22 luglio 2009

Del nome di Dio e altre cose

IL POST PRECEDENTE ha suscitato a Cri tante domande che mi tocca dedicarle ancora un post. (Non ti ci abituare!)

I. Il Nome che Dio rivela di se stesso (YHWH o Tetragramma, facile riconoscerlo in molte iscrizioni ebraiche, per esempio all'ingresso delle sinagoghe, con questo aspetto: יהוה) e che noi conosciamo nella sua pronuncia più probabile di Yahweh, suscita infinite domande agli studiosi. Posso ricordare tre interpretazioni principali: a) Dio ha rivelato il suo vero Nome, b) Dio ha rivelato la sua essenza, c) Dio non ha voluto rispondere.

L'ultima richiede una spiegazione: Mosè gli ha chiesto di dirgli il suo nome. Dio risponde (Es 3,14): אֶהְיֶה אֲשֶׁר אֶהְיֶה (ehyé ashèr ehyé) Io Sono colui che Sono. (Da notare che gli esegeti discutono anche sulla giusta traduzione, ma questa è la più probabile.) Ho riportato il testo originale non solo per fare sfoggio di erudizione, ma perché si veda che la prima e la terza parola sono uguali (tipo: "Io Sono – colui che – Io Sono"). Si può capire che alcuni leggano in questo una non-risposta, come dire: "Niente nomi, ti basti sapere che io sono".

San Tommaso d'Aquino propende per la seconda interpretazione che diventa il punto centrale della sua metafisica. Ed è quella che più mi piace e mi affascina.

Visto che ci siamo, è da notare anche che quando Dio pronuncia il suo nome dice "Ehyeh" (Io Sono), mentre quando lo pronunciamo noi diciamo YHWH, che probabilmente vuol dire "Egli È" in ebraico molto antico.

II. Sul nome di Gesù, niente da eccepire a quanto dice Cri: quando Gabriele annuncia la nascita a Maria dice "lo chiamerai Gesù" (Lc 1,31), e lo stesso dice l'angelo apparso in sogno a Giuseppe (Mt 1,21). Quindi da quando il Verbo si è fatto uomo egli ha un suo nome, come ogni uomo, e il suo nome è indubbiamente Gesù. Ogni altro nome (per es. Cristo o Salvatore) ha lo stesso valore degli altri modi con cui chiamiamo una persona quando non usiamo il suo nome proprio, tutti legittimi, ma non sono il suo nome.

III. Sul nostro vero nome, che solo Dio conosce:
Al vincitore darò la manna nascosta e una pietruzza bianca sulla quale sta scritto un nome nuovo, che nessuno conosce all'infuori di chi la riceve. (Ap 2,17)

16 luglio 2009

Sui nomi (2)

VENGO ORA al problema sollevato da Crosta sui nomi da dare ai figli. Sarebbe bello un nome descrittivo, ma come si può descrivere un neonato? Penso che sarebbe bello puntare su un nome augurale (piuttosto che limitarsi al solo suono): ti auguro di essere come quel santo o quel personaggio di cui ti do il nome, oppure come ciò che il nome significa nella sua etimologia. Poi forse dovremmo valorizzare l'arte del soprannome: non l'epiteto antipatico che viene affibbiato più che altro per dispetto, ma aggettivi o anche parole più ambiziose che colgano davvero qualcosa dell'essenza di una persona. Con il passare del tempo i nostri nomi potrebbero allungarsi, come per gli Ent (gli uomini-albero di Tolkien) che non avendo fretta usano nomi lunghissimi che alla fine sono una descrizione della vita di ciascuno.

Due esempi belli: a) il film Il destino nel nome (già consigliato). Una coppia di indiani, da poco emigrati negli Stati Uniti, vanno a registrare il figlio appena nato. Quando l'ufficiale dell'Anagrafe gli chiede il nome, loro restano interdetti: il nome lo decide l'anziano della famiglia dopo lunga meditazione, gli hanno già scritto, ma ci vorrà qualche mese per il verdetto. L'ufficiale insiste, allora decidono di dargli un nome provvisorio e lo chiamano Gogol', senza capire che quello sarà il nome ufficiale del bambino per il resto della sua vita. E sarà un nome sempre più ricco di significato, come dice il titolo del film.

b) Nel mondo di Earthsea di Ursula K. LeGuin, la festa della maggiore età viene celebrata portando il ragazzo da un mago che gli rivelerà in segreto il suo vero nome. Rivelare a qualcuno il tuo vero nome ti rende estremamente vulnerabile ed è quindi un segno di grandissima fiducia che si concede solo alle persone più care. In effetti è così anche fuori del racconto: farci conoscere come siamo veramente ci rende vulnerabili ed è quindi un mettere la nostra vita nella mani dell'altra persona.

