27 aprile 2009

Pregare per tutti

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Qui vitam mortuis tribuisti, totum genus humanum de morte ad vitam reducens, omnibus, qui nobis occurrent, æternam vitam concede.

Tu che hai dato la vita ai morti, riportando alla vita tutto il genere umano, concedi la vita eterna a tutti quelli che oggi incontreremo.
»

MI SONO PERMESSO una piccola infedeltà di traduzione nella seconda parte, ma è così che l'ho intesa io questa mattina mentre recitavo le lodi... in autobus. Non so se qualcuno si scandalizzerà, ma a me piace particolarmente pregare sui mezzi pubblici. Capisco che per alcuni sarebbe impossibile, ma io non ho mai trovato difficoltà a fare i compiti sull'autobus, sui mezzi ho fatto alcune delle mie letture migliori, e poi credo che faccia parte dello spirito della mia istituzione quello di cercare il rapporto con Dio "nel bel mezzo della strada", come diceva S. Josemaría usando l'espressione italiana.

Così stamattina stavo facendo le lodi in piedi su un 490 abbastanza affollato e mi ero giusto fermato un momento a considerare che dovevo e potevo pregare per tutta questa gente, ma mi sono arenato sul pensiero di "che cosa chiedo per loro?" Ho deciso di finire il breviario e poi ci avrei riflettuto. Arrivo alle Preces e mi trovo questa invocazione. Sono tornato indietro e l'ho ripetuta cercando di assicurarmi di averla capita bene: per tutta la gente che incontro, Signore, ti chiedo (nientemeno che) la vita eterna. Che altro, sennò?

Scandalo!

CHESTERTON SOSTIENE che quando il cristianesimo fece la sua comparsa nel mondo, le religioni pagane erano già vecchie e stanche, ridotte a rituali rispettati per tradizione, senza alcuna convinzione personale. Per questo c'era tolleranza religiosa e per questo nessuno trovava sconveniente bruciare dell'incenso davanti alla statua dell'imperatore: nessuno si poneva il problema se l'imperatore fosse o no un dio, perché ormai non si ponevano il problema nemmeno per Zeus o per Mitra.

Così quando i cristiani si rifiutarono di dare culto all'imperatore, il primo problema non era l'offesa all'imperatore, ma la difficoltà di capire che cosa intendessero. Possiamo immaginarci le risposte di un pagano dei primi secoli: "Non ti ho chiesto di dirmi se l'imperatore è dio, ti ho chiesto di bruciare dell'incenso. La vuoi smettere di fare storie?"

La società pagana rimaneva così spiazzata da aversela a male, e reagì con le persecuzioni. Chesterton scrive in altri tempi, ma oggi in cui tutto è vero perché niente è vero, dove una tolleranza universale concede diritto di cittadinanza a qualsiasi opinione tranne che alla verità, si spiega che il cristianesimo ancora una volta possa trovarsi a dare scandalo.

Tenetevi forte...

26 aprile 2009

Lovely Rita (2)

DOPO LE STUPIDATE dell'altro giorno passo alle considerazioni serie riguardo l'intervista all'attempato personaggio. L'intervistatrice le chiese se, dall'alto della sua centenaria esperienza, volesse dare qualche consiglio ai giovani. Mi dispiace di non aver trovato la trascrizione dell'intervista, perché la risposta fu molto più complessa di quanto io riesca a imitare qui. Diceva qualcosa tipo: «Ai giovani raccomando di farsi guidare sempre dalle funzioni corticali del mesencefalo superiore, perché questa struttura è frutto di milioni di anni di evoluzione e costituisce il nostro vanto e ciò che distingue l'homo sapiens dagli altri primati superiori».

È in quel momento che mi si è formata nella testa la scenetta del padre che dal suo letto di morte dà al figlio consigli di vita importantissimi quanto inintelligibili. Mi sono chiesto quanti dei probabilmente pochi giovani in ascolto (quanti giovani ascolteranno il GR1 delle 7 del mattino? boh) possono aver capito cosa volesse dire. E mi sono anche consolato, perché il messaggio era velatamente diabolico.

