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12 agosto 2018

Il bianco è bianco

"EH SÌ, le cose vanno dette chiare. Pane al pane. Il bianco è bianco e il nero è nero"... Espressioni di un desiderio di chiarezza, di sincerità, che tutti comprendiamo e che saremmo tentati di condividere. E come non potremmo? Se proprio Gesù ci ha detto: «Sia invece il vostro parlare: "Sì, sì", "No, no"; il di più viene dal Maligno» (Mt 5,37).

Però ho l'impressione che chi davvero pratica il consiglio di Gesù, raramente si concede il vezzo di teorizzarlo. Forse fa parte del "sì-sì no-no" che sia una dottrina da praticare, non da discutere.

Resta che, recentemente, la persona che mi proponeva l'apologia del bianco-bianco e nero-nero, dava l'impressione di uno che, indicando il cielo azzurro, dicesse: "Il bianco è bianco..." e, indicando poi blu intenso del mare, continuasse "... e il nero è nero". Mi sembra che troppo spesso, dietro l'apologia della chiarezza e autenticità, c'è un bisogno di semplificazione e di sicurezza, che fa violenza alla realtà. E quando provi a ragionare con certe persone, subito viene il "Eh, quanto sei complicato! Sempre con i tuoi distinguo...".

Le ideologie sono daltoniche perché riduzioniste. La superficialità anche, sebbene in modo diverso. Ma facilmente finisce asservita all'ideologia.

L'immagine è di Hilma af Klint, e si intitola Il cigno (1915). Non so cosa lei volesse rappresentare (e davvero i suoi quadri erano il risultato di profonde meditazioni), ma io ci vedo un arcobaleno di colori che vengono ridotti al solo bianco e nero.

07 marzo 2018

La mano dolente (un apologo)

UNA MATTINA, uscendo dal letto, Eraclio fece per appoggiarsi alla vicina sedia, ma ritrasse immediatamente la mano, sorpreso da un acuto dolore. Da quel momento ogni oggetto che toccava con la mano destra gli procurava quello stesso dolore improvviso.

Decise di non dargli troppa importanza. Il dolore si produceva solo quando afferrava qualcosa, e quasi subito si abituò a non fare quel gesto. La cosa però gli procurava molti inconvenienti, aveva anche rischiato un incidente alla guida afferrando distrattamente il volante con entrambe le mani. Stava pensando di andare da uno specialista, quando notò un nuovo negozio sotto casa sua. L'insegna diceva: "Hand free - prodotti per cheiropatici". Comprese immediatamente ed entrò pieno di speranza.

L'inserviente lo accolse con un sorriso e, dopo la breve spiegazione del problema, iniziò ad ammansirlo spiegandogli che oggi i cheiropatici possono condurre una vita normale come gli altri, che sarebbe una grande ingiustizia se dovessero privarsi di qualcosa e che i loro prodotti -- selezionati tra quelli di miglior qualità in commercio -- sono spesso preferiti anche dai non cheiropatici. Quel giorno spese mezzo stipendio in accessori come un copri volante in hypersoftex, posate con manici in spugna e una dozzina di altri oggetti. Peccato che (ancora) non li passi il servizio sanitario nazionale.

Dopo un paio di mesi (e non poche spese), un collega si incuriosì per la strana penna (morbida) che utilizzava per scrivere. Dopo qualche spiegazione gli suggerì di liberarsi da tutte quelle dipendenze e ricorrere ai rimedi orientali. Così si presentò titubante allo studio di "riequilibrio oligosensitivo" consigliatogli dall'amico. Gli spiegarono che doveva ascoltare il suo dolore, dialogarci, e che quando lo avesse compreso fino in fondo lo avrebbe sconfitto. Iniziò delle (costose) sessioni di dolorosi esercizi, consistenti per lo più nello stringere in pugno oggetti moderatamente pesanti mentre faceva esercizi di concentrazione.

Passarono poche settimane ancora, quando venne a fargli visita la sua anziana mamma. Quando le raccontò le sue disavventure cheiropatiche, lei non disse nulla. Frugò nella piccola valigia che aveva portato, dalla scatola del cucito estrasse un ago e le forbicine, poi prese un batuffolo di cotone e una bottiglietta di disinfettante. Dopo cinque minuti -- e nemmeno troppo dolore -- aveva ripulito dal pus la mano del figlio e rimosso la piccola spina che lo causava.

28 gennaio 2018

Saper vedere

SEDUTO SU UNA PANCHINA di una piazzetta di periferia, in compagnia di un anziano professore di architettura. Aspettavamo gli altri andati a cercare un parcheggio. Intorno a noi un mosaico di casette di uno o due piani, di altezze colori e stili diversi, ammucchiate una sull'altra come in tanti paesi e borgate. L'insieme mi è parso sgradevole e ho provato dispiacere per il mio accompagnatore.

Gli ho manifestato il mio pensiero, ma lui mi ha sorpreso: "Ti sbagli", mi ha detto, "questo posto è gradevole e molto interessante". Davanti al mio sguardo perplesso, si è degnato di spiegarmi.

"Guarda quel balcone che sporge dal terrazzo: non ha senso! Volevano fare un secondo piano, ma poi sono finiti i soldi e si sono fermati al primo, mentre il balcone del secondo era già fatto. Quell'altra casa ha dei fregi di almeno cento anni: si vede che ha subito molti rimaneggiamenti, ma i fregi li hanno voluti conservare. Ci hanno visto qualcosa di distintivo. E poi la casa d'angolo: al piano terra lo spigolo è vivo, ma al primo piano lo hanno smussato. E il balcone gira tutto attorno e segue la smussatura arrotondata. Il risultato è francamente brutto, però mostra il tentativo di fare qualcosa di speciale..."

