L’ELENCO dei migliori 25 libri fantasy mi aveva convinto perché includeva Tolkien, ma non al primo posto (era al terzo ora è sceso al quarto). Altro particolare interessante: ignorava Christopher Paolini! (fin qui pieno accordo) Se avesse messo Tolkien al primo posto, oppure se lo avesse escluso, mi sarei insospettito (in un caso perché scontato, nell'altro perché inammissibile). Invece così ha pizzicato la mia curiosità: come saranno stati i due libri che avevano meritato un giudizio migliore del Signore degli anelli? Sono andato di corsa a cercare i primi titoli.
George R. R. Martin, Il gioco del trono (7/10) ****
Ovviamente dovevo partire dal primo dell'elenco. Le recensioni erano un po' preoccupanti, soprattutto per la fama che ha l'autore di non risparmiare la morte nemmeno ai suoi personaggi principali; l'idea di leggere con l'angoscia che anche il mio personaggio preferito potrebbe morire mi frenava un po'. Poi però mi sono lanciato e si capisce come sia possibile: in primo luogo i "personaggi principali" sono molti; in secondo luogo, Gandalf il Grigio e Boromir insegnano che in un contesto eroico anche la morte può essere "opportuna".
Dicevo di aver trovato una piacevole sorpresa, ed è stata questo autore. Martin sa scrivere! Le sue storie straripano di personaggi bellissimi: umanissimi, interessanti, complessi. Si vede che è consapevole del suo punto di forza, perché ogni capitolo del libro inizia con il nome di un personaggio e porta avanti la vicenda che lo riguarda da quel punto di vista. Dopo un po' viene la tentazione di saltare avanti per continuare a leggere le vicende dei personaggi preferiti.
L'ambientazione è poderosa (feudi medievali, regni barbarici, città rinascimentali, misteriose terre di confine...) e gli intrecci politici ed umani ad altissima tensione. Non esistono "buoni buoni" (qualche "cattivo cattivo" magari sì) e il lettore si trova a fare il tifo per i nobili guerrieri che hanno conquistato il regno contro un re sanguinario e allo stesso tempo a parteggiare anche per gli eredi del re spodestato che tramano per riavere quello che gli è stato tolto con la violenza.
Non dimentichiamo qualche difetto: le vicende intorno alla grande muraglia vorrebbero essere le più misteriose, ma finiscono per essere le più noiose. Anche avvalendosi dei titoli dei capitoli, viene davvero voglia di saltarle. Inoltre le vicende intorno al regno barbarico sono un po' sensuali. A mio parere c'è una giustificazione: la trasmissione di una stirpe straordinaria porta a dare un rilievo quasi rituale anche agli aspetti più "materiali" della vicenda; resta però che ad alcuni potrebbe disturbare.
L'ultimo appunto viene da un mio amico che si rifiuta categoricamente di iniziare la lettura di una saga che ha già prodotto sette o otto volumi e non è chiaro se sia terminata. Abbiamo gusti diversi: a me non importa granché il "come va a finire", bensì l'intrattenimento di una buona narrazione, e qui l'ho trovata.
(Mi accorgo di non aver detto nulla della trama, ma la descrizione proposta dall'Editore italiano mi sembra sufficiente e a quella vi rimando).
30 marzo 2011
28 marzo 2011
Signori nel traffico
ERO IN AUTO beneficiando di un passaggio. Guardavo le persone intorno a me nel traffico intenso. Mi ha colpito la reazione agitata e scomposta del conducente alla mia destra per una manovra nemmeno troppo scorretta e probabilmente inconsapevole (in questo caso!) del mio autista.
Prima ho pensato alle dimensioni che potrebbe raggiungere il fegato di quella persona nel tempo di arrivare al lavoro: se si arrabbia tanto per un paio di metri che non ha potuto guadagnare, come reagirà alle immancabili vere scorrettezze?
Poi però ho pensato all'alternativa che ognuno di noi ha, di fronte alle scorrettezze degli altri (e non solo nel traffico). Posso pensare: "Qui sono tutti prepotenti e scorretti, devo difendermi esercitando la mia prepotenza e scorrettezza". Oppure posso dire: "Io non posso cambiare gli sconosciuti che mi stanno intorno, ma posso cercare di compensare alla prepotenza e scorrettezza degli altri con la mia gentilezza e correttezza".