La signora, infatti, voleva dire qualcosa tipo "Seguite sempre il buon senso e la coscienza e non abbandonatevi agli istinti", ma ha dovuto tradurre il messaggio nelle categorie della sua visione scientificista e materialista della vita. Bisogna proprio fare i salti mortali, accettando il rischio di non essere capiti, per eliminare dal linguaggio categorie come coscienza e morale. Ma vale la pena notare che, nonostante gli sforzi, non ci si riesce (almeno la nostra intervistata non ci è riuscita). Perché secondo quale principio dovrebbe essere meglio seguire le funzioni più evolute del cervello anziché quelle inferiori? Io lo so che per un uomo è bene comportarsi da uomo ed è male comportarsi da animale, ma la scienziata "laica" come lo spiega? C'è un implicito criterio morale per cui i risultati dell'evoluzione sono necessariamente buoni? Non farà parte della dignità dell'homo sapiens il fatto che lui può scegliere di comportarsi come una scimmia, mentre una scimmia non può scegliere di comportarsi come un uomo?

Io non ho idea di quali siano queste funzioni più "recenti" nella scala evolutiva, ma se mi dicono che sono ciò che mi distigue dai primati, allora posso immaginare che ci rientri, che so?, il gusto artistico. Quindi vogliamo dire che mangiare se ho fame è una cosa retrograda, vergognosa, mentre andare a vedere un museo è una cosa evoluta, quindi buona? E voler bene alla mamma dove rientra? Mi sembra che i primati vogliano bene alla loro mamma: dobbiamo forse superare questo retaggio pre-evolutivo?

Non mi convince proprio che il criterio del mio comportamento debba essere la parte del cervello attivata per realizzare una certa azione. Preferisco l'antiquatissimo e magari un po' bigotto criterio del bene e del male, e la coscienza che è l'attività del pensiero quando distingue queste cose. Francamente dei sei milioni di anni di evoluzione (di cui non dubito, che sia chiaro) non me ne importa granché.

22 aprile 2009

Lovely Rita (1)

STAMATTINA ALLA RADIO intervistavano un importante personaggio italiano che compie un gran numero di anni (auguri!). Mentre ascoltavo quella voce impastata che ci regalava qualche briciola della sua antica saggezza, mi sono venute in mente una scenetta e due considerazioni. Inizio dal faceto e lascio le considerazioni per un prossimo post.

* * *

L'anziano malato affrontava l'ultimo travaglio con la dignità e il coraggio che avevano caratterizzato tutta la sua vita. Al capezzale il suo unico figlio e, a rispettosa distanza, la nuora. Ormai alternava brevi momenti di coscienza a sempre più lunghi periodi di torpore. Ad un tratto si rivolge faticosamente al figlio.

— Figlio mio, voglio chiederti una cosa.
— Di' pure, papà.
— Prima di andarmene vorrei che tu facessi una cosa molto importante.
— Tutto quello che vuoi, papà.
— Ti chiedo di fare un giuramento.

Il figlio è sorpreso, ma l'affetto per suo padre è sincero e profondo. Scambia un'occhiata stupita con la moglie, ma non esita ad acconsentire.

— Metti la tua mano qui, sul mio cuore, e ripeti con me: "Io giuro..."
— Io giuro.
— "su quanto ho di più caro..."
— Su quanto ho di più caro.
— "e per tutta la vita..."
— E per tutta la vita.
— "di non..."
— Di non.
— ...

— Papà!
— Eh?
— Di non...?
— Ah, sì. "Di non sbarandinare..."
— "Sbarandinare"??
— Sì, sì: "non sbarandinare le blastucce".
— Ma, papà...
— È importante...
— Sì, ma...
— Ti prego, figlio mio...
— Senz'altro, papà, ma...
— Piuttosto... piuttosto protonorfo.
— Papà, non capisco...

Ma un ultimo prolungato sospiro pone fine a questa conversazione.

* * *


P.S. Scusate la cattiveria.

21 aprile 2009

Non mi avrai...

MI È PIACIUTO un recente post di Prof 2.0 dove esprime il suo rifiuto di leggere gli scritti di un noto (quale? io non lo so) e premiato professore. Uomo che si vanta di disprezzare tutti e tutto, ma non disdegna premi e riconoscimenti.
Riporto l'inizio del post, il resto lo trovate qui.

«
Non mi avrai, blasonato premio nobel che tutti leggono.
Non avrai il mio tempo.
Tu, premiato dalla cultura accademica, che si compiace nel sentirti dire: "Per quale ragione dovremmo amare gli uomini?"
Non mi avrai. Non avrai il mio tempo.
»

19 aprile 2009

Perdono

OGGI, DOMENICA della Divina Misericordia, vorrei fare alcune considerazioni sul perdono.