Era compiaciuto del contesto, dove anche gli edifici sono disordinati e pieni di vita, come le persone che ci giravano intorno godendosi una domenica mattina primaverile in pieno gennaio. Ogni casa con una sua storia, povera e magari brutta, ma ricca di umanità. Coglievo la polemica sottintesa, appresa in altre conversazioni, verso certi edifici maestosi pensati a tavolino, impersonali perché privi di umanità e di storia. Magari formalmente impeccabili, ma senza anima e poco vissuti perché poco vivibili.

Ad ascoltare lui, complice forse la giornata di sole, la piazzetta è come fiorita davanti ai miei occhi. Adesso mi sembrava bella, vera, viva. Solo qualche ora dopo mi sono rammaricato di non aver fatto delle foto. Tanto che una decina di giorni dopo ci sono tornato apposta. Ma la magia era passata: non ho trovato nulla da fotografare, niente di bello. Ho anche ricercato i dettagli che avevamo osservato insieme: ovviamente erano ancora tutti lì, ma non erano più gli stessi. Insignificanti, non afferrabili in uno scatto. (Forse con qualche minuto in più, senza fretta, sarebbero tornati a sbocciare... Mi ha tradito il "tutto subito" della nostra cultura).

Tornando a casa pensavo alla lezione imparata (sicuramente non l'unica): quanto è importante lo sguardo. Come vorrei avere con le persone lo stesso sguardo del mio amico professore. Uno sguardo benevolo, che coglie il bello e il vero delle persone, l'originalità, la diversità. La fretta non lo permette, andiamo subito a cercare l'evidente e il vistoso... l'apparenza. È lo sguardo che rende bello il contesto in cui mi trovo. Le persone che ho intorno hanno molto da offrire, ma lo sguardo da istantanea non può notarlo. Ci vuole tempo. E uno sguardo benevolo.

(Aggiungo grazie alla segnalazione di un amico: il Papa ha detto di meglio parlando dello sguardo di Gesù. Lo trovi qui.)

Nel caso ve lo siate chiesto: no, la foto non c'entra niente e l'ho presa quasi a caso da internet.

15 gennaio 2018

Chiudere in bellezza (il 2017)

ESCURSIONE A MONTE COFANO, promontorio di circa 600 metri tra due bellissime baie (vedi qui su Google maps). Era piovuto fino a pochi minuti prima, ora apparivano sprazzi di sole. Vento forte e freddo. Appena lasciata l'auto, a circa tre chilometri dalla Tonnara del Cofano, mi ha colpito il mare mosso e la luce. Avrei voluto cogliere una bella spruzzata di onde, ma dopo due o tre tentativi mi sono arreso.
Solo a fine gita ho potuto sorprendermi per l'atmosfera magica che il cellulare era riuscito a immortalare. Decisamente la migliore foto dell'anno che si concludeva (era il 29 dicembre).

02 ottobre 2016

Haiku di compleanno

Nessun nemico.
Qualche ferita, sì:
da fuoco amico.

Solo una nuvoletta che ha oscurato per un momento i pensieri nel giorno di un compleanno. Ma tranquilli: il clima prevalente era di gratitudine, arricchiti da un numero veramente grande di messaggi di auguri (e non ho guardato Facebook! Ringrazio qui e chiedo scusa in anticipo, se finirò per non farlo lì).

Mi dispiace anche che sia venuto un kaiku "scorretto": nessun riferimento alla natura né tantomeno alle stagioni. Molto grave! In compenso, credo sia la prima volta che ci metto una rima.

Gli altri miei haiku li trovi qui.


24 settembre 2016

La gioia del sì

NELLA SUA OPERA di esordio, il filosofo Paul Ricoeur scrisse:
«L'uomo è la gioia del sì nella tristezza della fragilità».
Poesia a parte, credo volesse dire che caratteristica dell'uomo è la sua capacità di pronunciare un sì nonostante la fragilità della sua condizione. Il sì in questione è quello della promessa, e Ricoeur coglie che l'uomo è l'unico essere capace di prendere impegni, di promettere. Gli animali sono vincolati ai loro meccanismi di comportamento, agiranno o non agiranno secondo meccanismi che non controllano; comunque mai in base a una promessa.

Ma nemmeno gli angeli, propriamente, promettono: quando dicono sì, è in modo così perfetto e definitivo da essere già un fatto, non una promessa. (Lascio a voi riflettere sulle promesse di Dio, con solo uno spunto: la parola di Dio produce ciò che dice...).

Solo l'uomo può impegnarsi sul futuro: capace di mantenere fede alla parola, ma consapevole della propria fragilità. Per questo, solo il sì dell'uomo è emozionante. Solo l'uomo ci fa sedere in punta alla sedia e chiederci "Come andrà a finire?" (Creando l'uomo, Dio ha creato l'emozione).

Complice la Giornata Mondiale della Gioventù di Cracovia, negli ultimi mesi ho avuto la gioia e l'emozione di assistere ad alcuni "sì" di persone giovani, ad alcuni altri sì in gestazione, a molti già detti ora riconfermati riscoperti rilanciati.

Ho partecipato ai timori di una madre che pensava "È così giovane: saprà mantenere fede a un impegno di tutta la vita?" La risposta è facile: non lo sappiamo! (emozionante, no?), ma sappiamo che è possibile, e inoltre è grandioso il fatto che ci provi.

Molto più emozionante vedere un ragazzo o una ragazza prendere in mano la sua vita e decidere di essa, con un impegno audace e definitivo, rispetto a tanti che restano in attesa di "essere pronti" (come vorrebbe la mamma) o che, in troppi casi, si lasciano vivere un po' come viene, seguendo l'umore del momento.

