29 giugno 2011
Lewis spiega il cristianesimo
C.S. Lewis, Il Cristianesimo così com'è (6/2011) ****
Vi avevo già proposto una citazione da Mere Christianity di Lewis. Ricavato da un ciclo di conferenze radiofoniche per il quale era stato invitato ad esporre la religione cristiana nel modo più basilare possibile e ad un pubblico più generale possibile. Il risultato è davvero sorprendente: affronta ogni aspetto della nostra fede con intelligenza e buon senso, senza appellarsi ad "autorità" e con esempi e considerazioni decisamente brillanti.
Conoscevo il libro solo per il cosiddetto "argomento del Tao": la dimostrazione dell'esistenza di Dio a partire dal senso morale presente in ogni uomo. Ed è per colpa di questo discorso che ho ritardato tanto a decidermi a leggerlo: ne parla nelle primissime pagine ed è la parte più indigesta del libro. (Ottimo modo per iniziare!) Se vi capita di dargli un'occhiata e vi dovesse sembrare un po' pesante, concedetegli un'altra possibilità e provate a saltare il primo capitolo.
Mi stupisce che non sia più conosciuto: un'esposizione modernissima della fede cristiana, specialmente utile a chi si trovasse a doverla spiegare ad altri. Se non altro per l'abbondanza di esempi efficaci. In questi tempi in cui il Papa ci invita a far fronte alla debolezza di pensiero dovuta al relativismo, qui si possono trovare idee molto chiare e proposte sempre in modo chiaro e simpatico. Lo consiglio a tutti.
28 giugno 2011
Qualche foto
HO DECISO di utilizzare questi giorni di riposo per migliorare la mia padronanza della macchina fotografica. Parto decisamente male, perché sulla macchina che mi sono fatto prestare non so fare nemmeno le regolazioni fondamentali. Oggi però, prima uscita e prime scoperte sullo strumento.
Ho provato a fotografare a diverse velocità l'acqua che scorre, volevo capire come si fa a "congelarla" e quando invece appare troppo confusa.
Quella sopra è la "foto del giorno" (per chi ci capisce: tempo 1/60 x 44mm). Sarei soddisfatto se riuscissi a produrre una foto decente per ogni uscita...
Ho provato a fotografare a diverse velocità l'acqua che scorre, volevo capire come si fa a "congelarla" e quando invece appare troppo confusa.
Quella sopra è la "foto del giorno" (per chi ci capisce: tempo 1/60 x 44mm). Sarei soddisfatto se riuscissi a produrre una foto decente per ogni uscita...
11 giugno 2011
Haiku filosofico
RIFLETTEVO SU QUESTA frase di Benedetto XVI:
È una delle tante conseguenze del nichilismo. Nietzsche pensava di liberare l'uomo dai vincoli di un mondo che gli impediva di svilupparsi in superuomo, smascherando la falsità del reale: "Non esiste verità", avrebbe detto lui, "quindi sei libero di spaziare, di inventarti, di essere quello che vuoi". Non aveva detto, però, che questa apparente libertà di poter essere qualsiasi cosa, si acquista al prezzo di non poter essere in realtà nulla. Perché se niente è vero, nemmeno tu sei vero. Io mi definisco confrontandomi con la realtà; se niente è vero, che cosa significa il mio nome?
Che differenza c'è tra la firma di Nietzsche e quella di un impostore? Che importanza ha sapere se le sue opere sono veramente sue o sono l'abile rimaneggiamento di sua sorella? (Certo che la storia ha un grande senso dell'ironia!)
Nietzsche, sirena,
chi ascolta la tua voce
perde il suo nome.
