per il punteggio della sua azienda.

All'orizzonte c'è un altro problema: i neri stranieri. Soprattutto nei primi anni, il paese ha seguito una politica abbastanza aperta nell'accoglienza degli stranieri, se neri. Molto presto si sono accorti dell'errore. I neri sudafricani vivono con il complesso dell'ingiustizia subita; è storia sempre più vecchia, eppure loro continuano ad essere rivendicativi, a ritenere che il governo li debba aiutare, che la causa di ogni loro problema sia quello che hanno subito durante l'apartheid ecc. Gli stranieri non si fanno di questi problemi, pensano di doversi conquistare un lavoro e una posizione con le loro competenze e il loro impegno. Sono più preparati, lavorano più sodo, e protestano poco. Molto presto si è creato uno squilibrio: le aziende preferiscono impiegare neri stranieri. Così loro "rubano" il lavoro ai locali, che non fanno molto per guadagnarselo. A marzo scorso sono scoppiati dei disordini contro gli immigrati, soprattutto quelli dello Zimbabwe (con un po' di soddisfazione campanilistica mi sono sentito dire che sono i più preparati e i più lavoratori della regione). Ci sono stati morti. Il fattore principale è che gli stranieri sono concorrenza molto pericolosa.

Il paese è ricco e in crescita, però manca ancora la fascia intermedia. Ci sono professionisti di alto livello che sanno cogliere le opportunità e si arricchiscono notevolmente, e c'è una grande fascia di lavoratori generici, poco istruiti e poco specializzati, rinforzati da una significativa percentuale di ex minatori, pura forza bruta. Il governo fa i salti mortali per trovare occupazione per questa gente, ma invece manca la fascia media quelli che professionalmente chiameremmo specializzati e che socialmente costituirebbero il ceto medio. Qualcosa però si muove.

Diario africano - 1