Sono d'accordo con Ricoeur: la gioia dell'uomo si realizza quando dice un sì, nonostante l'incognita della propria fragilità. Che gran regalo ci ha fatto Dio!

Questo post era programmato per il 21 settembre, ma invece è rimasto in sospeso e non me ne sono accorto. Il 21 settembre 1953, in occasione di una normale confessione, il sedicenne Jorge Mario Bergoglio percepì la chiamata di Dio e disse il suo primo sì.

15 settembre 2016

Lettore seriale

AVETE PRESENTE? "Lettore seriale" come il killer seriale... Provo a spiegarmi.

Un amico mi chiede il mio autore fantasy preferito. Di questi tempi mi è difficile dirlo: sono un po' in crisi con il genere. Gli propongo però Brandon Sanderson con la saga di Mistborn. Gli consiglio di leggere solo il primo, oppure di mettere in conto di leggerli tutti e tre; sicuramente non fermarsi dopo il secondo.

Certo non è la cosa più bella che ha scritto. La più bella è una novella intitolata The Emperor's Soul, ma non mi risulta sia stata tradotta in italiano. Spassosa l'idea di Legion, piuttosto deludente La via dei re, il secondo ciclo di Mistborn l'ho appena iniziato...

E a questo punto mi sono perso a pensare. Ma quanti libri ho letto di questo autore, gradevole ma non esattamente una pietra miliare della letteratura? E ancora: gli altri autori? Di quanti ho tentato di leggere più o meno tutto?

La risposta è imbarazzante: se un autore mi piace cerco di leggere tutto (e senza mai riuscirci: tranne C.S. Lewis e qualcuno che abbia scritto poco...). Tolkien, Tamaro, Tolstoj, Mann, Fenoglio, Dostoevskij, Asimov, Pennac, Chesterton (ma è troppo vasto!), De Luca, Dickens, Ende, McCarthy... I primi che mi vengono in mente (anche con l'aiuto di goodreads) per i quali ho tentato di "leggere tutto".

Ricordo che iniziò con Giulio Verne. Da bambino fui stregato dal film di Viaggio al centro della terra e mi feci regalare il libro. Per diversi anni, ad ogni Natale, compleanno o altra occasione "regalifera" la richiesta era uno dei bei volumoni della Mursia delle opere di Verne. Che soddisfazione vedere lo scaffale riempirsi di quei dorsi coloratissimi! E che frustrazione leggere la pagina "Dello stesso autore presso questo editore" per constatare che avevo letto sì e no la metà dei suoi romanzi.

Ma com'è? Succede a tutti gli amanti della lettura o è un problema solo mio? Ricordo mia madre che collezionava tutti gli Agatha Christie, Ellery Queen e Peter Ellis che riusciva a trovare. Sospetto si tratti di malattia ereditaria.

02 settembre 2016

Lettore compulsivo

GLI INCIPIT, come sono importanti! Avevo pensato di sospendere per un po' le letture "fantasiose" e mi imbatto in una raccolta* il cui primo racconto è un trattato sui diversi modi di produrre libri nei vari popoli della galassia. Ho DOVUTO continuare la lettura; scoprendo tra l'altro la maestria di Ken Liu, astro nascente della narrativa fantastica (non ancora disponibile in italiano, purtroppo).

Sfoglio l'ultimo libro (ahimé, postumo) di Oliver Sacks, sulla gratitudine**, e spiega la sua passione, fin da ragazzo, per la tavola periodica degli elementi. Ha sempre associato gli anni della sua età all'elemento chimico corrispondente per numero atomico. Al compiere gli 80 anni ha lasciato l'oro (numero atomico 79) per passare al mercurio (numero atomico 80). Gli hanno regalato del polonio (n.a. 84) ma mestamente constata che non ci arriverà. Ho subito messo il libro in lista di attesa! (Salvo poi rimanere deluso: da un uomo così ricco di umanità mi aspettavo qualcosa di più profondo affacciandosi alla soglia dell'eternità. Pazienza, pregherò anche per lui).

Esperienza simile tanti anni fa quando ero indeciso se leggere La montagna incantata***, intimorito dalla densità dei due volumi. Nella Premessa Thomas Mann dice che se una storia è bella merita di essere raccontata con calma, dedicandole tutto il tempo necessario.
La narreremo ampiamente, con esattezza e a fondo... Quando mai, infatti, una storia è stata divertente o noiosa in proporzione allo spazio e al tempo che ha richiesto.

E così ho divorato i due volumi "con calma", felice di dedicargli tutto il tempo necessario...

Ecco, penso che basti per una diagnosi: sono un lettore compulsivo. Capita anche a te?


* Ken Liu, The Paper Menagerie and Other Stories (2016). Vedi http://goo.gl/OgscwE .

** Oliver Sacks, Gratitudine (2016). Vedi http://goo.gl/TsPufI.

*** Thomas Mann, La montagna incantata (1924). Vedi http://goo.gl/uaQ8yT.

21 dicembre 2015

Presepe della Misericordia

COME RAPPRESENTARE IL NATALE in questo Anno Santo della Misericordia? Mi sono posto la domanda qualche settimana fa, e la "pazza di casa" (come santa Teresa d'Avila chiamava l'immaginazione) ha subito provveduto a comporre la scena che provo a descrivere.

Contesto da presepe "regolamentare": Maria e Giuseppe vicini, lei tiene il Bambino in braccio. Un pastore si avvicina e si inginocchia per rendere omaggio a Gesù e anche per vederlo più da vicino. Il pastore ha un aspetto poco rassicurante, la barba incolta, i lineamenti duri. Forse ne è consapevole, perché si avvicina con qualche incertezza. Maria coglie l'imbarazzo e si fa avanti porgendo il Bambino. Gesù, allora, stende la manina e accarezza il pastore, che non riesce a trattenere una lacrima di emozione.