Nel primo caso avrò contribuito a rendere questo mondo di un infinitesimo più brutto, aggiungendo la mia cattiveria a quella degli altri. Nel secondo caso avrò contribuito a renderlo un po' migliore, compensando un po' al danno che altri fanno. E a questo si aggiunge che, se ricordate il piacere che avete provato quando qualcuno vi ha sorpreso con un gesto gentile che non vi aspettavate, sarete d'accordo che una nostra gentilezza nel traffico (mi ripeto: non solo nel traffico) ricompensa il beneficiato per molte delle scorrettezze abituali.
E a volte, non sempre, avremo il piacere di essere ringraziati; e a volte (non lo vedremo) qualcuno seguirà l'esempio... E intanto noi restiamo i signori che intendiamo essere (e questo sempre!).
Prima ho pensato alle dimensioni che potrebbe raggiungere il fegato di quella persona nel tempo di arrivare al lavoro: se si arrabbia tanto per un paio di metri che non ha potuto guadagnare, come reagirà alle immancabili vere scorrettezze?
Poi però ho pensato all'alternativa che ognuno di noi ha, di fronte alle scorrettezze degli altri (e non solo nel traffico). Posso pensare: "Qui sono tutti prepotenti e scorretti, devo difendermi esercitando la mia prepotenza e scorrettezza". Oppure posso dire: "Io non posso cambiare gli sconosciuti che mi stanno intorno, ma posso cercare di compensare alla prepotenza e scorrettezza degli altri con la mia gentilezza e correttezza".
Nel primo caso avrò contribuito a rendere questo mondo di un infinitesimo più brutto, aggiungendo la mia cattiveria a quella degli altri. Nel secondo caso avrò contribuito a renderlo un po' migliore, compensando un po' al danno che altri fanno. E a questo si aggiunge che, se ricordate il piacere che avete provato quando qualcuno vi ha sorpreso con un gesto gentile che non vi aspettavate, sarete d'accordo che una nostra gentilezza nel traffico (mi ripeto: non solo nel traffico) ricompensa il beneficiato per molte delle scorrettezze abituali.
E a volte, non sempre, avremo il piacere di essere ringraziati; e a volte (non lo vedremo) qualcuno seguirà l'esempio... E intanto noi restiamo i signori che intendiamo essere (e questo sempre!).
25 marzo 2011
Fantasy vo’ cercando...
TEMPO FA mi ero imbattuto in un promettente elenco delle 25 migliori saghe fantasy mai scritte (ovviamente secondo l'autore del sito). In questi mesi, in parallelo con altre letture, mi sono divertito ad esplorare un po' di queste segnalazioni (e intendo continuare), con il magro risultato di una scoperta abbastanza soddisfacente e molte delusioni.
Prima di addentrarmi nei dettagli vorrei considerare due vizi che noto nel genere (e ciononostante rimane il mio preferito), evidenziati da alcune di queste deludenti letture.
1. Sbatti il mostro in prima pagina
È vero che agli amanti del fantasy piace imbattersi in personaggi insoliti, magia, mostri e luoghi meravigliosi. Alcuni romanzi, però, sembrano offrire solo questo. L'autore ha pensato un mondo, magari anche molto elaborato, con città da visitare, razze di ogni tipo da incontrare o da evitare, folklore ecc. ma sembra limitarsi a portarci a spasso i suoi personaggi, con i pretesti più stupidi, senza un chiaro filo logico né tantomeno un obiettivo da raggiungere o una sfida da superare. Mi dispiace ma se non c'è una storia non riesco ad andare avanti e sono costretto a chiudere il libro.
