UN SITO sta pubblicando a puntate la lettura integrale del Diario della Divina Misericordia di santa Faustina Kowalska (qui). Dato però che usano un formato decisamente scomodo, almeno per chi volesse ascoltarlo con il suo lettore musicale o in auto, mi sono permesso di trasformare i files in mp3.
Ci metterò un po' a caricarli (e solo quelli pubblicati finora), comunque li trovate qui. Buon ascolto.
(Approfitto per segnalare che in www.proclamarelaparola.it si trova tutta la Bibbia CEI in versione audio: vedi qui).
25 novembre 2010
20 novembre 2010
Siamo insensibili
I MIEI AMICI sanno dei miei legami con lo Zimbabwe, per questo non è strano che mi informino quando appare sui mezzi di comunicazione. Non capita spesso, perché i paesi insignificanti come lo Zimbabwe interessano poco i mezzi di comunicazione.
L'altro giorno, a tavola, qualcuno mi chiede con aria divertita se avevo letto la notizia dallo Zimbabwe che riportava il Corriere. Non l'avevo letta. Un uomo era stato sbranato dai leoni mentre usciva dalla doccia. "Curioso no?"
Mi ha disturbato molto: che un uomo venga sbranato dai leoni è senz'altro insolito, ancora di più se stava uscendo dalla doccia; ma non è "curioso" e tantomeno divertente. Potrebbe esserlo in un cartone animato, magari in un film (dipende dal genere), ma quell'uomo avrà avuto famiglia. Inoltre morire sbranati è una cosa orribile. Come si può riportare una notizia del genere con totale indifferenza, anzi tendenzialmente divertiti?
Probabilmente il mio interlocutore desiderava farmi un piacere con quel riferimento allo Zimbabwe, quindi mi sono limitato a dire che mi pareva una brutta e triste notizia, senza infierire su di lui. Poi hanno continuato a girarmi per la testa una serie di pensieri che per noi sono ormai luoghi comuni: i media ci hanno abituato alla visione del dolore altrui; abbiamo un rapporto filtrato con la realtà; la notizie diventano spettacolo ecc. ecc.
Qualche giorno dopo mi scrive mia sorella (sì, dallo Zimbabwe) e fra le altre cose mi informa della tragedia nella famiglia di un compagno di scuola di mio nipote. In vacanza in una riserva naturale, il papà è stato assalito e ucciso da un branco di leoni mentre tornava dal bagno. Sotto gli occhi terrorizzati della moglie che era in casa impotente... Requiem æternam dona ei, Domine... Come diventa diversa la notizia, vero?
L'altro giorno, a tavola, qualcuno mi chiede con aria divertita se avevo letto la notizia dallo Zimbabwe che riportava il Corriere. Non l'avevo letta. Un uomo era stato sbranato dai leoni mentre usciva dalla doccia. "Curioso no?"
Mi ha disturbato molto: che un uomo venga sbranato dai leoni è senz'altro insolito, ancora di più se stava uscendo dalla doccia; ma non è "curioso" e tantomeno divertente. Potrebbe esserlo in un cartone animato, magari in un film (dipende dal genere), ma quell'uomo avrà avuto famiglia. Inoltre morire sbranati è una cosa orribile. Come si può riportare una notizia del genere con totale indifferenza, anzi tendenzialmente divertiti?
Probabilmente il mio interlocutore desiderava farmi un piacere con quel riferimento allo Zimbabwe, quindi mi sono limitato a dire che mi pareva una brutta e triste notizia, senza infierire su di lui. Poi hanno continuato a girarmi per la testa una serie di pensieri che per noi sono ormai luoghi comuni: i media ci hanno abituato alla visione del dolore altrui; abbiamo un rapporto filtrato con la realtà; la notizie diventano spettacolo ecc. ecc.
Qualche giorno dopo mi scrive mia sorella (sì, dallo Zimbabwe) e fra le altre cose mi informa della tragedia nella famiglia di un compagno di scuola di mio nipote. In vacanza in una riserva naturale, il papà è stato assalito e ucciso da un branco di leoni mentre tornava dal bagno. Sotto gli occhi terrorizzati della moglie che era in casa impotente... Requiem æternam dona ei, Domine... Come diventa diversa la notizia, vero?