Questo è come immagino la Misericordia di Dio: non importa quanto ci siamo resi brutti con la nostra cattiveria, il Signore ci vuole ripulire, rimettere a nuovo, farci ritornare belli con la sua carezza. E Maria aiuta.

Mi piacerebbe molto vederla rappresentata, questa scena. Per questo ho fatto due cose (anzi tre). Ho scritto subito ai pochi artisti che conosco, sperando che qualcuno raccogliesse l'ispirazione. Con nessun risultato (che io sappia). Poi ho setacciato internet nella speranza di trovare qualche quadro: in fondo, pensavo, in tanti secoli di meditazione su quella scena, chissà a quanti sarà venuto in mente qualcosa di simile. Ho trovato uno stucchevole Gesù bambino moderno che abbraccia il muso di una pecorella, molti Bambinelli che stendono le braccia verso la Mamma (deliziosi!), alcuni che esprimono curiosità verso i doni dei Magi, uno che stende la mano sul capo scoperto di un re mago. Ma la "mia" scena, non l'ho trovata.

Allora ho deciso di commetere un "crimine artistico" (so che i più sensibili non me lo perdoneranno): ho cercato una Madonna col Bambino adatti (mi sarebbe piaciuto includere san Giuseppe, ma quello del quadro scelto – una natività di Von Rohden – non si prestava). Poi ho cercato un pastore brutto e rozzo: impresa quasi impossibile! Ho scoperto che tutti gli artisti dipingono i pastori del Natale belli come attori di una fiction. Mi ha salvato Caravaggio: la sua Adorazione dei pastori, per giunta del museo di Messina, aveva un "pastore" abbastanza rozzo (con imbarazzo, al momento di ritagliare, mi sono accorto che il pastore scelto aveva l'aureola: si trattava quindi di un san Giuseppe! spero mi perdonerà).

Ritagliati e accostati i personaggi, inventato uno sfondo con la Porta Santa di San Pietro (maldestramente aperta: l'occhio non perdona la leggera convergenza delle due ante) e lo stipite di un portale del Duomo di Gemona. "Falsificato" il tutto con un effetto pittura et voilá!. Ammetto che non mi sembra un granché, però assomiglia un po' a quello che ho immaginato. Con la speranza che qualche artista si senta chiamato in causa e produca una cosa decente.

Ah, e BUON NATALE!

02 ottobre 2015

Divertirsi in famiglia

LILLY, LEON e ORSON: moglie, marito e figlio di sei mesi (allora). Aggiungete una creatività superiore alla media e voglia di divertirsi insieme. Gli viene un'idea: lui è bravo con le foto (non ho idea se sia un professionista), la casa è piena di cartoni per un recente trasloco (e ancora un po' in disordine). Decidono di fare una parodia dell'ultimo film che hanno visto (Le avventure acquatiche di Steve Zissou, mai sentito), costruendo la messinscena con il materiale che hanno in casa.

Click! Foto condivisa in internet. Successone tra amici e parenti (questi ultimi, si sa, sempre voraci di foto del pargoletto). La foto è quella che vi riporto qui a fianco, quella che l'ha ispirata la vedete se seguite il link del film. Mi entusiasma notare che i fanali della barca sono due piatti rovesciati, gli "infissi" della finestra sono chiaramente cinture da uomo, scommetto che i teli sono un copriletto e degli asciugamani... Per apprezzare le espressioni bisogna vedere la locandina del film (stesso link di prima).

Si sono divertiti e così decidono di ripetere l'esperienza. Prossimo film: Lo squalo (spero non lo abbiano visto con il bambino!). Qui non so a quale scena si sono ispirati, ma il film lo conosciamo tutti. Questa volta entrano alla grande i cartoni del trasloco, e la foto è questa.

Non so a quale punto della storia si sono accorti che le loro foto quasi settimanali stavano ottenendo un successo "virale" (come si dice in internet). Altro che parenti desiderosi di vedere il piccolo Orson! E ora, da quasi due anni, continuano a produrre parodie di film e a postarle sul loro sito, cardboardboxoffice.com ("botteghino di cartone").

In un video raccontano il loro hobby: il principio è usare solo materiale già presente in casa (o almeno che sarebbe normale ci fosse – massima spesa finora 30$) e molto cartone, ora fornito da una ditta di traslochi che li sponsorizza. Ho già detto che si divertono un sacco?

Mi ha colpito una cosa che dicono nel video: non sappiamo se continueremo e per quanto, ma è chiaro che ormai abbiamo creato una tradizione per la nostra famiglia, una cosa che ci accompagnerà per tutta la vita. Bellissimo! Una tradizione di divertimento insieme. Invidio il piccolo Orson: invece della tv e dei videogiochi sta crescendo imparando a divertirsi con papà, mamma, orsacchiotto, cartoni, forbici, costumi, colori... Pensavo: non tutti sono creativi come Lilly e Leon, ma tutte le famiglie dovrebbero coltivare l'arte di divertirsi insieme.

Ah, e Happy birthday to me!

07 settembre 2015

L'istruzione che ci vuole

SCAMBIO DI MAIL con un vecchio compagno di scuola. Mi dice che per i suoi figli sta puntando sulle lingue: sono già a quota tre, parlate alla perfezione, l'obiettivo è almeno quattro prima dell'università. Molto bene per loro, sicuramente avvantaggiati dal fatto di vivere in Svizzera, e scelta molto intelligente dei genitori.