2. A che gioco giochiamo?
Molti romanzi nascono insieme o attorno a giochi di ambientazione fantasy, un esempio per tutti i numerosi titoli (un centinaio!) ispirati a Dungeons and Dragons. Immagino che qualche autore sarà capace di prendere l'ispirazione da un videogioco o da un gioco di ruolo o da un mmorpg e scrivere un vero romanzo: Peccato che finora non l'ho incontrato. Un sintomo vistoso di romanzo-gioco sono le risurrezioni: personaggi morti che tornano in vita. Nella tradizione narrativa questo succede al massimo solo all'eroe principale, per un più o meno consapevole riferimento cristologico. Se c'è una risurrezione e non è un evento straordinario e catartico di grandissima importanza, centrale nella storia, possibilmente in prossimità dell'epilogo, la cosa puzza di gioco di ruolo: considerate la possibilità di abbandonare la lettura. Se c'è una seconda risurrezione, non perdete tempo e buttate immediatamente il libro.
Altri sintomi: eccessiva attenzione agli oggetti posseduti, trovati nei modi più diversi, dimenticati in una tasca o una bisaccia per centinaia di pagine e che all'improvviso diventano determinanti in una certa situazione; rapide guarigioni dopo aver sfiorato la morte, in genere aiutate dall'intervento di maghi guaritori o pozioni magiche; squadre costituite da personaggi con ruoli rigidamente stabiliti a priori (guaritore, veggente, guerriero, guastatore, ladro, assassino ecc.) e assolutamente non intercambiabili. Infine, più che sintomo è conseguenza: in questi romanzi la storia procede in modo confuso, con una prevalenza del caso, probabilmente frutto del lancio di qualche dado, magari a venti facce. I giochi sono belli da giocare, per raccontare ci vuole una storia.
Queste le premesse. In un prossimo post farò nomi e cognomi...
P.S. se oltre al fantasy vi piacciono le illustrazioni fantasy, rifatevi gli occhi con le opere dell'artista da cui ho preso il drago rosso. Le trovate qui. Avrei voluto prendere la sua White Tower ma è l'unica per la quale nega esplicitamente i permessi di riproduzione.
Prima di addentrarmi nei dettagli vorrei considerare due vizi che noto nel genere (e ciononostante rimane il mio preferito), evidenziati da alcune di queste deludenti letture.
1. Sbatti il mostro in prima pagina
È vero che agli amanti del fantasy piace imbattersi in personaggi insoliti, magia, mostri e luoghi meravigliosi. Alcuni romanzi, però, sembrano offrire solo questo. L'autore ha pensato un mondo, magari anche molto elaborato, con città da visitare, razze di ogni tipo da incontrare o da evitare, folklore ecc. ma sembra limitarsi a portarci a spasso i suoi personaggi, con i pretesti più stupidi, senza un chiaro filo logico né tantomeno un obiettivo da raggiungere o una sfida da superare. Mi dispiace ma se non c'è una storia non riesco ad andare avanti e sono costretto a chiudere il libro.
2. A che gioco giochiamo?
Molti romanzi nascono insieme o attorno a giochi di ambientazione fantasy, un esempio per tutti i numerosi titoli (un centinaio!) ispirati a Dungeons and Dragons. Immagino che qualche autore sarà capace di prendere l'ispirazione da un videogioco o da un gioco di ruolo o da un mmorpg e scrivere un vero romanzo: Peccato che finora non l'ho incontrato. Un sintomo vistoso di romanzo-gioco sono le risurrezioni: personaggi morti che tornano in vita. Nella tradizione narrativa questo succede al massimo solo all'eroe principale, per un più o meno consapevole riferimento cristologico. Se c'è una risurrezione e non è un evento straordinario e catartico di grandissima importanza, centrale nella storia, possibilmente in prossimità dell'epilogo, la cosa puzza di gioco di ruolo: considerate la possibilità di abbandonare la lettura. Se c'è una seconda risurrezione, non perdete tempo e buttate immediatamente il libro.
Altri sintomi: eccessiva attenzione agli oggetti posseduti, trovati nei modi più diversi, dimenticati in una tasca o una bisaccia per centinaia di pagine e che all'improvviso diventano determinanti in una certa situazione; rapide guarigioni dopo aver sfiorato la morte, in genere aiutate dall'intervento di maghi guaritori o pozioni magiche; squadre costituite da personaggi con ruoli rigidamente stabiliti a priori (guaritore, veggente, guerriero, guastatore, ladro, assassino ecc.) e assolutamente non intercambiabili. Infine, più che sintomo è conseguenza: in questi romanzi la storia procede in modo confuso, con una prevalenza del caso, probabilmente frutto del lancio di qualche dado, magari a venti facce. I giochi sono belli da giocare, per raccontare ci vuole una storia.