Tanto tempo fa avevo sentito di una cultura orientale (Corea?) dove la vita viene divisa in cicli di 12 anni. Ogni compleanno multiplo di 12 viene celebrato con particolare solennità perché segna un passaggio importante della vita. Mi è rimasto in mente perché ci vedo un senso: 12 anni inizia la giovinezza, 24 sei un adulto, 36... E se ad ogni scadenza dodecennale (??) provassimo a sintetizzare in un nome quello che siamo diventati? Affascinante, no?

(Questo post non è sugli Angeli e così decido di non aspettare martedì per pubblicarlo).

14 luglio 2009

Sui nomi

AVEVO PROMESSO a Crosta un post in risposta alla sua domanda sui nomi (la domanda era qui). Non si tratta propriamente di una questione sugli angeli, tranne per il fatto che dalla Rivelazione conosciamo solo i nomi di Michele, Gabriele e Raffaele, e la Chiesa ci invita a non inseguire altri nomi in documenti improbabili (es. Libri di Enoch).

Avevo sfiorato il tema in questo post, ma senza svilupparlo. Dicevo che Tolkien amava molto i nomi, inventando con molta cura i numerosissimi nomi che appaiono nelle sue opere e, soprattutto, dotando di molti nomi personaggi e luoghi importanti. Nel post menzionato riportavo una citazione in inglese con l'indelicatezza di non tradurla, in italiano dice così:
Mi ero dimenticato di Bombadil, se egli è effettivamente lo stesso che tanti anni fa camminava per boschi e colli, ed era già allora più vecchio dei vecchi. Ma il suo nome era diverso: lo chiamavano Iarwain Ben-adar, il più anziano e senza padre. Molti e vari sono però i nomi che gli sono stati dati dopo dagli altri popoli: egli era Forn per i Nani, Orald per gli Uomini del Nord ed altro ancora.
(La Compagnia dell'Anello, libro II, 334s.)
Il nome può avere una funzione meramente indicativa, e questo vale per i nomi propri: il fatto di chiamarmi Mario non dice nulla della mia essenza, serve soltanto per indicare me anziché altri possibili presenti. ("Mario, ascolta!") Curiosamente anche il nome "Dio" funziona così: di tutti i nomi con cui possiamo rivolgerci a lui, questo è quello che dice meno del suo essere, ma è il migliore perché indica proprio Lui, non qualche sua caratteristica, come sarebbe invece se dicessimo "l'Onnipotente" o "il Creatore".

Altri nomi hanno una funzione descrittiva: questo avviene spesso con i soprannomi. Quando una persona la chiamiamo "il Filosofo", stiamo dicendo qualcosa che abbiamo colto della sua personalità. (E quando un romano lo chiamano "er Pecora" vuol dire soltanto che ha i capelli ricci).

La parola "angelo" ha uno stauto a sé: nasce come termine descrittivo che significa "annunciatore", quindi non si applicherebbe a tutti gli Angeli, ma solo a quelli che hanno una funzione di annuncio. Cherubini e Serafini, per esempio, non annunciano e infatti nell'Antico Testamento non vengono chiamati Angeli. Con il tempo, però, il termine si è esteso e si riferisce a tutti i puri spiriti. Quindi da nome descrittivo è diventato un nome indicativo.

Mi fermo per non allungare troppo. Alla prossima settimana.

09 luglio 2009

Buona scuola

TRASCRIVO UN FRAMMENTO di lezione di italiano al liceo, come ci sarebbe piaciuto ascoltarle noi. È tratto da Alberto Faccini, Il profumo dell'adolescenza, Ed.le Progetto 2000, (pp. 70-72). Un po' più lungo del mio abituale, ma penso che meriti.