1. Si perdona il colpevole. Se è innocente, se non lo ritengo colpevole, non è questione di perdonare. Dio guarda in faccia la nostra colpa, non distoglie lo sguardo, non finge di non aver visto: con la stessa attenzione del medico conosce fino in fondo il male che c'è in noi... e lo perdona.

2. Perdonare non è dimenticare. Se dimentico meglio per me, ma se mi torna in mente l'offesa devo continuare a perdonare. Quando perdoniamo dobbiamo metterlo in conto: il perdono è un atto che si prolunga nel tempo, tutte le volte che la nostra memoria lo richieda. Dio perdona per sempre, non ritorna sulla sua decisione, non rinfaccia e non tiene il conto.

3. Perdonare non è scusare, giustificare, attenuare. Questi sono fratelli minori del perdono, ma se mi convinco che chi mi ha offeso non l'ha fatto apposta, non voleva, è in un momento difficile... tutto molto bene, ma sto evitando di perdonare. Gesù dalla croce vede tutta la malizia degli uomini, vede mali scusabili ma vede anche molti mali inescusabili, e accetta di morire per ottenerci il perdono.

4. Il perdono dà vita. Con la colpa si può solo sopravvivere, rifugiandosi in una bugia su noi stessi. Il Signore ci permette di affrontare le nostre colpe e, con il perdono, tornare a vivere nella verità. Vivere da colpevoli è molto difficile, vivere da perdonati è un'altra cosa. Per questo san Paolo parla del perdono di Dio come di una risurrezione.

Oggi siamo invitati a renderci conto che la Misericordia di Dio è una cosa grossa. Rallegriamoci e impariamo, perché lui ci ha detto «Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro» e noi, accettando l'invito, abbiamo ripetuto mille volte: «Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori».

18 aprile 2009

Predicare

«
I realized that the only thing I have to do is to say loudly what they already know in their hearts so that they can recognize it as really theirs and affirm it in gratitude.

Ho capito che devo solo dire ad alta voce quello che già sanno nei loro cuori perché riconoscano che è veramente loro e possano affermarlo con gratitudine.

»

Henri Nouwen, Genesee Diary; in Seeds of Hope, 52



QUANTE VOLTE le persone mi riportano come mia predicazione cose ben più profonde di quanto potevo e intendevo dire. Sono verità e affetti che erano già presenti nel profondo del loro cuore: le mie parole – e molto di più l'azione della grazia – le hanno soltanto risvegliate.

14 aprile 2009

Scrivere

«
I wanted to write this book because it is my growing conviction that my life belongs to others just as much as it belongs to myself, and that what is experienced as most unique often proves to be most solidly embedded in the common condition of being human.

Ho voluto scrivere questo libro perché sono sempre più convinto che la mia vita appartiene agli altri tanto quanto appartiene a me stesso, e che ciò che uno vive come specialmente unico spesso si dimostra profondamente inserito nella comune condizione dell'essere umano.

»

Henri Nouwen, Reaching Out; in Seeds of Hope, 52



SI PUÒ APPLICARE a tutti i bloggers: non scrivere di noi stessi per noi stessi, ma darci agli altri per condividere (e cercare di comprendere) quanto di noi appartiene a tutti.

10 aprile 2009

Settimana Santa a Roma

PENSO PROPRIO di dover iniziare un nuovo filone di post. Lo dovrei chiamare "Amo Roma", ma più sobriamente scelgo "Roma" e basta. Non ricordo in quale post recente dicevo qualcosa tipo "non romani, invidiate"; ebbene questa espressione mi sta tornando in mente ripetutamente in questi giorni.

Il Giovedì Santo sono previste due Messe: al mattino la Messa Crismale con il proprio vescovo, al pomeriggio la Messa "in Cœna Domini" con il popolo. Servono per sottolineare due eventi, coincidenti ma distinti, dell'Ultima Cena. Con la seconda Messa ricordiamo l'istituzione dell'Eucaristia, mentre la prima celebra l'istituzione del sacerdozio. Per questo è bello che per la Messa Crismale tutto il clero si riunisca con il proprio vescovo. Vengono rinnovate le promesse sacerdotali e vengono consacrati i sacri olii: quello per i catecumeni (candidati al battesimo), quello per l'unzione dei malati, e il sacro crisma che è l'unguento che si usa per la cresima e per l'ordinazione sacerdotale. I primi due li benedice il solo vescovo, il terzo, dopo che il vescovo vi ha alitato sopra, per rappresentare il soffio dello Spirito, viene consacrato da tutti i sacerdoti insieme.