Queste le premesse. In un prossimo post farò nomi e cognomi...
P.S. se oltre al fantasy vi piacciono le illustrazioni fantasy, rifatevi gli occhi con le opere dell'artista da cui ho preso il drago rosso. Le trovate qui. Avrei voluto prendere la sua White Tower ma è l'unica per la quale nega esplicitamente i permessi di riproduzione.
23 marzo 2011
Quei due gemellini...
IN RIFERIMENTO al triste post sui due gemellini abortiti (Luceat eis), un amico faceva delle osservazioni molto interessanti. Dato che lui non se la sente di scriverle in un commento, ve le riassumo qui.
Diceva che siamo abituati a considerare l'aborto come una grave violazione al quinto comandamento (“Non uccidere”), ma poi, ripensando alla storia che aveva letto, si è reso conto che offende anche il quarto (“Onora il padre e la madre”), e in più modi. Chi abortisce, infatti, violenta la propria maternità (o paternità); la disonora rinnegandola. Inoltre offende i propri genitori, rinnegando la scelta d'amore che fecero loro a suo tempo quando accolsero la sua nascita.
Ma la riflessione del mio amico non finiva qui. Continuando su questa traccia risaliva al primo comandamento (“Non avrai altro dio all'infuori di me”), perché scegliendo l'aborto e rifiutando il dono di una vita, che sempre viene da Dio, la persona erige a divinità i propri timori (il dio Sicurezza?). Una divinità che purtroppo richiede sacrifici umani.
Diceva che siamo abituati a considerare l'aborto come una grave violazione al quinto comandamento (“Non uccidere”), ma poi, ripensando alla storia che aveva letto, si è reso conto che offende anche il quarto (“Onora il padre e la madre”), e in più modi. Chi abortisce, infatti, violenta la propria maternità (o paternità); la disonora rinnegandola. Inoltre offende i propri genitori, rinnegando la scelta d'amore che fecero loro a suo tempo quando accolsero la sua nascita.
Ma la riflessione del mio amico non finiva qui. Continuando su questa traccia risaliva al primo comandamento (“Non avrai altro dio all'infuori di me”), perché scegliendo l'aborto e rifiutando il dono di una vita, che sempre viene da Dio, la persona erige a divinità i propri timori (il dio Sicurezza?). Una divinità che purtroppo richiede sacrifici umani.
21 marzo 2011
Elogio dell'ira
C’È UN EQUIVOCO riguardo all'ira. Con questo nome, infatti, viene indicato uno dei vizi capitali (li conosciamo tutti: sono oggetto di film famosi e di articoli ricorrenti sui rotocalchi), dimenticando così che l'ira è prima di tutto una passione. Come vizio andrebbe chiamata irascibilità, ma certo "ira" è più comodo. Per capirci, è affetto dall'ira-vizio chi è facilmente dominato dall'ira-passione.
Come tutte le passioni, l'ira (l'ira-passione) non è né buona né cattiva: ci succede e basta. Se una passione aiuta a compiere un'azione buona o trattiene dal compierne una cattiva, allora quella passione è buona; se avviene il contrario, allora è cattiva. E qui viene il dunque: è certo che la passione dell'ira ci spinge spesso a compiere azioni cattive (offendere, gridare, alzare le mani ecc.), e anche per questo si tende a confonderla con un vizio, ma può anche servire a favorire un'azione buona, e in tal caso... ben venga!
Tempo fa un liceale mi parlava delle sue difficoltà a resistere alle lusinghe di una sua compagna di classe: bella, provocante, di pessima fama e decisa a far cadere il "bravo ragazzo" della classe. Che dirgli? "Resisti, evita le occasioni, scaccia i pensieri..."? Che banalità! In questo caso l'ira ci vuole proprio, bisogna arrabbiarsi! (L'esortazione del caso richiede una parolaccia, che sono disposto a comunicare a voce, ma non a mettere per iscritto in questa sede).