14 novembre 2010
Quicchitacchi
HO CHIESTO un po' in giro che lingua potrebbe essere la parola quicchitacchi. Il problema è che non so fingere e tutti hanno capito che scherzavo. Immagino che almeno qualcuno aveva capito l'espressione e ora, vedendola scritta, mi sembra ancora più facile indovinare.
Mercoledì pomeriggio, ingresso della Scuola Sportiva. Una rampa di scale un po' più ripida del normale scende alla palestra; una seconda rampa, ancora più ripida, continua per gli spogliatoi e l'uscita ai campi sportivi; una terza, decisamente da scalatori, sprofonda al secondo livello del seminterrato, dove si trovano gli uffici della scuola. Diverse mamme accompagnano il figlio agli allenamenti e poi scendono giù giù dove trovano qualche salottino per accomodarsi in attesa di riprendere il piccolo atleta. (I rari papà, clima permettendo, preferiscono restare a bordo campo o sugli spalti della palestra).
Mi trovavo all'uscita di questa triplice rampa di scale quando ho visto emergere una giovane coppia: look moderatamente dark, lei capelli nerissimi lunghissimi e liscissimi (alla Morticia Addams), lui "boccia". Lui saliva le scale con vigore, lei arrancava dietro un po' distanziata. Arrivata finalmente in piano commenta al marito:
« Qui ch'i tacchi 'n ce poi venì! »
Quando una parola mi colpisce ho l'abitudine (vizio?) di ripeterla più volte, per assaporarne il suono. Non ho potuto evitare di ripetere questa espressione simpaticissima: "quicchitacchi, quicchitacchi...". Dopo mi sono accorto con orrore che i due (per me, ormai, sono i signori Quicchitacchi) dopo avermi oltrepassato non erano usciti ma si erano fermati a poca distanza alle mie spalle a leggere gli avvisi della bacheca! Mi sembra, però, che non abbiano fatto caso al mio farfugliare.
Due giorni dopo, venerdì, imbocco le stesse scale, ma diretto al primo piano, appena in tempo per vedere la coppia di due giorni prima, questa volta in discesa e quindi di spalle (per fortuna, perché a me è venuto subito da ridere). Lei scendeva con prudenza, impacciata dai tacchi alti dei suoi stivaloni, gli stessi – o almeno la stessa altezza – di due giorni prima. Segno che, nonostante le precedenti dichiarazioni, ha raccolto la sfida e ch'i tacchi continuerà a venirci.
Mercoledì pomeriggio, ingresso della Scuola Sportiva. Una rampa di scale un po' più ripida del normale scende alla palestra; una seconda rampa, ancora più ripida, continua per gli spogliatoi e l'uscita ai campi sportivi; una terza, decisamente da scalatori, sprofonda al secondo livello del seminterrato, dove si trovano gli uffici della scuola. Diverse mamme accompagnano il figlio agli allenamenti e poi scendono giù giù dove trovano qualche salottino per accomodarsi in attesa di riprendere il piccolo atleta. (I rari papà, clima permettendo, preferiscono restare a bordo campo o sugli spalti della palestra).
Mi trovavo all'uscita di questa triplice rampa di scale quando ho visto emergere una giovane coppia: look moderatamente dark, lei capelli nerissimi lunghissimi e liscissimi (alla Morticia Addams), lui "boccia". Lui saliva le scale con vigore, lei arrancava dietro un po' distanziata. Arrivata finalmente in piano commenta al marito:
« Qui ch'i tacchi 'n ce poi venì! »
Quando una parola mi colpisce ho l'abitudine (vizio?) di ripeterla più volte, per assaporarne il suono. Non ho potuto evitare di ripetere questa espressione simpaticissima: "quicchitacchi, quicchitacchi...". Dopo mi sono accorto con orrore che i due (per me, ormai, sono i signori Quicchitacchi) dopo avermi oltrepassato non erano usciti ma si erano fermati a poca distanza alle mie spalle a leggere gli avvisi della bacheca! Mi sembra, però, che non abbiano fatto caso al mio farfugliare.