Sapete già dove vado a parare. Giovedì mattina sono andato alla Messa Crismale a San Pietro. C'era una quantità di preti difficile da descrivere – a occhio direi che occupavamo un terzo della basilica –, ma soprattutto... c'era il Papa! In quale altra città il tuo vescovo è il Papa? Mi sono sentito molto privilegiato e mi sono emozionato a concelebrare con lui (a con qualche migliaio di altri confratelli).

Il Venerdì Santo si commemora la Passione di Gesù e si venera la Croce. Come l'anno scorso, potendo scegliere, sono andato a Santa Croce in Gerusalemme. Questa chiesa venne edificata espressamente per custodire i resti della santa Croce, ritrovati da santa Elena in Terra Santa. Vi potete immaginare l'emozione quando arriva il momento dell'ingresso della Croce e il diacono che la porta si ferma tre volte per intonare l'Ecce lignum, sapere che non si sta riferendo ad un oggetto che rappresenta la Croce di Cristo, ma che quella che porta è proprio la stessa Croce...

Quel giorno, poi, mi sono imbattuto in un articolo che descriveva due importanti reliquie della Croce conservate ad Oviedo: ok, nel corso dei secoli alla santa Croce riportata da sant'Elena sono stati tolti molti pezzetti che ora si trovano in diverse parti del mondo. Però mi sentivo comunque un privilegiato.

Sabato Santo incontro con il Prelato dell'Opus Dei, che ci ha invitati a metterci con l'immaginazione nel sepolcro di Gesù per vegliare la sua salma e promettergli tutta la nostra fedeltà.

Domenica di Pasqua, benedizione Urbi et Orbi del Papa. L'avrete seguita più o meno tutti dalla radio e dalla televisione, ma essere lì presenti (in Piazza Pio XII, perché Piazza San Pietro era irraggiungibile) è un'altra cosa.

Così, alla fine di questa Settimana Santa, mi trovo a ringraziare il Signore per le abbondanti grazie di questi giorni, per le manifestazioni di affetto ricevute (non ultimi gli importanti e non troppo fortuiti incontri in Piazza San Pietro), ma anche per la fortuna di vivere in questa città così speciale.

01 aprile 2009

I figli di Moloch

«
There is in materialism a mad indifference to real thought. By disbelieving in the soul, it comes to disbelieving in the mind. (...)
Carthage fell because she was faithful to her own philosophy and had followed out to its logical conclusion her own vision of the universe.
Moloch had eaten its children.

»
G.K. CHESTERTON, The Everlasting Man (1925), p. 138.

C'è nel materialismo una folle indifferenza verso il pensiero reale. Non credendo nell'anima finisce per non credere nella ragione. (...) Cartagine cadde perché rimase fedele alla sua filosofia e seguì fino alla logica conclusione la sua visione dell'universo. Moloch aveva divorato i suoi figli.

Nello scontro tra Roma e Cartagine, Chesterton vede l'opposizione tra un paganesimo "umano" – quello romano antico, con il culto degli dei della casa e della natura e la pratica di valori nobili come la famiglia, la patria e l'onore – e un paganesimo "disumano" – con sacrifici umani, spesso dei propri figli, a divinità demoniache, e con gli ideali di un popolo di mercanti: pragmatici, calcolatori, spietati.

Con questa prospettiva, sostiene, i cartaginesi non potevano capire un popolo che, già sconfitto, rifiutava di arrendersi. Tantomeno potevano capire la loro capacità di sperare ancora in una situazione disperata. Figli di un dio spietato, da placare con il sangue dei propri figli per salvare la propria vita, non conoscevano la speranza.

Per questo sottovalutarono i romani da un lato, e dall'altro si divisero in faide interne (un Annibale vincitore sarebbe stato un personaggio scomodo in patria). Il risultato finale fu Carthago deleta: una grande spianata di rovine cosparse di sale.

I cartaginesi così dipinti assomigliano molto agli adoratori del nulla dei nostri giorni: per salvare la loro vita (il loro livello di vita) sacrificano i figli, non conoscono né pietà né speranza, giocano con le parole offendendo la ragione.
È triste e incoraggiante allo stesso tempo pensare che Moloch non cambia nel tempo: invariabilmente finisce per divorare i suoi figli.