E non solo arrabbiarsi con lei che vuole soltanto prendersi gioco del suo compagno (magari per tranquillizzarsi la coscienza e poter dire a sé stessa "Vedi che anche lui alla fin fine..."). Bisogna arrabbiarsi con questa società decadente in cui è possibile che una quindicenne di buona famiglia vada a scuola vestita come una donna di facili costumi, si comporti di conseguenza, sia conosciuta come tale e, quel che è peggio, pensi sé stessa in quel modo.
Adirarsi per queste cose è un atto dovuto. E aiuta a reagire.
Come tutte le passioni, l'ira (l'ira-passione) non è né buona né cattiva: ci succede e basta. Se una passione aiuta a compiere un'azione buona o trattiene dal compierne una cattiva, allora quella passione è buona; se avviene il contrario, allora è cattiva. E qui viene il dunque: è certo che la passione dell'ira ci spinge spesso a compiere azioni cattive (offendere, gridare, alzare le mani ecc.), e anche per questo si tende a confonderla con un vizio, ma può anche servire a favorire un'azione buona, e in tal caso... ben venga!
Tempo fa un liceale mi parlava delle sue difficoltà a resistere alle lusinghe di una sua compagna di classe: bella, provocante, di pessima fama e decisa a far cadere il "bravo ragazzo" della classe. Che dirgli? "Resisti, evita le occasioni, scaccia i pensieri..."? Che banalità! In questo caso l'ira ci vuole proprio, bisogna arrabbiarsi! (L'esortazione del caso richiede una parolaccia, che sono disposto a comunicare a voce, ma non a mettere per iscritto in questa sede).
E non solo arrabbiarsi con lei che vuole soltanto prendersi gioco del suo compagno (magari per tranquillizzarsi la coscienza e poter dire a sé stessa "Vedi che anche lui alla fin fine..."). Bisogna arrabbiarsi con questa società decadente in cui è possibile che una quindicenne di buona famiglia vada a scuola vestita come una donna di facili costumi, si comporti di conseguenza, sia conosciuta come tale e, quel che è peggio, pensi sé stessa in quel modo.
Adirarsi per queste cose è un atto dovuto. E aiuta a reagire.
16 marzo 2011
Canale Mussolini
DA MESI ORMAI non scrivo nulla sulle mie letture. In parte perché mi sono "bloccato": troppi libri iniziati e troppo pochi appassionanti hanno finito per intasarmi. In parte per le solite storie: pigrizia, tempo, voglia ecc. Cerco di farmi perdonare recuperando i ricordi di un romanzo letto alcuni mesi fa.
Antonio Pennacchi, Canale Mussolini (12/10) ****
Propone le vicende di una delle famiglie trapiantate dal nord ai tempi della bonifica dell'Agro Pontino. L'autore afferma di aver sempre voluto raccontare questa storia della sua gente e lo fa da un punto di vista del tutto ovvio eppure ai nostri giorni del tutto insolito: quello di una famiglia di fascisti della prima ora, persone che hanno conosciuto sulla loro pelle le ingiustizie sociali alle quali Mussolini e i suoi amici socialisti volevano rispondere.
Questo approccio rende molto piacevole la lettura: una visione disincantata di una parte e dell'altra, una costitutiva incapacità di fare ideologia, l'ammirazione per il Duce, ma senza ignorare le sue mancanze, anche gravi, quando ci furono. A questo si aggiunge il tono scanzonato, il frequente ricorso al dialetto (al punto di far parlare Mussolini in veneto: certo che lui parlava emiliano, ma io solo così so esprimermi, lei traduca mentalmente), le innumerevoli storie personali umanissime e spesso molto belle.
Veniamo, però, ai difetti. Il primo a colpirmi (quindi in ordine di lettura, non di importanza) è stato il ruolo attribuito alle prostitute nella prima parte della storia. Giovani e vecchi, sposati e non, spesso tutti i membri maschi del clan familiare in comitiva, ne fanno un punto di riferimento cui rivolgersi per ispirazione e consigli, per celebrare feste e successi e per consolarsi in ogni rovescio di fortuna. Un po' troppo insistito e poco credibile. Per fortuna sono personaggi del prima dell'emigrazione e scompaiono nella seconda parte del libro.