«Nel nostro tempo ci fermiamo spesso superficialmente sul valore dell’istante che passa, come se fosse irrilevante per il futuro».Colpisce sempre quando ti imbatti nel contrario di quello che ti aspetti. In questo caso la sorpresa sta nell'affermazione che oggi si darebbe poca importanza all'istante che passa. Io avrei detto il contrario: viviamo un'epoca tutta centrata sul presente, incapace di fare esperienza del passato e poco proiettata verso il futuro. Eppure l'aggettivo "irrilevante" chiarisce molto del pensiero: se è vero che la mancanza di una proiezione verso il futuro porta a centrare tutta l'attenzione sull'istante presente, allo stesso tempo fa anche sì che questo istante – che è tutto quello che mi rimane – sia irrilevante.
Es. ap. Verbum Domini, n. 99
È una delle tante conseguenze del nichilismo. Nietzsche pensava di liberare l'uomo dai vincoli di un mondo che gli impediva di svilupparsi in superuomo, smascherando la falsità del reale: "Non esiste verità", avrebbe detto lui, "quindi sei libero di spaziare, di inventarti, di essere quello che vuoi". Non aveva detto, però, che questa apparente libertà di poter essere qualsiasi cosa, si acquista al prezzo di non poter essere in realtà nulla. Perché se niente è vero, nemmeno tu sei vero. Io mi definisco confrontandomi con la realtà; se niente è vero, che cosa significa il mio nome?
Che differenza c'è tra la firma di Nietzsche e quella di un impostore? Che importanza ha sapere se le sue opere sono veramente sue o sono l'abile rimaneggiamento di sua sorella? (Certo che la storia ha un grande senso dell'ironia!)
chi ascolta la tua voce
perde il suo nome.
08 giugno 2011
Fantasy vo’ cercando...
(5 - Patrick Rothfuss)
Patrick Rothfuss, Il nome del vento (6/2011) ****
FINALMENTE HO TROVATO un autore di piena soddisfazione! Ancora frutto dell'esplorazione in quella classifica di libri fantasy (esplorazione che, a questo punto, verrà interrotta per esigenze di salute mentale), il compilatore aveva osato abbassare Tolkien di una posizione (dalla terza alla quarta) per introdurre questo novellino... Doveva avere dei motivi molto seri per fare una cosa tanto grave.
La storia è quella di Kvothe, personaggio famosissimo, mago e avventuriero, divenuto già una leggenda perché il mondo ne ha perso le tracce. Ora vive sotto falso nome in un villaggio dove tutti lo credono solo un brav'uomo che gestisce una locanda. Un cronista lo scova e lo convince a raccontare nei dettagli la sua vera storia. Così questo primo volume di una trilogia alterna alcuni fatti minori che avvengono nella locanda, ma che già fanno presagire eventi oscuri per i prossimi volumi, con i ricordi del passato narrati allo studioso: dall'infanzia con i genitori, artisti girovaghi, fino alla rapida ascesa nella casta dei maghi ancora in giovanissima età.
L'autore sa raccontare con toni a volte lirici, regalando qua e là sprazzi di fascino e di magia. Ma è anche divertente. avventuroso e romantico. Fin dalle prime pagine si rimane conquistati dal doppio personaggio del giovane Kvothe, non sempre fortunato, però intelligente, deciso e molto umano, e dello stesso, ora chiamato Kote, maturo e meditabondo, provato dal peso del suo misterioso passato.. In alcuni momenti il racconto diventa forse troppo lento, e sono convinto che il romanzo ne avrebbe guadagnato se l'autore avesse avuto il coraggio di abbreviarlo di un 20% o 30%, ma poi sa farsi perdonare, con momenti intensi di avventura e di amore, per finire in un crescendo che, pur essendo a suo modo conclusivo, ti lascia con una vera smania di passare al volume successivo.
In italiano è uscito nel 2008 e già esaurito. Ci sono però buone notizie: l'editore Fanucci ha annunciato la ristampa in edizione economica per settembre, in vista della pubblicazione del secondo volume (dicono essere un volumone) per Natale. Occhio, però, perché il terzo volume non è ancora uscito e l'autore prevede di doverci lavorare ancora un paio di anni. Se siete di quelli che non possono aspettare, siete stati avvisati.