Pensavo: su quali ingredienti punterei se avessi dei figli da educare? Direi: lingue, almeno inglese più un'altra, possibilmente non banale (russo, cinese, arabo...) oppure almeno altre due più "normali" (tedesco, spagnolo, portoghese...). Ma occhio: alla perfezione! Oggi avere la famosa "conoscenza scolastica" dell'inglese è semplicemente inammissibile (nominarla soltanto può compromettere un colloquio di lavoro), quando il mondo è pieno di giovani (est e nord europei, mediorientali, asiatici) che lo parlano perfettamente, alcuni dovendo faticare molto più di noi per impararlo.

Poi metterei le competenze collaborative e relazionali: lavoro di gruppo, comunicazione, parlare in pubblico, gestire i conflitti ecc.

Una terza area, sempre più necessaria in questo mondo multi-tasking, è quella della progettualità e auto-organizzazione. Una persona che non sappia governare (e governarsi) nella marea di possibilità di informazione, comunicazione e intrattenimento è condannata al fallimento. Gli antichi la chiamavano educazione alle virtù, ma mi sta bene anche "determinazione" o "focus" o quello che preferite; il concetto rimane lo stesso.

Quarta area, la formazione intellettuale e dei valori. Potrebbe non essere determinante per trovare un lavoro, ma pressoché indispensabile per avere qualche speranza di essere felici. Cultura vera, che per me vuol dire amore del bello, interesse per il vero, rispetto e impegno per il bene. Valori profondi, bene assimilati e perseguiti con libertà e convinzione. In questo la dimensione spirituale è fondamentale per tutti e la fede ne è la massima espressione, purché profonda e personale, non semplice adesione formale ad un gruppo sociale.

Questo è il bagaglio che mi piacerebbe fornire ad una persona che deve affrontare le sfide della vita. A una certa età avrebbe poi anche la maturità sufficiente per scegliere un ambito professionale in cui acquisire qualche competenza specifica.

Riassumendo: eccellenza nelle lingue, competenze relazionali, virtù, valori... e a scuola si continua a insegnare tutt'altro!

16 luglio 2015

Senso delle parole, senso della vita

AVRETE VISTO quel gioco in cui vengono presentate cinque parole apparentemente casuali e il concorrente deve indovinare una sesta parola che le lega tutte. (Vi propongo una schermata dalla RAI, ma mi sono divertito a cambiare le parole, così potete cimentarvi a indovinare).

Alcuni psicologi hanno studiato dei volontari, misurando attività cerebrale, dilatazione della pupilla, pulsazioni e chissà che altro. Quando riconosciamo il nesso in un gruppo di parole qualcosa in noi scatta e – se vi siete mai cimentati con il gioco lo sapete – proviamo un momento di forte gratificazione. Si produce anche quando ce lo dicono, il nesso, mentre noi non riuscivamo a trovarlo. Suppongo che questo sia il fondamento del successo del gioco.

Pensate però se, invece di parole, si trattasse degli eventi della nostra vita. Come sarebbe bello trovare il nesso, quella chiave di lettura che riunisce tutto e gli dà senso. Che soddisfazione! Quando capita, uno sperimenta una grande pace riguardo al passato, finalmente dotato di senso, e una grande sicurezza riguardo al futuro, finalmente dotato di direzione.

Mi è tornato in mente quel gioco quando ho riletto l'inizio del Vangelo di Giovanni:
In principio era il Verbo,
e il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
L'italiano dice "Verbo" per tradurre il greco "Λόγος" (Lógos), il nome che l'Evangelista ha scelto per riferirsi a Cristo. Mi sono imbattuto in un esperto che proponeva come principale significato di questa parola "criterio unificante di una raccolta di oggetti". Magnifico! I partecipanti al gioco televisivo sono chiamati a individuare il lógos delle parole proposte. Tu e io, più seriamente, siamo desiderosi di trovare il lógos della nostra esistenza.

E san Giovanni ci dice che il Lógos viene prima di tutte le cose. La mia vita ha senso da prima che io iniziassi a viverla, anzi, probabilmente io esisto proprio perché ho senso. In questo mondo, io c'entro!

Di più: ..."e il Verbo era Dio". Dio è il senso della vita. Non è che dà senso alla mia vita ("La mia vita non aveva senso, ma poi ho incontrato Gesù che mi ha salvato e ha dato senso alla mia vita", direbbero i predicatori americani), è che lui mi dà la vita, e me la dà già dotata di senso, fin dall'inizio. E questo senso è Lui!.

L'estate è un buon momento per fermarsi e fare un po' di bilancio. Che sto combinando? Dove voglio andare? Forse l'estate è un tempo di Lógos. Buona ricerca!

27 giugno 2015

Discutibile felicità

Momenti di trascurabile felicitàFrancesco Piccolo, Momenti di trascurabile felicità, * (2 su 5), giugno 2015 (abbandonato).

In una parola: trascurabile.

Parlare di sé è sempre un delitto (maggiore o minore secondo i casi) che viene tollerato più o meno a seconda di quanto la persona sia interessante o brillante. Entrambe le cose secondo chi ascolta, NON secondo chi parla!

Nel caso presente si danno diversi problemi. Primo: il titolo fa sperare qualche discorso di saggezza, certo magari ricavata dall'esperienza di vita dell'autore. Invece l'autore si parla addosso per raccontarci i suoi oziosi contorcimenti esistenziali.

Secondo: la scelta del tema e il tono ironico escludono l'ipotesi della persona interessante. (Le grandi felicità si addicono a uomini interessanti, le "trascurabili", ahimé...) Mi guardo bene dal giudicare la persona dell'autore basandomi su un'opera scherzosa e autoironica, ma il personaggio con cui mi trovo a dialogare leggendo, quello fittizio che mi parla in prima persona, quello sì che lo giudico: meschino, presuntuoso e paranoico! Di quelle compagnie che, dopo una serata insieme, fai in modo di non invitare più.