Due giorni dopo, venerdì, imbocco le stesse scale, ma diretto al primo piano, appena in tempo per vedere la coppia di due giorni prima, questa volta in discesa e quindi di spalle (per fortuna, perché a me è venuto subito da ridere). Lei scendeva con prudenza, impacciata dai tacchi alti dei suoi stivaloni, gli stessi – o almeno la stessa altezza – di due giorni prima. Segno che, nonostante le precedenti dichiarazioni, ha raccolto la sfida e ch'i tacchi continuerà a venirci.
10 novembre 2010
Rimproveri di un amico
SCRIVEVA GUIDO CAVALCANTI nel XLI sonetto delle sue Rime:
Dicono che lo scrisse per scuotere il suo amico Dante, che si trascurava dopo la morte di Beatrice. Ho pensato che queste parole potrebbe sottoscriverle benissimo il mio angelo custode: viene a me "infinite volte" al giorno, perché mi è sempre vicino, ma fa in modo che io non lo veda. E che delusione deve essere per lui il trovarmi occupato in quel "pensar troppo vilmente" dei pensieri inutili, dei progetti piccini, di risentimenti, fastidi, preoccupazioni triviali, resi grandi solo dal mio egoismo.
Ho proposto questi versi nelle classi, ahimè con poco successo per l'angelo custode. In compenso in terzo ho visto accendersi delle luci quando ho fatto considerare che delicatezza di amicizia è quella di Guido verso il suo amico: i versi di Dante (il "suo dir") continuano ad essere straordinari, ed un grande poeta e amico come Guido non può non accorgersene, ma si sforza di non farlo vedere perché non vorrebbe che la sua approvazione per i versi potesse essere fraintesa per una approvazione della sua vita. Siamo tutti capaci di arrabbiarci con un amico, ma mostrarci arrabbiati per il suo bene, senza esserlo, anzi soffrendo per questo, questa è vera amicizia.
E poi mi consolo pensando che gli angeli sono veri amici nostri: troveranno il modo di farsi conoscere dalle mie alunne. Chissà quanto gli costa, come a Guido, il non farsi vedere!
Questa la mia versione in italiano corrente, scusandomi per i possibili errori:
Vengo a te infinite volte al giorno / e ti trovo a pensare in modo troppo vile: / mi addoloro molto per la tua mente nobile / e per le tue molte qualità che non ci sono più.
Un tempo ti disturbavano le folle; / fuggivi sempre la gente seccante; / parlavi di me con tanto affetto, / che avevo raccolto tutte le tue poesie.
Adesso non oso, a causa della tua vita banale, / dare segno che mi piace quello che dici, / e se vengo da te non mi faccio vedere (oppure: quando ti sto vicino faccio in modo che non si noti).
Se leggi spesso questo sonetto, / lo spirito insulso che ti perseguita / lascerà la tua anima involgarita.
I' vegno 'l giorno a te 'nfinite volte(metto in fondo la "traduzione" per chi avesse poca familiarità con la lingua antica).
e trovoti pensar troppo vilmente:
molto mi dòl della gentil tua mente
e d'assai tue vertù che ti son tolte.
Solevanti spiacer persone molte;
tuttor fuggivi l'annoiosa gente;
di me parlavi sì coralemente,
che tutte le tue rime avie ricolte.
Or non ardisco, per la vil tua vita,
far mostramento che tu' dir mi piaccia,
né 'n guisa vegno a te, che tu mi veggi.
Se 'l presente sonetto spesso leggi,
lo spirito noioso che ti caccia
si partirà da l'anima invilita.
Dicono che lo scrisse per scuotere il suo amico Dante, che si trascurava dopo la morte di Beatrice. Ho pensato che queste parole potrebbe sottoscriverle benissimo il mio angelo custode: viene a me "infinite volte" al giorno, perché mi è sempre vicino, ma fa in modo che io non lo veda. E che delusione deve essere per lui il trovarmi occupato in quel "pensar troppo vilmente" dei pensieri inutili, dei progetti piccini, di risentimenti, fastidi, preoccupazioni triviali, resi grandi solo dal mio egoismo.