A causa della lunghezza ero indeciso se dargli anche la quarta stella, ma poi mi sono buttato: sono troppo contento di averlo letto.
05 giugno 2011
Un re che piange
SONO ARRIVATO a film già iniziato. Si trattava dello splendido Il discorso del re (Tom Hooper, 2010), la storia del padre dell'attuale regina Elisabetta. Non avrebbe mai immaginato di diventare re Giorgio VI: aveva un fratello maggiore bello, spigliato e amato dalla gente, mentre lui era timido, schivo e, cosa gravissima per un re all'inizio dell'era della radio, balbuziente. Ma suo fratello, Edoardo VIII, per una scandalosa vicenda sentimentale abdica a meno di un anno dalla morte del padre e senza nemmeno ricevere l'incoronazione. Nessuno pensava, nemmeno lui, che fosse in grado di fare il re, invece guidò l'Inghilterra nei difficili anni della seconda guerra mondiale e probabilmente salvò la monarchia inglese, che non sarebbe sopravvissuta a una seconda delusione "istituzionale".
Dicevo che sono arrivato a film iniziato, e il povero "Be-be-bertie" (si chiamava Albert prima di diventare re), da poco divenuto "King George", si sfoga con sua moglie: «Io sono un ufficiale di marina, non sono capace di fare il re», e scoppia a piangere. La moglie lo consola confidandogli che neanche lei avrebbe mai voluto fare la moglie del re, e che proprio per timore che potesse succedere aveva inizialmente declinato le sue proposte di matrimonio. Per questo amava tanto il suo maritino deliziosamente impacciato e balbuziente, che non rischiava di diventare re.
Non so voi, ma la vista di un re che piange, e piange proprio a causa del suo compito, mi allarga il cuore. Perché tutti siamo più o meno spaventati del compito di vivere la nostra vita e guardiamo con invidia quelli che invece sembrano sicuri di sé... Quanto ci consola ricordare che anche quelli hanno le loro paure e piangono, magari di nascosto. D'Avenia (qui) dice che piangiamo perché dobbiamo venire alla luce, e mi convince abbastanza: mi sa che il prezzo per non piangere sia la morte (almeno interiore).
Che gran cosa ha fatto Dio scegliendo di farsi uomo, fra le altre cose anche per poter piangere come noi (ve lo ricordate? Lc 19,41, Gv 11,33-36). Solo chi ha pianto può dire "Non piangere" in modo credibile, ed è questo che lui fa con noi (cfr Lc 7,13).
Dicevo che sono arrivato a film iniziato, e il povero "Be-be-bertie" (si chiamava Albert prima di diventare re), da poco divenuto "King George", si sfoga con sua moglie: «Io sono un ufficiale di marina, non sono capace di fare il re», e scoppia a piangere. La moglie lo consola confidandogli che neanche lei avrebbe mai voluto fare la moglie del re, e che proprio per timore che potesse succedere aveva inizialmente declinato le sue proposte di matrimonio. Per questo amava tanto il suo maritino deliziosamente impacciato e balbuziente, che non rischiava di diventare re.
Non so voi, ma la vista di un re che piange, e piange proprio a causa del suo compito, mi allarga il cuore. Perché tutti siamo più o meno spaventati del compito di vivere la nostra vita e guardiamo con invidia quelli che invece sembrano sicuri di sé... Quanto ci consola ricordare che anche quelli hanno le loro paure e piangono, magari di nascosto. D'Avenia (qui) dice che piangiamo perché dobbiamo venire alla luce, e mi convince abbastanza: mi sa che il prezzo per non piangere sia la morte (almeno interiore).
Che gran cosa ha fatto Dio scegliendo di farsi uomo, fra le altre cose anche per poter piangere come noi (ve lo ricordate? Lc 19,41, Gv 11,33-36). Solo chi ha pianto può dire "Non piangere" in modo credibile, ed è questo che lui fa con noi (cfr Lc 7,13).
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