Terzo: brillante? Sì, ma. È un certo tipo di umorismo molto ripetitivo. Fa sorridere come si sorride su una freddura sporca: un misto di imbarazzo per il tema in genere appena un po' divertente e MOLTO imbarazzo verso chi racconta. Però dopo un po' (diciamo, più o meno alla prima, ma ammetto che dipende dalle disposizioni personali, magari qualcuno può resistere fino alla seconda -- e così ho fatto un esempio del tipo di umorismo di Piccolo). Dicevo: dopo un po' stufa.

E all'ennesima volta in cui mi sono trovato a chiedermi che cosa c'entrasse con la felicità (anche minima, anche "trascurabile") l'ultima paranoia di cui avevo letto... ho interrotto la lettura.

Però gli devo una scoperta. Io pensavo che questo genere di libri piacessero perché uno leggendoli dice: "È proprio così! L'ho sempre pensato!" e cose simili. Ma qui, fin dal primo brano mi sono trovato a pensare: "Ma è assurdo! Non mi sfiorerebbe mai l'idea di fare così! Ma chi potrebbe mai...?" Eppure è un best seller. Com'è possibile?

Mi sono dato questa risposta: perché in questo genere di libri, al di là delle apparenze, il tema non è l'autore, il tema è il lettore! Ti ritrovi sempre tu al centro, a volte per compiacerti della somiglianza, a volte per compiacerti (magari anche di più) della differenza. Comunque, mentre leggi tu porti avanti una narrazione parallela, quella delle tue esperienze, dei tuoi ragionamenti, delle tue paranoie magari inconfessabili. Penso che in questo stia il principale fattore di successo del libro. E anche per questo mi astengo dal continuare a leggerlo (la mia "narrazione parallela" la faccio già sul mio blog!).

16 giugno 2015

Per i morti in mare

AI POVERETTI, ogni giorno più numerosi, che in mare hanno perso la vita che da noi speravano di salvare, voglio dedicare una poesia di T.S. Eliot.

Morte per acqua

Phlebas il Fenicio, morto, da quindici giorni
Dimenticò il grido dei gabbiani, e il fondo gorgo del mare,
E il profitto e la perdita.

Una corrente sottomarina
Gli spolpò l’ossa in sussurri. Come affiorava e affondava
Passò attraverso gli stadi della maturità e della giovinezza
Procedendo nel vortice.

Gentile o Giudeo
O tu che giri la ruota e guardi sopravvento,
Considera Phlebas, che un tempo fu bello,
E alto come te.
T.S. Eliot, The Waste Land, IV.

L'eterno riposo dona loro, Signore... accoglili tu in una vita migliore.

26 maggio 2015

Persone socievoli

L'ISPETTORE BUCKET è uno dei non pochi personaggi indimenticabili in Bleak House (Casa desolata) di Charles Dickens. Il romanzo è straordinario e molti inglesi me lo hanno consigliato come il più amato, sebbene forse non il più importante, di Dickens. In Italia, poi, mi sembra del tutto sconosciuto, forse per colpa del titolo poco attraente. (Anche per questo da tempo mi riprometto di parlarne. Per ora vi offro solo questo accenno).

Bucket è un ispettore di polizia con un grandissimo talento relazionale, di cui si serve per conquistare la confidenza delle persone e così ottenere le informazioni che gli servono. Ma non è falso: la sua cordialità è autentica quanto il suo acume professionale. E così, al capitolo 49, lo troviamo nella situazione di questa illustrazione dell'edizione 1853 (per la quale dobbiamo ringraziare George P. Landow): ha intravisto l'amico George in casa di altri e si è affacciato per salutare. Ha subito mostrato entusiasmo per i bambini della casa, complimentandosi con i genitori, mostrando stupore per il più grande che, se non fosse per la somiglianza, non potrebbe proprio credere figlio di una madre così giovane... In pochi minuti è diventato il centro della festa, impegnato a giocare con le bambine, mentre ascolta il grande che suona una marcia militare e conversa allegramente con gli adulti esprimendo ammirazione e simpatia verso ciascuno.

La sua comparsa salva le sorti della festicciola, perché George era di cattivo umore e stava contagiando tutto il gruppo. Al termine della serata Bucket è già amico intimo degli ospiti, e deve promettere di tornare e presentare sua moglie alla signora.

Tutto questo per dire che mi ha colpito il congedo:
— Grazie, grazie. Buona notte, signora. Buona notte, comandante. Buona notte, tesori. Vi sono molto riconoscente per una delle più belle serate della mia vita.

Ma sono loro ad essere molto riconoscenti per il piacere della sua compagnia. E così si lasciano con molte manifestazioni di benevolenza da entrambe le parti.

Mi ha colpito questo particolare: lui, che ha rallegrato una famiglia con la sua presenza rendendo memorabile una festa che rischiava di essere un funerale; che ha dedicato la serata a prodigarsi per gli altri, con i suoi complimenti, le battute, giocando con i bambini... lui ritiene quella una delle più belle serate della sua vita. Ma se ha fatto tutto lui!

Dirò un'ovvietà, ma ho pensato che questo è il bello delle persone socievoli: fanno star bene gli altri e, proprio per questo, stanno bene loro. Costruiscono una serata piacevole e se ne rallegrano come se fosse merito degli altri. Ricevono come un dono quello che loro hanno realizzato. E così mi confermo in un'idea: il fattore principale perché una persona o una situazione siano di nostro gradimento siamo noi stessi!

E per intrigarvi un po': dopo questa scena si scopre che Bucket non passava di lì per caso, ma cercava George per arrestarlo! Così, dopo aver pensato bene di Bucket, ti ritrovi a pensarne tutto il male possibile. Ma poi ti ricrederai... e magari più di una volta!