Ho proposto questi versi nelle classi, ahimè con poco successo per l'angelo custode. In compenso in terzo ho visto accendersi delle luci quando ho fatto considerare che delicatezza di amicizia è quella di Guido verso il suo amico: i versi di Dante (il "suo dir") continuano ad essere straordinari, ed un grande poeta e amico come Guido non può non accorgersene, ma si sforza di non farlo vedere perché non vorrebbe che la sua approvazione per i versi potesse essere fraintesa per una approvazione della sua vita. Siamo tutti capaci di arrabbiarci con un amico, ma mostrarci arrabbiati per il suo bene, senza esserlo, anzi soffrendo per questo, questa è vera amicizia.
E poi mi consolo pensando che gli angeli sono veri amici nostri: troveranno il modo di farsi conoscere dalle mie alunne. Chissà quanto gli costa, come a Guido, il non farsi vedere!
Questa la mia versione in italiano corrente, scusandomi per i possibili errori:
Vengo a te infinite volte al giorno / e ti trovo a pensare in modo troppo vile: / mi addoloro molto per la tua mente nobile / e per le tue molte qualità che non ci sono più.
Un tempo ti disturbavano le folle; / fuggivi sempre la gente seccante; / parlavi di me con tanto affetto, / che avevo raccolto tutte le tue poesie.
Adesso non oso, a causa della tua vita banale, / dare segno che mi piace quello che dici, / e se vengo da te non mi faccio vedere (oppure: quando ti sto vicino faccio in modo che non si noti).
Se leggi spesso questo sonetto, / lo spirito insulso che ti perseguita / lascerà la tua anima involgarita.
06 novembre 2010
X. Amore incondizionato
The Love Dare, giorno 10
L’amore non mette condizioni
«Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» (Rm 5,8)
Se qualcuno ti chiedesse "Perché ami tua moglie?" o "Perché ami tuo marito?", che diresti?
Forse gli uomini menzionerebbero la bellezza di lei, il suo buon umore, la sua gentilezza, la sua forza interiore. Magari parlerebbero anche della cucina, del buon gusto nell'arredamento o della sua maternità. Le donne parlerebbero forse del bell'aspetto del marito, della sua personalità. Lo loderebbero per la sua fermezza e autocontrollo. Direbbero che lo amano perché lui è sempre lì vicino a loro, è generoso, è un sostegno.
Ma se con il tempo dovessero scomparire tutte queste cose, scomparirebbe anche l'amore? Se il motivo del tuo amore sono determinate qualità, allo scomparire di queste viene a mancare il fondamento del tuo amore.
L'unico modo perché l'amore duri per sempre è che sia incondizionato. Questa è la verità: l'amore non dipende dalla persona che viene amata ma piuttosto dalla persona che sceglie di amare.
La Bibbia parla di questo tipo di amore chiamandolo agape, per distinguerlo dagli altri tipi di amore che sono philia (amicizia) e eros (amore sessuale). L'amicizia e il sesso c'entrano con il matrimonio, ma se il tuo matrimonio dipendesse esclusivamente dall'avere interessi in comune o una buona attività sessuale, allora sarebbe basato su fondamenta instabili.
Philia ed eros dipendono molto dagli stati d'animo e possono essere mutevoli; l'agape, invece, è altruista ed incondizionato. Se non basiamo il matrimonio su questo tipo di amore, non potrà reggere la prova del tempo. Ci vuole questo amore per poter dire "nella salute e nella malattia", "nella ricchezza e nella povertà", "nella buona e nella cattiva sorte". Solo questo amore è vero amore.
Questo è l'amore con cui Dio ci ama. Se dovessimo meritarci il suo amore, non avremmo speranze, ma Dio ci ama per sua libera scelta. È un dono che riceviamo da lui e che siamo invitati a condividere con gli altri.
Un uomo che dicesse a sua moglie: "Ho perso l'amore che avevo per te", in realtà sta dicendo "Non ti ho mai amato veramente e senza condizioni". Era un amore basato su sentimenti e circostanze, non sull'impegno. C'era philia ed eros ma ci voleva un fondamento più solido.
Questo non vuol dire che un amore iniziato con queste basi insufficienti non possa essere corretto e rinforzato. Anzi, quando si inserisce l'agape in una relazione preesistente, anche gli aspetti di amicizia e di attrazione si ravvivano. Si scopre un'intimità di amici e di amanti che era impossibile altrimenti.