—Signori, ho bisogno della vostra attenzione per la lettura di una nuova poesia...
—Di chi è, prof?
—Un momento! Poi ve lo dico, anzi, me lo direte voi. Siete pronti?
—Vada, prof.
Sorpresa
dopo tanto
di un amore
credevo di averlo sparpagliato
per il mondo.
Come sempre, dopo la prima lettura ci fu un momento di smarrimento e il diffondersi in classe di un sommesso bisbigliare.
—Ve la rileggo, silenzio!
[rilegge]
—Allora, vediamo un po' se ci arrivate, non è difficile. Massimo, qui c'è un amore che si credeva...
—Perduto.
—Sì, è una possibilità, proviamo ad andare avanti. Un amore perduto che... che... forza!
—Che viene ritrovato o riscoperto.
—E perché è una sorpresa?
—Forse perché non ci sperava più.
—Esatto!
—Allora dobbiamo vedere di che amore si tratta.
—Per una donna!
—Vediamo un po'. Come sarebbe la cosa?
—Beh, credeva di non amare più quella persona, forse si erano lasciati, e poi scopre che invece l'ama ancora.
—Potrebbe anche essere, ma non è detto. Ma fermiamoci un momento. Di chi è questa poesia?
—Di Saba!
—E perché?
—Perché rivive un momento quotidiano; cioè, una cosa semplice, il suo amore per una donna.
—Ma c'è qualcosa che potrebbe farti dubitare che sia Saba?
—Una cosa di contenuto?
—Direi di forma... Ti ricordi le poesie di Saba? Ne abbiamo incontrate come questa? È giusto quello che hai detto sulle cose semplici, ma...
—È troppo breve?
—Ssssì..., siamo sulla strada giusta. In questa brevità che cosa fa questo autore che forse non è Saba? Descrive? Ci racconta la sua sorpresa, o c'è qualcosa di più?
—È di Ungaretti!
—Chi è stato?
—Io, prof.
—Perché è di Ungaretti?
—Perché è più partecipe.
—Dillo meglio.
—Lui, la poesia, quello che la poesia dice, lo vive.
—Vi sembra bene? C'è qualcuno che vuole aggiungere qualcosa? E che cos'è questo sparpagliato?
E così via fino a far provare loro a indovinare il titolo della poesia: Amore, Per sempre, Ritrovarsi, Affetti, ed arrivare poi al titolo esatto: Casa mia.

07 luglio 2009

Non più terribili

FINALMENTE ARRIVO alla seconda idea che mi era piaciuta dell'intervista a Mike Aquilina sugli angeli.

Faceva notare che le apparizioni degli angeli sono sempre terribili: il beneficiario si prostra per adorarli, oppure è terrorizzato, e spesso ringrazia il Signore di avergli concesso di sopravvivere a così terribile manifestazione.

Lo aveva ben capito Rilke che scrive così nelle sue Elegie duinesi:
«
E se anche un Angelo ad un tratto mi stringesse al suo cuore:
la sua essenza più forte mi farebbe morire.

Perché il bello non è che il tremendo, al suo inizio:
noi lo possiamo reggere ancora,
lo ammiriamo anche tanto,
perché esso, calmo, sdegna distruggerci.

Degli angeli ciascuno è tremendo...
»

Ora, l'osservazione di Aquilina è che le cose cambiano dopo la venuta di Gesù. Uno ha la sensazione che, mentre nell'Antico Testamento gli angeli reagiscano con approvazione allo spavento degli uomini (come dire: tu hai paura di me... e fai bene), limitandosi soltanto a rifiutarsi di essere adorati, invece nel Nuovo Testamento intervengono sempre per incoraggiare e tranquillizzare gli uomini.

La sua spiegazione è che da quando il Verbo di Dio ha assunto la natura umana, la nostra inferiorità di natura si ritrova elevata per lo meno ad un grado di parità rispetto agli angeli. Prima il culto avveniva come pallida imitazione del culto degli angeli, ora il culto di Dio avviene in associazione con loro. (Si ricordi la già citata conclusione di ogni prefazio della Messa, in cui introduciamo il Sanctus esprimendo la convinzione di essere uniti al coro degli angeli).

Il tema degli angeli è pressoché inesauribile, quindi se vi fa piacere, penso proprio di ritornarci. A martedì prossimo (spero!).

05 luglio 2009

Draghi strabici

DAVANO ALLA RADIO un programma sulle fiabe. Fiaba di oggi Il principe infelice, ovvio tema della puntata la felicità. Anche gli intermezzi musicali erano attinenti al tema e così è arrivato il turno di Felicità di Lucio Dalla. Non stavo ascoltando con particolare attenzione ma mi ha colpito e divertito l'idea di
lottare contro un drago strabico
ma di draghi belli non ce ne sono più
.
(Ho cercato il testo su internet, una versione mi dà "guardare un drago strabico, ma di draghi, baby, ecc.", un'altra dà "di draghi ormai ecc."; io riporto quello che mi è parso di sentire.)