26 marzo 2015

Questione di prospettiva

IMMAGINA DI INCONTRARE un conoscente, per strada. Il signor A. Scambi di convenevoli, un accenno allo spettacolo che è andato a vedere la sera prima. Ti mostri interessato: stavi pensando di andarci anche tu prossimamente e ti informi sul suo parere. Lui esprime sobriamente i suoi apprezzamenti sulla qualità della recitazione, sull'interesse della trama, la spettacolarità dell'allestimento. Racconta con passione, non priva di talento, una scena specialmente memorabile. Poi enuncia alcune riflessioni che lo spettacolo gli ha suggerito e conclude con un "Se poi lo vai a vedere, mi piacerebbe sentire la tua opinione". Lo congedi confermato nell'intenzione di andare quanto prima a quello spettacolo.

Immagina di incontrare un conoscente... Il signor B. È stato a quello spettacolo che ti interessa e gli chiedi un parere. Ti parla della sala poco accogliente, della scomodissima poltrona, della porta da cui entrava uno spiffero che non ti immagini. Il signore davanti non è stato fermo un momento e all'uscita l'auto era bloccata da un deficiente che aveva posteggiato in seconda fila. Lo congedi confermato nella tua intenzione... di evitare il più possibile futuri incontri con lui!

Immagino che ci troveremmo tutti d'accordo se dovessimo scegliere con quale dei due trascorrere una serata. E non importa granché se le cose di cui B. si lamenta sono vere o no. Può anche essere reduce dalla più sgradevole esperienza della sua vita, ma tu gli avevi chiesto un parere sullo spettacolo e lui ha ritenuto più importante e interessante informarti sul suo umore e le sue vicende.

L'effetto che A. e B. hanno sugli altri è così diverso e così universale, che mi chiedo perché tante volte preferiamo fare la parte di B. quando è evidente che dovremmo sforzarci di essere sempre come A. Non penso che ad A. vada tutto bene, penso solo che abbia la sufficiente sanità mentale per prestare attenzione alle cose che la meritano e mettere da parte le altre. Si tratta di spostare lo sguardo: distoglierlo dal mio ombelico e rivolgerlo agli altri e a quello che succede intorno a me. In fondo si tratta di scoprire che abitualmente il mondo è più interessante di me.

Il signor A, con il suo atteggiamento fa un servizio agli altri che ha molto a che vedere con la carità. Quanto bene ci fanno le persone positive e appassionate, che a ogni incontro ci regalano un po' di carica. (Il signor B. invece è un "uomo zavorra" che ad ogni incontro ci scarica addosso una buona quantità dei suoi sacchetti di sabbia). Ma, prima che per l'approvazione generale, sono sicuro che A. ci guadagna innanzitutto perché si gode quello che ha. Lui si è goduto lo spettacolo, mentre B. era occupato a cercare la posizione giusta sulla sedia.

Essere A. è una scelta: la vita è sempre uno spettacolo interessante in un teatro mal frequentato e con poltrone scomode. Si tratta di scegliere quale delle due prospettive merita la tua attenzione, magari aggiungendo il poco acume necessario per comprendere quale delle due possa interessare il nostro prossimo.

04 marzo 2015

Haiku del venerdì pomeriggio

VABBE’, lo ammetto, il titolo è poco poetico, ma ho composto questo haiku proprio per esprimere il senso di stanchezza che provavo un venerdì a fine giornata. Immagino che ci siamo passati tutti.

come montagna
stanca del proprio peso
inamovibile

A volte gli haiku fanno questi scherzi: uno vuole dire una cosa e quello che viene fuori è un po' diverso. Come in certe fiabe, pensare che una montagna non sia un gigantesco ammasso inanimato... Grandissima sì, inanimata no: solo si è mossa poco nelle ultime migliaia di anni.

Ho continuato a seguire questi pensieri strambi e ho immaginato che un animista, convinto che ogni oggetto abbia un'anima e, pertanto, una sua forma di vita, magari ci direbbe: «Non esistono cose inanimate, esistono solo cose molto stanche» (puoi twittare anche questo cliccando qui).

Sì, è stato un momento di follia, però a quel punto avevo messo da parte la stanchezza, avevo annotato sullo smartphone un haiku decente... e mi sono divertito.

10 dicembre 2014

Auguri a Natale

FARE GLI AUGURI di Natale è diventato per me un problema insormontabile. Quelli di carta non riesco proprio più a farli: procurarsi i cartoncini, trovare gli indirizzi... L'anno scorso l'impresa più grossa è stata trovare i francobolli! Alcuni tabaccai mi hanno guardato storto quando ho chiesto se li avevano.

Qualche anno fa avevo trovato una soluzione quasi automatica: con un programmino avevo prodotto auguri un po' personalizzati per tutti i nomi della mia rubrica, poi li ho ripassati uno per uno con qualche aggiunta ad hoc e via. Ma ora (grazie, Google!) i miei indirizzi sono circa duemila (e sì che ogni tanto faccio pulizia). Ripassarli tutti è impossibile! (E poi gli auguri fatti in serie proprio non li sopporto, perché allora dovrei infliggerli agli altri?)

Ho deciso che farò così: quando posso sfoglierò a caso la mia rubrica e scriverò dei brevi messaggi di auguri a quelli che capitano. Quindi, ammesso che lo faccia (il lavoro sacerdotale sotto Natale aumenta considerevolmente) e ammesso che tu, lettore, sia nella mia rubrica, stimo che hai meno di una probabilità su dieci di ricevere i miei auguri. Se non li ricevessi, non pensare che non ti voglia bene... è che proprio non ce la faccio!

A tutti, però, propongo questa famosa Adorazione dei pastori di Matthias Stomer perché nonostante l'autore sia fiammingo, l'opera venne realizzata qui e tutt'ora qui si conserva (a Monreale).