Questo però è un difetto minore, anche se mi aveva portato al punto di pensare di interrompere la lettura. Il difetto principale, direi l'unico rilevante, è che il libro è troppo lungo. Se l'autore avesse avuto il coraggio di ridurlo di un terzo ne avrebbe fatto un capolavoro. Fa due salti indietro di una lunghezza imperdonabile: prima per spiegare perché scelsero di emigrare e poi, premessa della premessa, per spiegare perché avevano un amico importante a Roma... Metà libro! Un po' troppo, nonostante la piacevolezza delle innumerevoli storie che si intrecciano. Anche la trovata di interrompere ogni tanto il racconto con un "Come dice, scusi?", fa sorridere la prima volta, ma alla millesima non se ne può più. Proprio quando finalmente approdiamo nella "Terra Promessa" la storia diventa stanca (forse noi siamo stanchi) e perde freschezza.
Sono sicuro che non si tratta di una svista ma di scelte deliberate di cui l'autore è più che convinto. Se ne è convinto lui, convinceranno anche molti lettori. Io ho fatto fatica ad arrivare alla fine, pur restando con un giudizio tutto sommato positivo. Lo consiglio agli appassionati di storia e a tutti quelli che "c'erano".
Antonio Pennacchi, Canale Mussolini (12/10) ****
Propone le vicende di una delle famiglie trapiantate dal nord ai tempi della bonifica dell'Agro Pontino. L'autore afferma di aver sempre voluto raccontare questa storia della sua gente e lo fa da un punto di vista del tutto ovvio eppure ai nostri giorni del tutto insolito: quello di una famiglia di fascisti della prima ora, persone che hanno conosciuto sulla loro pelle le ingiustizie sociali alle quali Mussolini e i suoi amici socialisti volevano rispondere.
Questo approccio rende molto piacevole la lettura: una visione disincantata di una parte e dell'altra, una costitutiva incapacità di fare ideologia, l'ammirazione per il Duce, ma senza ignorare le sue mancanze, anche gravi, quando ci furono. A questo si aggiunge il tono scanzonato, il frequente ricorso al dialetto (al punto di far parlare Mussolini in veneto: certo che lui parlava emiliano, ma io solo così so esprimermi, lei traduca mentalmente), le innumerevoli storie personali umanissime e spesso molto belle.
Veniamo, però, ai difetti. Il primo a colpirmi (quindi in ordine di lettura, non di importanza) è stato il ruolo attribuito alle prostitute nella prima parte della storia. Giovani e vecchi, sposati e non, spesso tutti i membri maschi del clan familiare in comitiva, ne fanno un punto di riferimento cui rivolgersi per ispirazione e consigli, per celebrare feste e successi e per consolarsi in ogni rovescio di fortuna. Un po' troppo insistito e poco credibile. Per fortuna sono personaggi del prima dell'emigrazione e scompaiono nella seconda parte del libro.
Questo però è un difetto minore, anche se mi aveva portato al punto di pensare di interrompere la lettura. Il difetto principale, direi l'unico rilevante, è che il libro è troppo lungo. Se l'autore avesse avuto il coraggio di ridurlo di un terzo ne avrebbe fatto un capolavoro. Fa due salti indietro di una lunghezza imperdonabile: prima per spiegare perché scelsero di emigrare e poi, premessa della premessa, per spiegare perché avevano un amico importante a Roma... Metà libro! Un po' troppo, nonostante la piacevolezza delle innumerevoli storie che si intrecciano. Anche la trovata di interrompere ogni tanto il racconto con un "Come dice, scusi?", fa sorridere la prima volta, ma alla millesima non se ne può più. Proprio quando finalmente approdiamo nella "Terra Promessa" la storia diventa stanca (forse noi siamo stanchi) e perde freschezza.
Sono sicuro che non si tratta di una svista ma di scelte deliberate di cui l'autore è più che convinto. Se ne è convinto lui, convinceranno anche molti lettori. Io ho fatto fatica ad arrivare alla fine, pur restando con un giudizio tutto sommato positivo. Lo consiglio agli appassionati di storia e a tutti quelli che "c'erano".
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