Dapprima mi sono soffermato sull'originalità dell'idea. Noi amanti del fantasy siamo abituati a draghi maestosi, impressionanti per forza ma anche per bellezza. Draghi contro i quali può valere la pena essere sconfitti: "È stato ucciso, ma da che drago!". Non avevo mai pensato ad un drago vecchio e spelacchiato (e sì che in Eldest ce n'è uno, ma non mi sembra che questo aspetto venga messo a tema); un drago ridicolo, contro il quale battersi sarebbe quasi una vergogna, non diciamo poi vedersi sconfitti.

Poi ho pensato che la nostra vita è spesso fatta di draghi spelacchiati: non ci troviamo spesso a dover compiere atti eroici, ma a lottare con le abituali punzecchiature della vita. La persona di famiglia che si rende seccante, quell'incombenza antipatica che non possiamo o non dovremmo rimandare, i nostri soliti difetti (sempre gli stessi... uffa!) Davvero un drago spelacchiato: non varrebbe nemmeno la pena combatterci. Ma è pur sempre un drago: brutto e spelacchiato ma ci può sempre fare male, e che vergogna essere stati battuti ingloriosamente.

E che vergogna dover ammettere che, sì, proprio quel drago vecchio e sdentato ci ha sconfitti, e non una, bensì moltissime volte! Viene da dire Datemi un drago come si deve!, ma è proprio su questo sentimento che conta il draguncolo, per sorprenderci ancora una volta con la guardia abbassata.

04 luglio 2009

Letture VI

RITORNO DOPO molto tempo al gradito appuntamento con le recensioni. La lista laterale non l'ho più aggiornata per vergogna (e così avrò sicuramente anche dimenticato qualche titolo) ma ora cerco di recuparare.

Ho capito di aver sbagliato nella mia scala di asterischi: voleva essere una scala da uno a cinque, ma un libro così orribile da meritare "uno" non lo leggo nemmeno, e di mettere un "cinque" non ho il coraggio. Così la scala si restringe tra due e quattro e quasi tutti i libri finiscono per prendersi tre asterischi. Da oggi cambio scala: solo quattro asterischi, così non potrò nascondermi dietro la neutralità di un voto medio. I "quattro" rimangono "quattro", i "due" li degrado a "uno", e per ogni "tre" dovrò decidere se abbassarlo a "due" o lasciare un "tre". Spero si capisca.

Cecilia Randall, Hyperversum(12/08) ***
Una piacevole scoperta nel mondo del fantasy. Sei giovani americani, giocando ad un gioco di ruolo con i loro computer si trovano proiettati nel passato. Inizia per loro una serie di avventure intorno ad una guerra ormai prossima e di cui ricordano, per gli studi di uno di loro, l'esito positivo, ma non certo come potrà andare a finire per loro.
Un romanzo semplice e gradevolissimo, con tutti gli ingredienti del fantasy più "sano": virtù, nobili ideali, avventura, amore, battaglie, buoni e cattivi... Se solo l'autrice migliorasse la sua "penna" potrebbe scrivere dei capolavori. Per gli amanti del genere è da non perdere.


Nicolaj Gogol', Racconti di Pietroburgo (11/08) **
Ogni tanto un "classico" ci vuole. Stimolato dal film (che consiglio vivamente) Il destino nel nome, in cui il protagonista si chiama Gogol e il padre gli spiega che "Siamo tutti usciti dal cappotto di Gogol'", ho deciso di soddisfare la curiosità. L'umorismo di Gogol' è un po' distante da noi e io l'ho trovato una lettura piacevole ma niente di straordinario. Per non dire che proprio il racconto del Cappotto mi fa soffrire in modo speciale per la grottesca sfortuna del protagonista. Insomma interessante per le implicite riflessioni sui paradossi della vita, ma non penso che lo rileggerei.


Pippo Corigliano, Un lavoro soprannaturale (10/08) ****
Il portavoce italiano dell'Opus Dei racconta la sua vita. Chi lo conosce sa della sua traboccante simpatia che trasferisce tutta quanta nel testo stampato. Ne viene un libro piacevole per diversi motivi: per una sfaccettatura della storia dell'Opus Dei (quella dei rapporti con la stampa), che nessuno aveva ancora raccontato; per i ritratti di personaggi protagonisti della carta stampata che molti apprezzavano (Montanelli, Torelli, Leonardo Mondadori e altri); per la visione positiva con cui racconta anche gli episodi meno gradevoli; per la ricca umanità dell'autore.
Un libro piacevolissimo che consiglio a tutti. Da un professionista della comunicazione un bell'esempio di ottima comunicazione.


