08 marzo 2008

Ancora McCarthy

HO CEDUTO alle insistenze. Questa volta ci si sono messi in due: uno mi ha lasciato il libro sulla scrivania (bello nuovo: irresistibile!), l'altro me ne ha cantato le lodi in tutti i modi. Insomma, dopo l'arrabbiatura di Non è un paese per vecchi sono tornato a leggere un altro romanzo di Cormac McCarthy: La strada. Molto interessante!

Ambientazione post apocalittica: qualche anno dopo una non meglio precisata catastrofe, i pochi sopravvissuti si aggrappano alla vita in un continuo rovistare tra case abbandonate – e già saccheggiate –, dove ogni persona che si incontra potrebbe essere un cannibale pronto ad ucciderti. Un padre già allo stremo delle forze tira avanti finché può per proteggere il figlioletto, senza particolari speranze oltre a quella di sopravvivere ancora per un giorno.

Un romanzo così è una metafora: due vivi che si aggirano in un mondo di morti, perché anche gli altri vivi moralmente sono già morti. Il padre ripete al figlio, per fargli coraggio, "Noi portiamo il fuoco": negli altri il fuoco si è già spento, in lui no perché ha suo figlio, e nel figlio nemmeno, perché ha il padre (e quel "fuoco" fra i due: ricorda niente?) E in un mondo "morto" la vita è fatta di "cose" (ce ne sono tantissime nel romanzo, lo si potrebbe leggere come un catalogo degli oggetti riscoperti), che servono a stento per sopravvivere, ma che non sono ciò di cui abbiamo veramente bisogno; perché la vera necessità sono gli altri, quei "buoni" riguardo ai quali il bambino a volte si interroga: ce ne saranno ancora, o solo noi siamo "i buoni" in un mondo di cattivi?

Quando troveranno una scorta abbondante di tutto quello che gli serve, la loro strada non si ferma lì. È solo una tappa per riprendere fiato, ma non ci si può fermare troppo a lungo, e le tante cose non servono se non si possono portare con sé. Solo un carrello della spesa pieno dell'indispensabile e un telo di plastica per ripararsi dalla pioggia e di nuovo sulla strada.

E alla fine, in sordina, quello che manca è Dio. Una notte il bambino chiede di lanciare un razzo segnalatore, trovato in un relitto di barca, con la speranza che possa essere visto anche da molto lontano. Il padre indovina: da chi vuoi farti vedere, da Dio? E il ragazzo capirà l'amore di Dio a partire dalla incondizionata abnegazione di suo padre. E forse Dio ha ricevuto il segnale...

Ancora: il padre è giusto, ma spietato, perché è in gioco la protezione di suo figlio. Dice (e si dice) che è il suo compito ricevuto da Dio: chi prova a farti del male io lo ammazzo. Il figlio sa compatire e mitiga la durezza del padre, e per la sua intercessione il padre diventa misericordioso. Quando dice al figlio (riporto a memoria): non puoi farti carico di tutti. Il figlio risponde: e invece sì. Anche questo, forse, ci ricorda qualcosa, no?

2 commenti:

anonimok ha detto...

Mi fa piacere che alla fine tu l'abbia letto.
C'è chi ha criticato sprezzantemente la scrittura cinematografica, per scene ed inquadrature, del libro. Io non ho letto altro di McCarthy.
Tu che dici in merito?

don Mario ha detto...

Non ho proprio fatto caso alla scrittura "cinematografica". Lo è senz'altro, come gran parte della narrativa attuale: dov'è il problema?
Io non sopporto un Eugenio Corti che mi dice: "adesso il campo si restringe sul volto del protagonista...". Quella è scrittura "per il cinema" in senso negativo (e fra l'altro il risultato è meno "cinematografico" di questo); questo direi che è stile: asciutto e per immagini.
Se si pensa poi a quanto pagano un copione a Hollywood...