Ma questo amore si impara solo da Dio, solo da lui può venire. La Scrittura dice: «né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 8,38s.). Questo è il modo di amare di Dio, e può diventare anche il tuo, ma prima devi riceverlo da lui e condividerlo.
E quando il tuo coniuge inizierà a percepire la sicurezza di questo amore, non sorprenderti nello scoprire in lui o lei una rinnovata amabilità, che non ricordavi avesse. E non dirai più "Ti amo perché...", dirai "Ti amo e basta".
La sfida
Fa' per il tuo coniuge qualcosa di insolito, qualcosa che mostri la gratuità del tuo amore. Lava la sua auto, riordina la cucina, compra il suo dolce preferito, metti a posto la biancheria.
Esprimi il tuo amore per la pura gioia di essere sposati.
L’amore non mette condizioni
«Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» (Rm 5,8)
Se qualcuno ti chiedesse "Perché ami tua moglie?" o "Perché ami tuo marito?", che diresti?
Forse gli uomini menzionerebbero la bellezza di lei, il suo buon umore, la sua gentilezza, la sua forza interiore. Magari parlerebbero anche della cucina, del buon gusto nell'arredamento o della sua maternità. Le donne parlerebbero forse del bell'aspetto del marito, della sua personalità. Lo loderebbero per la sua fermezza e autocontrollo. Direbbero che lo amano perché lui è sempre lì vicino a loro, è generoso, è un sostegno.
Ma se con il tempo dovessero scomparire tutte queste cose, scomparirebbe anche l'amore? Se il motivo del tuo amore sono determinate qualità, allo scomparire di queste viene a mancare il fondamento del tuo amore.
L'unico modo perché l'amore duri per sempre è che sia incondizionato. Questa è la verità: l'amore non dipende dalla persona che viene amata ma piuttosto dalla persona che sceglie di amare.
La Bibbia parla di questo tipo di amore chiamandolo agape, per distinguerlo dagli altri tipi di amore che sono philia (amicizia) e eros (amore sessuale). L'amicizia e il sesso c'entrano con il matrimonio, ma se il tuo matrimonio dipendesse esclusivamente dall'avere interessi in comune o una buona attività sessuale, allora sarebbe basato su fondamenta instabili.
Philia ed eros dipendono molto dagli stati d'animo e possono essere mutevoli; l'agape, invece, è altruista ed incondizionato. Se non basiamo il matrimonio su questo tipo di amore, non potrà reggere la prova del tempo. Ci vuole questo amore per poter dire "nella salute e nella malattia", "nella ricchezza e nella povertà", "nella buona e nella cattiva sorte". Solo questo amore è vero amore.
Questo è l'amore con cui Dio ci ama. Se dovessimo meritarci il suo amore, non avremmo speranze, ma Dio ci ama per sua libera scelta. È un dono che riceviamo da lui e che siamo invitati a condividere con gli altri.
Un uomo che dicesse a sua moglie: "Ho perso l'amore che avevo per te", in realtà sta dicendo "Non ti ho mai amato veramente e senza condizioni". Era un amore basato su sentimenti e circostanze, non sull'impegno. C'era philia ed eros ma ci voleva un fondamento più solido.
Questo non vuol dire che un amore iniziato con queste basi insufficienti non possa essere corretto e rinforzato. Anzi, quando si inserisce l'agape in una relazione preesistente, anche gli aspetti di amicizia e di attrazione si ravvivano. Si scopre un'intimità di amici e di amanti che era impossibile altrimenti.
Ma questo amore si impara solo da Dio, solo da lui può venire. La Scrittura dice: «né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 8,38s.). Questo è il modo di amare di Dio, e può diventare anche il tuo, ma prima devi riceverlo da lui e condividerlo.
E quando il tuo coniuge inizierà a percepire la sicurezza di questo amore, non sorprenderti nello scoprire in lui o lei una rinnovata amabilità, che non ricordavi avesse. E non dirai più "Ti amo perché...", dirai "Ti amo e basta".
La sfida
Fa' per il tuo coniuge qualcosa di insolito, qualcosa che mostri la gratuità del tuo amore. Lava la sua auto, riordina la cucina, compra il suo dolce preferito, metti a posto la biancheria.
Esprimi il tuo amore per la pura gioia di essere sposati.
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