In questo anno che il Papa dedica in modo speciale alla famiglia, mettiamo ai piedi della Sacra Famiglia di Nazaret le nostre preghiere e le nostre buone intenzioni. Con tanti cari auguri.

22 novembre 2014

Winnie the Pooh insegna

WINNIE THE POOH e il suo amico Piglet (Pimpi) vogliono catturare un Heffalump. Non hanno idea di cosa sia, ma questo rende l'impresa più appassionante. Come si fa?

Winnie non ha dubbi: si scava una Buca Molto Profonda e l'Heffalump ci cade dentro. “Perché dovrebbe?”, chiede Piglet. Lascio la parola a Milne per continuare il racconto:
Pooh si massaggiò il naso con la zampa e rispose che l'Heffalump potrebbe passare di qui canticchiando una canzoncina mentre guarda il cielo chiedendosi se verrà a piovere. Così non vede la Buca Molto Profonda finché non è già per metà dentro e per lui è troppo tardi.

Piglet disse che era proprio una buona Trappola, ma... e se stesse già piovendo?

Pooh si massaggiò di nuovo il naso e disse che non ci aveva pensato. Poi si illuminò e disse che se stesse già piovendo allora l'Heffalump guarderebbe il cielo chiedendosi se schiarirà. Così non vede la Buca Molto Profonda finché non è già per metà dentro e per lui è troppo tardi.
A.A. Milne, Winnie-the-Pooh, cap. 5

Ragionamento analogo nell'episodio del disegno che vi ho riportato (uno di quelli originali di Shepard, il primo ideatore dell'aspetto di Winnie, che ha condizionato la successiva rivisitazione della Disney). Winnie, sporco di fango e appeso ad un palloncino blu, spera che le api lo scambino per una piccola nuvola scura carica di pioggia. Quando Piglet gli dice che in realtà sembra piuttosto un orso appeso ad un palloncino, la risposta è che questo è quello che sembra a lui da laggiù, ma va' a capire cosa potrebbe sembrare alle api. (E poi invita Piglet a passeggiare con l'ombrello aperto per migliorare l'effetto).

Non vi sembra familiare questo modo di procedere? Quando non facevamo i compiti dicendoci che magari domani non avrebbero interrogato... Quando usciamo di casa troppo tardi per arrivare puntuali e pensiamo che però una volta (alle 6 del mattino... un ferragosto...) quel percorso lo abbiamo fatto in 9 minuti... (Quindi è colpa del traffico!) Quando superiamo i limiti di velocità tanto su questa strada (o a quest'ora, o di domenica ecc.) non controllano mai...

Oppure quando scarichiamo sugli altri i nostri malumori maltrattandoli in mille modi mentre pensiamo che tanto lo sanno che siamo fatti così (o che non diciamo sul serio, o che poi ci passa, o che è solo stanchezza ecc.). A Winnie finisce sempre bene perché è un orsacchiotto (però non raggiunge il miele, né tantomeno cattura nessun Heffalump: riesce solo a finire con la testa incastrata nel barattolo di miele che aveva messo come esca). A noi come va?

08 ottobre 2014

La persona dei tuoi sogni

«CERCA DI ESSERE la donna dei sogni
dell'uomo dei tuoi sogni
e l'uomo dei tuoi sogni verrà da te.»

Evidentemente rivolta ad un pubblico femminile, devo averla sentita in una qualche conferenza di quelle del giro di Jason & Crystalina, probabilmente una di Leah Darrow.

Ripensandoci, è un vero uovo di colombo: che tipo di persone sogni di incontrare? (Se si parla di amore, che tipo di persona vorresti si innamorasse di te?) Bene, il passo successivo è: che qualità piacerebbero alle persone (o alla persona) che sogni di incontrare? E non potresti coltivare quelle qualità e combattere i difetti che stonano?

Detto in altri termini: se pensi di sapere quale persona (persone) cerchi, perché ti comporti come se cercassi tutt'altro, nei casi peggiori come se volessi allontanare proprio quel tipo di persona? Perché frequenti ambienti dove quella persona non andrà mai? Perché coltivi uno stile tanto diverso? Forse speri di vivere la fiaba di Pigmalione (o My Fair Lady)?

A volte penso che ognuno di noi ha gli amici (o gli amori) che si merita. Forse ci condiziona la favola della Bella addormentata: lei non fa nulla per conquistare il Principe azzurro; dorme nella sua stanza mentre il principe viene a cercarla. Nella realtà, le persone virtuose sono attratte dalla virtù, i propugnatori di ideali cercano idealisti con cui condividerli. Allo stesso modo, gli sprovveduti attirano sprovveduti (e profittatori), i viziosi viziosi, gli oziosi compagni di ozio. Ricordo una ragazza che si lamentava di non incontrare mai ragazzi seri, al punto di iniziare a dubitare dell'esistenza di bravi ragazzi puliti e leali. Faceva la cubista in una discoteca! (NOTA BENE: so per certo che ci sono bravi ragazzi in discoteca, perché conosco bravi ragazzi che, nonostante i miei consigli in contrario, ci vanno. Ma, una volta lì, come minimo non si fanno notare.)

Vuoi incontrare un'anima nobile e generosa? Rimboccati le maniche e datti da fare per gli altri: molto presto avrai intorno molte persone nobili e generose. Se invece pensi che basti aspettare, e che quando troverai la persona giusta sarà lei/lui a redimerti e guidarti sulla giusta strada... ronfa pure in pace! Il Principe azzurro non sembra essere in arrivo.

Per cercare un'immagine adatta a questo post ho scoperto i dipinti di Donald Zolan. Ti riconciliano con la vita! Puoi vedere qui una discreta antologia.