Mitch Albom, I miei martedì con il professore (10/08) ***
Un uomo in carriera, giornalista di successo, decide di andare a trovare un suo professore al quale era molto legato ai tempi dell'università, ma che non aveva più rivisto. Lo trova malato di SLA e per nulla scoraggiato, ma invece deciso a vivere il meglio possibile quel lento epilogo della sua vita. Il giornalista decide di andarlo a trovare più spesso e i loro incontri si trasformano presto in un appuntamento fisso, sempre di martedì.
L'autore trasmette molta saggezza sul senso della vita e della morte, gli affetti, la carriera, le paure, lo scopo della vita. Un buon manuale "laico" di vita buona.
Piacevole per il suo ottimismo e i buoni sentimenti, leggermente insoddisfacente per l'eccessiva political correctness.


Cormac McCarthy, Il buio fuori (10/08) ***
Un uomo commette un atto profondamente malvagio. Vorrei non rovinare la scoperta per chi volesse leggerlo, anche se dubito che si possa arrivare fino alla lettura del libro senza imbattersi nello spoiler di qualche quarta di copertina, o recensione, o amico che dice "ah, quello del tizio che...". Almeno non ve l'ho detto io.
Allora, un uomo commette un atto profondamente malvagio, una donna fugge e lui si mette a cercarla e, un po' come in Non è un paese per vecchi (ma questo romanzo è di molto anteriore) parte un... corsivo. La storia della fuga della donna e dell'inseguimento viene intervallata dai movimenti di tre personaggi misteriosi, una sorta di trinità negativa (di nuovo un riferimento alla Trinità, come ne La strada) e inizia una scia di sange e di misfatti.
Non si capisce che cosa voglia dire, almeno io non l'ho capito, ma si coglie una riflessione sul male che si estende come una macchia oscura. L'azione malvagia scatena forze terribili che la puniscono non tanto nella persona del colpevole, quanto nella proliferazione del male. Immagini di grande forza evocativa che mi lasciano con il desiderio di rileggerlo per decifrare il messaggio. Se qualcuno mi precede è il benvenuto.
Dimenticavo: non è un libro piacevole, come sempre in McCarthy. Direi un incrocio moderno fra Qoelet e Libro di Giobbe.

LaHaye - Jenkins, Soul Harvest (Left Behind IV)(9/08) **
Quarto libro della lunga serie dedicata alla fine del mondo. I precedenti li avevo trovati una lettura piacevole, soprattutto per l'immaginazione degli autori che traducono le grandi visioni apocalittiche della Bibbia in fatti "plausibili", vissuti da personaggi ordinari. Arrivati al quarto volume, però, mi sembra che il brodo si stia allungando un po' troppo; il devozionale (protestante) prevale sulla storia e si rimane con la sensazione che non succeda niente. Per i curiosi, questo episodio inizia dopo il grande terremoto, con l'immediata azione di ricostruzione delle forze dell'anticristo, che si era preparato per l'evenienza, mentre i "buoni" scoprono di avere sulla fronte il sigillo e iniziano così a mettersi in contatto tra di loro con una rete informatica clandestina (ovviamente su internet ma, nota bene, il romanzo è anteriore al web!) ed il loro numero cresce di giorno in giorno. Anche i più sprovveduti capiscono che i segnati saranno 144 mila. Intanto appare un personaggio che era morto nel terremoto ma l'anticristo lo ha riportato in vita, anche qui è facile capire che nei prossimi episodi assumera il ruolo della "bestia" dell'apocalisse. La parte un po' più avventurosa è quella che si stacca dai "testi sacri": il protagonista cerca disperatamente sua moglie che sarebbe morta in un incidente aereo ma lui non ci crede, mentre la segretaria dell'anticristo finalmente ha capito con chi ha a che fare ed è fuggita facendo perdere le sue tracce, ma è incinta del suo capo.
Caspita, a rileggere questo riassunto sembra quasi una storia appassionante! Peccato la scarsa qualità della narrazione, perché ci sarebbero le risorse per un buon romanzo. Non lo consiglio.

Carlo M. Martini, Il Vangelo di Maria (9/08) ***
Quattro lectiones divinæ sulla Madonna e tre conferenze. Come sempre, trovo che il cardinale Martini sia un maestro quando commenta la Sacra Scrittura, mentre mi delude quando fa l'intellettuale. Se vi capita il libro tra le mani, leggete le meditazioni e lasciate perdere le conferenze.